Pubblicato il: gio, Nov 2nd, 2017

3 novembre 1943; deportazione degli ebrei genovesi nei lager. La ratline

Quando in Italia, persone che si dicono “democratiche” attaccano Israele come Stato oppressore (dimenticando il contesto che Israele ancora oggi deve subire), dovremmo preoccuparci seriamente, perché sono passati solo pochi anni da quando l’Italia si rese complice della Germania nel più turpe degli abomini commessi dagli esseri umani: la shoah, le leggi razziali, le camere a gas dei lager.
Nemmeno Genova sfuggì al macello: il 3 novembre 1943, con un agguato dentro la sinagoga, iniziò la deportazione degli ebrei genovesi: furono arrestate circa venti persone, ed altri arresti seguirono nei giorni immediatamente successivi. In tutto furono deportate 261 persone, e fra queste furono solo venti i sopravvissuti.

A 74 anni da quei tragici fatti, la Comunità ebraica di Genova, la Comunità di Sant’Egidio, il Centro Culturale Primo Levi hanno organizzato una marcia della memoria, per ricordare una delle pagine più nere della vita della città.

Domenica 5 novembre, alle ore 17.30 a Genova una marcia silenziosa da Galleria Mazzini fino alla Sinagoga di via Bertora

Interverranno: il rabbino capo di Genova Giuseppe Momigliano, il sindaco di Genova Marco Bucci, il responsabile della Comunità di Sant’Egidio di Genova Andrea Chiappori, il presidente della Comunità Ebraica di Genova Ariel dello Strologo.
Parteciperà il coro Shlomot.

Alla marcia parteciperanno molti genovesi: anziani, giovani, nuovi europei per ricordare il razzismo di ieri e per riaffermare le ragioni della convivenza tra popoli e fedi diverse nella nostra città. Tra i presenti, si prevede la presenza di numerosi giovani richiedenti asilo.

Nel corso della manifestazione verranno ricordati anche i genovesi che si opposero alla violenza nazista salvando la vita agli ebrei in fuga. Tra loro Il cardinale gesuita Pietro Boetto (1871-1946), arcivescovo di Genova dal 1938 al 1946, che da pochi mesi è stato dichiarato «Giusto tra le Nazioni» dal dipartimento dei Giusti tra le Nazioni di Gerusalemme che ha sede allo Yad Vashem, l’ente nazionale per la memoria della Shoah.
Non si dimentichi, tuttavia, che Genova fu -dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, uno dei porti che condusse i gerarchi nazifascisti alla fuga in Sudamerica (soprattutto in Argentina), attraverso il percorso protetto di fuga che gli anglamericani (ma non -si noti bene- gli italiani) chiamarono RATLINE. La ratline era infestata da alcune alte personalità della chiesa cattolica, altri sacerdoti invece si distinsero contro le deportazioni.

SCHEDE

Comunità ebraica di Genova – Comunità di Sant’Egidio “NON C’È FUTURO SENZA MEMORIA” 74° ANNIVERSARIO DELLA DEPORTAZIONE DEGLI EBREI GENOVESI

 La deportazione degli ebrei di Genova
Il 3 novembre 1943 scatta la retata della sinagoga di Genova. Attirati con uno stratagemma al tempio, diversi ebrei genovesi vengono arrestati dalle SS e quindi portati a Marassi. Molti però si salvano, grazie all’allarme di una donna che, accortasi della trappola, facendo cenni dalla finestra al principio della via, riuscì ad avvisare i malcapitati di quanto stava succedendo. Nei giorni successivi gli arresti riguardano varie abitazioni di ebrei genovesi e coinvolgono anche le Riviere, incluso il Tigullio, dove (in val Fontanabuona a Calvari) fu costruito un campo provvisorio di smistamento.

Sono oltre cinquanta gli ebrei catturati nei primi giorni di novembre in Liguria. Il 1° dicembre vengono inviati a Milano, e da lì in treno ad Auschwitz.

Di quel primo gruppo si salva solo Giuseppe Di Porto, ebreo romano che aveva cercato scampo a Genova, ma che in città fu catturato dai tedeschi.

Complessivamente furono 261 gli ebrei genovesi deportati (più del 20% degli iscritti alla Comunità), alcuni catturati in città, altri mentre cercavano di raggiungere luoghi sicuri, come la Svizzera. Tornarono solo in venti.

Le celebrazioni a Genova
Da otto anni la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità ebraica di Genova, ricordano i tragici eventi del novembre 1943 con una marcia silenziosa, illuminata dalle fiaccole e accompagnata dai nomi dei campi di sterminio, che tocca tutti i luoghi che fecero da scenario a quegli eventi: da Galleria Mazzini – il punto dove venne arrestato il rabbino Emanuele Pacifici, ricordato da una “pietra d’inciampo” – alla Sinagoga di passo Bertora, che il 3 novembre di 73 anni fa venne profanata dalla retata nazista che diede inizio alla deportazione degli ebrei genovesi.

Si tratta di un evento che coinvolge tutta la città (soprattutto i giovani, le scuole, persone di diversa nazionalità e religione) che nasce dall’antica amicizia di Sant’Egidio con gli ebrei: a Roma, dal 1994, una manifestazione ricorda ogni anno la deportazione della comunità israelitica, il 16 ottobre 1943, ed è diventata ormai un appuntamento per tutta la città, con una grande presenza anche delle comunità immigrate.

Nel 2010 Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana, ricordò la figura del nonno Riccardo, rabbino di Genova catturato e ucciso in Galleria Mazzini nel novembre 1943. «La memoria della Shoah nelle nostre città – spiegò allora Pacifici – non deve essere solo fatta di un ricordo doloroso, ma deve essere una festa, soprattutto per noi ebrei: deve dire che noi ci siamo ancora e che la vita ha vinto sulla morte. E ricordare le discriminazioni di allora serve per costruire un futuro diverso».

Tra i compagni di questa memoria, anche i testimoni delle storie luminose di “giusti” che tentarono di porre un argine al male e all’indifferenza. Tra questi, la signora Anna Maria Repetto, sorella minore e custode della memoria di monsignor Francesco Repetto, segretario dell’allora arcivescovo Pietro Boetto, uno dei sacerdoti genovesi insigniti del titolo di “Giusto tra le Nazioni” per aver salvato decine di ebrei.

TESTIMONIANZE

Giuseppe Di Porto
«A Genova dormivamo di giorno e lavoravamo di notte. andavamo alla stazione a vendere caramelle e cioccolate ai militari. Guadagnavamo discretamente, in particolare Amedeo doveva mandare qualche soldo a Roma per la moglie e il figlio. Ci sistemammo da alcune persone, non ebree, conosciute a Roma che ci avevano offerto ospitalità. Cercavamo di aiutare anche quelle famiglie. Ma tutto questo fino ai primi di novembre.

La notizia della “razzia degli ebrei” era giunta anche a noi. Fortunatamente le nostre famiglie si erano salvate, e speravamo che non succedesse nient’altro.

Ci sbagliavamo. Il 3 novembre 1943, mentre io e mio cugino eravamo a passeggio per la città ci dissero che avevano fatto una grossa retata al Tempio di Genova. Avevano preso anche il rabbino Capo Riccardo Pacifici, nonno dell’attuale presidente della comunità ebraica di Roma.

Tornammo subito a casa, anche per avvertire le famiglie da cui eravamo ospitati. Fu lì che, mentre preparavamo le valigie per scappare, fummo arrestati dalla milizia nazi-fascista. Sulla porta di casa ci chiesero anche chi fossero le persone con cui abitavamo. noi dicemmo di non conoscerli, e fortunatamente quelle persone si salvarono.

Fummo subito trasferiti nel carcere genovese di Marassi. lì incontrammo molte persone. Fu già questa un’esperienza durissima. In carcere con un po’ di disponibilità avremmo anche potuto arrangiarci, ma noi non avevamo assolutamente nulla da scambiare o da offrire. Tra noi c’erano anche alcune persone anziane, molte donne e bambini e tutti quelli che erano stati catturati al Tempio, in attesa di trasferimento.

Di lì a poco fummo fatti salire su dei camion e portati a Milano. Restammo al carcere di San vittore fino al 5 dicembre 1943, quando ci portarono alla stazione ferroviaria per essere nuovamente “trasferiti”.

I nazisti ci dissero che chi avesse tentato la fuga sarebbe stato ucciso, e per ognuno che fosse scappato avrebbero fucilato altre dieci persone. Pensai che anche potendo fuggire, non avrei mai potuto portarmi sulla coscienza il destino di altre dieci vite.

Eravamo una cinquantina di persone ammassate in un carro bestiame. C’erano tante necessità fisiologiche. i bambini che piangevano, le persone che si lamentavano. Ci siamo fermati un paio di volte, ci davano un po’ d’acqua, ma nulla da mangiare, la fame era tanta. Per quello che so io, durante il viaggio non è scappato nessuno. arrivammo a destinazione il 10 dicembre, ma siamo scesi soltanto la mattina dell’11. Riesco a raccontare con molta difficoltà delle atrocità cui assistemmo in quei momenti. la tragedia umana di madri che urlavano, di mogli e mariti che venivano separati, di bambini e anziani trascinati dalle grida, dalle frustate e dalla bastonate dei tedeschi».

Tratto da GIUSEPPE DI PORTO, La rivincita del bene, edito dalla Provincia di Roma nel 2009

Gilberto Salmoni
«Mi chiamo Gilberto Salmoni, sono nato a Genova il 15 giugno 1928 e abito a Genova. Sono stato arrestato dalla Milizia, dalla guardia della Repubblica di Salò alla frontiera svizzera, il 17 aprile 1944. Eravamo in alta montagna con tutta la famiglia: papà, mamma, mio fratello, mia sorella e il marito di mia sorella e con due guide di Bormio, Pedrazzini e Fumagalli. Abbiamo camminato tutta la notte, in bassa quota pioveva e in alta quota nevicava. Eravamo arrivati al Passo della Forcola sui 2.770 metri di altitudine. Le guide ci hanno detto che potevamo riposarci cinque minuti in una capanna e invece siamo stati sorpresi dalla Milizia.

Siamo stati portati alla caserma di Cancano, della milizia confinaria, e poi al carcere di Bormio. Lì siamo stati due notti. Ci hanno interrogato e ci hanno sequestrato gli oggetti, orologi e soldi, che poi abbiamo ritrovato, in modo del tutto regolare. Quello che ci ha interrogato teneva un pugnale in mano, ma così, più per darsi delle arie che altro. Il Carcere di Bormio era un carcere di paese, con un ladro attaccato alle catene e alla palla, come nelle vignette.

Dopo due giorni ci hanno portato a Tirano e siamo stati consegnati alla gendarmeria tedesca. Il giorno dopo, ammanettati e accompagnati dai carabinieri, siamo andati in treno a Como, dove ci hanno consegnato alle SS. A Como siamo stati circa cinque giorni poi siamo stati portati a Milano a San Vittore. […] Io non ho detto che eravamo stati arrestati come ebrei. In effetti la mia famiglia era una famiglia mista, c’era una nonna cattolica, poi con dei documenti saltavano fuori altri misti. Noi eravamo battezzati. Vi abbiamo passato un bel po’ di tempo, almeno una decina di giorni. […] Poi di lì siamo andati a Fossoli, che era un campo di transito, non era organizzato per seviziare le persone e farle lavorare. Era organizzato per trasferire la gente. Eravamo separati dalle donne della famiglia, però c’era la possibilità di vedersi. Lì ha giocato la documentazione che avevamo. Infatti gli altri ebrei che erano stati trasportati sono partiti, il giorno dopo o al più due giorni dopo, per Auschwitz. Noi invece siamo rimasti a Fossoli per un periodo abbastanza lungo, fino allo sgombero del campo. Quelli giudicati “misti” erano trattenuti lì. Nel periodo in cui siamo stati a Fossoli c’è stata la chiamata per un trasporto mi pare di settanta persone, che poi sono state fucilate al poligono di Carpi. La cosa è risultata subito evidente perché i loro bagagli erano partiti ma poi sono tornati indietro. […]

Fossoli era un campo relativamente tranquillo, anche se una volta un prigioniero politico che era riuscito a scappare è stato ritrovato e massacrato dalle botte, davanti a tutti, in piazza d’appello. Poi ci è stato detto che basta, che eravamo stati abbastanza in villeggiatura, che avremmo dovuto andare in un campo ben organizzato.

Così hanno organizzato il nostro trasporto e siamo stati portati a Verona. Allora si passava il Po sulle barche, perché i ponti erano interrotti. C’era una corriera fino alla riva, poi un’altra corriera sull’altra riva che ci portava a Verona. A Verona, alla stazione di Porta Vescovo, ci hanno separato con determinati criteri che erano già stati stabiliti a Fossoli.

Mia madre, mio padre e mia sorella erano in un vagone, io e mio fratello in un altro. Le due guide invece erano già andate a Mauthausen, però una è scappata durante il viaggio e si è unita ai partigiani della zona di Bormio. Mio fratello ed io siamo stati fatti scendere a Innsbruck con l’incarico di portare il caffè ai prigionieri e in quel momento abbiamo visto che sul vagone dove c’erano i miei c’era scritto Auschwitz e già si sapeva bene che non c’era da aspettarsi niente di buono. Sul nostro c’era scritto Buchenwald, che per noi era un nome sconosciuto. Non so come e quando ci siano arrivate queste voci, però so che quando poi siamo arrivati a Buchenwald e ci hanno portato alle docce, alcuni dicevano “vediamo se esce il gas”. Quindi non so dire come, ma erano già informazioni acquisite.

A Innsbruck quindi i vagoni sono stati separati. Siamo arrivati in piena notte a Buchenwald. Ci hanno rinchiuso in una baracca buia e già piena di gente. Non si respirava, ma non avevamo il coraggio di aprire le porte. Era già una situazione drammatica. La mattina siamo stati immessi nel ciclo di inserimento nel campo, quindi spoliazione, doccia e depilazione. Ci hanno dato l’abbigliamento che consisteva – allora era agosto – in una camicia, una giacca, un paio di calzoni buttati a caso e un paio di zoccoli. Con l’avvicinarsi dell’inverno ci hanno poi dato un cappotto e degli zoccoli che si chiudevano. Poi ci hanno dato il numero, che abbiamo cucito in qualche modo e siamo stati mandati al blocco di quarantena. Il mio numero era 44.573 e quello di mio fratello 44.529, numeri sparsi, a caso, che per noi sono stati un mistero, fino a quando dopo la liberazione siamo andati a vedere i nostri documenti e abbiamo visto che quel numero era la quarta volta che veniva riutilizzato».

Tratto da GILBERTO SALMONI, Testimonianze dal lager, per Rai Educational