Published On: Mer, Lug 13th, 2016

32° premio Rapallo Carige, le schede dei libri finalisti

Terna finaliste:

Cristina Battocletti, La mantella del diavolo, Milano, Bompiani, 2015

Un romanzo, questo, che rappresenta incisivamente più e diverse linee problematiche. Un libro che ha, al centro, una complessa storia familiare. Irma, la giovane protagonista – dopo la morte della madre in un misterioso incidente in montagna – ha lasciato Cividale e il padre, ed è andata a Bologna a studiare, all’università. Il ritorno a casa, in occasione dei funerali di un amico, è occasione di una riflessione sulla propria vita e di una presa di coscienza sulla natura della propria città. Come avviene sempre quando la si lascia per un lungo periodo. Qui, è  anche una considerazione della distanza tra la grande città e il piccolo centro di provincia.

La complessità della storia di famiglia (e dei misteri che essa contiene) si annoda a quella del territorio, a quella degli intrecci e degli incroci di origine dei propri familiari, tra mondo slavo e italiano, nel Friuli orientale, sul confine con la parte di Jugoslavia poi divenuta Slovenia; e si incontra pure – quindi – con la tematica del confine, di un confine che cade in séguito all’ingresso della Slovenia in Europa, e con una storia che ha generato – in famiglia – scelte politiche diverse e opposte nei suoi componenti (il nonno che ha aderito al fascismo; il padre partigiano). Anche il contesto, la città di provincia vicina al confine, viene considerato nella sua particolarità. Di questa provincia, il romanzo – che si presenta come una sorta di noir atipico, molto coinvolgente – esplora i misteri, i pregiudizi, le sue eredità (dai Longobardi alla seconda guerra alla Resistenza), le tradizioni popolari, le leggende (come quella del ponte “del diavolo” sul fiume Natisone), le dicerie, i pregiudizi, le lobbies  e le piccole consorterie del potere locale. Ma anche il mistero di alcune morti “strane” intorno alle quali si muovono le indagini di questo libro. Dove atmosfere e paesaggi narrati originalmente con tratti notturni e gotici si intrecciano a rappresentazioni dai tratti surreali ed espressionistici. E dove il racconto del ritorno alla propria città della protagonista, reso con toni implicitamente appassionati e commossi, si colora spesso di accenti di acuta ironia e trova il proprio esito in una scrittura di grande qualità.

(Elvio Guagnini)

Stefania Parmeggiani,  “La notte di Silvia”, Roma, Castelvecchi,  2015

La notte di Silvia” narra una storia vera, trasfigurata al modo della letteratura, quasi un romanzo storico del presente, tra interiorizzazione e reportage, che è forse la cifra della nostra nuova narrativa più impegnata in un corpo a corpo con la realtà, o meglio con ciò che si sa di dover strappare a questa dimensione in apparenza immediata, vicina, a noi consustanziale eppure, nel momento stesso in cui la si scrive, enigmatica e irraggiungibile.

Questa storia, scrive nei ringraziamenti l’autrice, “mi è entrata dentro”. E se pure celata nell’ultima pagina, si tratta ben più di una rivendicazione, di un atto d’amore o persino di una dichiarazione di poetica. Può essere letta anzi come la chiave del romanzo stesso: che, con una struttura narrativa basata sull’alternanza dei punti di vista – quello di un magistrato e quello di un balordo – ricostruisce un omicidio effettivamente avvenuto sulla Riviera romagnola alla fine degli Anni Novanta.

Fu un’esecuzione come tante nel mondo della droga, vittima una giovanissima albanese sfuggita alla prostituzione per diventare un corriere della cocaina. Il corpo venne ritrovato sul ciglio dell’autostrada, un corpo minuto che “se non fosse per le mani, con le unghie laccate di azzurro, e per alcune cicatrici sulle braccia che ricordano bruciature di sigaretta, potrebbe essere il corpo di una bambina”, e pare a tutti gli effetti un corpo senza nome, probabilmente destinato a non averne mai uno: ciò che rimane, deposto dalla risacca della violenza. Andrà strappato a forza, con la costanza e la fortuna, dall’oblio in cui sta precipitando.

L’assassino, lo sapremo molto presto, il libro è meno interessato alla sua cattura e molto più al modo in cui viene vissuta la storia, è un piccolo rapinatore che vorrebbe farsi strada nella malavita: l’ex fidanzato della ragazza, che l’ha uccisa senza odio, impersonalmente, solo obbedendo a un ordine al quale non era il caso di opporsi. La verità è triste e buia come la menzogna.  E la forza del romanzo è tutta nella pietà, una pietà che urla, ringhia,  che non sa arrendersi al male e diventa linguaggio.

Se pure con qualche ingenuità stilistica, la cifra decisamente originale di questo libro è proprio nel suo essere dentro, “dentro” le parole dell’autrice, quasi a sfiorare il monologo interiore, come una preghiera o una maledizione.

(Mauro Baudino)

Sara Rattaro, Splendi più che puoi, Milano, Garzanti, 2016

Il romanzo Splendi più che puoi di Sara Rattaro, il quinto della scrittrice genovese, porta irresistibilmente il lettore nel gorgo di un’angosciante storia del terrore che sembra nata dalla fantasia del più efferato scrittore. E invece la drammatica vicenda di un marito inizialmente gentile e tenero che un po’ alla volta si rivela prepotente e poi sempre più violento, al punto da percuotere e poi sequestrare la moglie, isolandola dai suoi familiari, vietandole di lavorare e di uscire dalla casa-prigione isolata in montagna nella quale è detenuta, questa sconvolgente vicenda ha invece all’origine una storia vera, come ahimè sono vere le analoghe storie che quasi giornalmente accadono nel nostro paese. E questa storia terribilmente vera Sara Rattaro ha saputo rendere nelle sue intense e coinvolgenti pagine con la passione di chi scrive perché le sue parole servano a qualcosa, siano un doloroso esempio dal quale trarre forza e non durino solo il tempo effimero di una rapida lettura.

Il tema della violenza entro le mura domestiche è vecchio di millenni, se è vero che il primo protagonista della Divina Commedia è quella Francesca da Rimini uccisa dal marito con la spada e che più avanti Dante racconta anche l’uccisione di Pia de’Tolomei scaraventata da una finestra dal marito; ma da quel torbido mondo medievale, che non teneva in nessun conto i ruoli femminili, al di là di certe apparenze non molto è cambiato, neppure nelle leggi (e fa bene Sara Rattaro a citarne puntigliosamente le tardive emanazioni) che dovrebbero tutelare le donne, tanto che la storia di Emma e Marco non ha nulla di eccezionale ma rientra purtroppo nella norma, come rientra nella norma l’omertà di parenti e amici che fingono di non sapere e non vedere e talvolta l’ assurdità di alcune regole dello stato segnate dall’indifferenza per il dolore di chi subisce. E la diversa gamma dei sentimenti connaturati con queste vicende, dalla paura alla rassegnazione, dalla vergogna all’impotenza e infine al coraggio, viene raccontata con acuta sensibilità in questo romanzo che, pur segnato da tante pagine grondanti sofferenza e sopraffazione, giunge a un epilogo positivo nella consapevolezza che “uscire dalla violenza si può” (queste le ultime parole del libro).

(Francesco de Nicola)

 

Premio “opera prima”

Evita Greco, “Il rumore delle cose che iniziano”, Milano, Rizzoli, 2016

Con “Il rumore delle cose che iniziano”, Evita Greco ci consegna un romanzo d’esordio scritto con la penna intinta nella soavità, anche se la storia è tutt’altro che lieve.

Ada, la protagonista, è un personaggio che ospita sofferenze laceranti, ma non per questo rinuncia a vivere e amare. Il candore e la bontà la inducono a guardare oltre e a vedere la luce anche nelle situazioni più buie. Già da piccola subisce il rifiuto della madre che, dicendole di “avere altro di cui occuparsi”, la consegna come un pacco postale alla nonna Teresa. L’abbandono straziante incide una ferita profonda nella sua anima e, per molto tempo, Ada avrà paura di venire abbandonata anche dalla nonna.

Guidata dall’amore, con infinita pazienza, la nonna la rassicura insegnandole che le cose belle finiscono in silenzio, per lasciare il posto ad altre che iniziano facendo rumore, come quando, in silenzio, si lasciano davanti all’asilo e poi il bidello si mette a fischiare e comincia la scuola.

C’è il lungo strazio per il linfoma che colpisce Teresa quando Ada è ormai donna, e ci sono i giorni infiniti trascorsi accanto a lei in ospedale, sorridendo quando la nonna si mette il rossetto sulle labbra, perché significa che in quel momento non soffre.

C’è l’incontro con Matteo, un giovane manager di successo. Lui ha “le spalle grandi, le scapole piatte e la schiena più bella che Ada abbia mai visto”. Tra loro è amore a prima vista. Colma di gioia, condivide con la nonna e la bella Giulia, la più soccorrevole delle sue infermiere, questa nuova esaltante fase della sua vita.

Ma la sofferenza si riaffaccia quando scopre che Matteo è il fidanzato della bella Giulia e che i due stanno per sposarsi. Inoltre, al disinganno umiliante si accompagna la morte della nonna.

Ma Ada, che ha imparato ad ascoltare il silenzio delle cose che finiscono e il rumore di quelle che iniziano, ora sente un suono dolcissimo. La voce ingenua e fresca di Evita Greco ci trasmette, con questo romanzo, il gusto dell’amore per la vita.

(Sveva Casati Modignani)

 

Premio speciale della giuria “Anna Maria Ortese”

Pia Pera, “Al giardino ancora non l’ho detto”, Milano, Ponte alle Grazie, 2016

 Io non l’ho detto ancora al mio giardino/

Per non perdermi d’animo.

(…) Né posso dire ai miei boschi diletti/

Il giorno dell’addio.

È a questi versi di Emily Dickinson che s’ispira il titolo dell’ultimo, potente e lieve libro di Pia Pera.

L’autrice, intellettuale rigorosa, narratrice, studiosa e traduttrice delle più capitali espressioni della letteratura russa, da anni combatte infatti con un’implacabile malattia degenerativa: e da sempre combatte l’insensatezza del mondo con la cura della terra, dei fiori e delle piante del suo giardino, nelle campagne lucchesi.

Improvvisamente, dunque, Pia Pera non si ritrova più a essere un osservatore esterno delle sue creature, esposte in continuazione alle intemperie e al pericolo di essere sorte: ma, proprio come loro, è chiamata a un confronto serrato con la sua stessa mortalità.

Confronto a cui, anche se non ce ne accorgiamo, proprio perché non ce ne accorgiamo, siamo chiamati anche tutti noi, sempre.

Così, sotto l’apparenza di un libro autobiografico che racconta una storia uguale solo a se stessa, inchiodata a una rara malattia, Pia Pera ci consegna in realtà un’indimenticabile meditazione sulla tenacia della vita e sulla più comune malattia di cui soffre l’essere umano: quella di stare al mondo.

E lo fa con una scrittura che davvero non ha paragoni, nel panorama italiano.

Perché tanti sono stati i modi di praticare la letteratura, nella carriera di Pia Pera, ma unica la limpidezza dello stile, quello sguardo capace di donare ai fatti disparati dell’esistenza il colore inconfondibile dell’intimità e dell’empatia.

(Chiara Gamberale)

Premio Rapallo Carige

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