Published On: Ven, Feb 7th, 2014

Aprono i Giochi olimpici invernali di Sochi, tra le polemiche e l’ipocrisia

L’apertura dei Giochi olimpici invernali di Sochi 2014 pone diversi interrogativi alle società occidentali. Ma per capire bene il fenomeno della radicalizzazione neozarista e teocratica della Russia -anche se a scapito delle molte minoranze (non solo gay: si pensi ai ceceni e ad altre etnie del Caucaso e delle zone vicine a Cina, Afganistan etc.)- si deve capire la gravità della crisi del 1998. Del resto quella crisi è stata necessaria per chiudere la partita con la sopravvivenza residua delle colossali ed antieconomiche industrie russe ereditate dal sistema sovietico.
Da allora il sistema si è indubbiamente efficientato, “grazie” a Putin che ha ripreso la tetra tradizione zarista e comunista della vocazione imperiale nell’Est europeo e nel sud asiatico e caucasico. Il gas è diventato davvero una sacca di San Pietro che non si esaurisce mai.
In cambio il feroce centralismo di Putin ha imposto dei legami forti con la chiesa ortodossa, e una ripresa delle classiche chiusure dei regimi: contro il libero mercato, contro gli oppositori etc.
L’altissimo costo dei Giochi di Sochi (50 miliardi) si spiega col tentativo da parte di Putin di recuperare l’appeal suo e della Russia, superando la secolare diffidenza occidentale (quella con la Cina sembra superata). D’altro lato le nazioni occidentali legate alla “canna del gas russo” (per motivi spesso inconfessabili) sorridono e stringono mani…

Il legame tra crisi economica e nascita dei regimi dittatoriali o autocratici è palese, ma non va mai dimenticato, soprattutto in Italia: si pensi alla Germania e all’Italia alla fine del Primo conflitto mondiale, alla Russia del 1917, alle Primavere arabe e al loro esito militare (in Egitto e non solo)… Soltanto nelle democrazie compiute la crisi non viene risolta da un regime. E l’Italia non è una democrazia come quella inglese, dove il Parlamento nasce già nel XIV secolo…
Di solito un regime autoritario propone al “popolo” uno scambio perverso: ristabilire “ordine” ed economia in cambio di libertà di agire e di meno libertà nella società.

Riportiamo l’inizio di un articolo della Fondazione Camis de Fonseca.

“…Ricordare le condizioni che portarono Putin a prendere il potere ed esercitarlo in modo autoritario è utile per capire le conseguenze di periodi di grave instabilità economica, che non vengano governati con prontezza e determinazione.

Nel 1997 la crisi finanziaria che aveva colpito l’Asia iniziò a diffondersi al resto del mondo. La Russia stava ancora affrontando le difficoltà politiche, sociali, economiche e finanziarie conseguenti al crollo dell’URSS. Industria e servizi erano allo sfascio, i capitali fuggivano all’estero. Il prezzo dell’unica fonte di introiti rimasta alla Russia – l’energia – scendeva drasticamente.

Nel 1998 i tassi di interesse sul rublo subirono un’impennata. Il Cremlino tentò di arginare la svalutazione del rublo ricorrendo all’ancoraggio semi-rigido al dollaro: la Banca Centrale russa avrebbe dovuto mantenere il tasso di cambio rublo-dollaro entro una fascia di oscillazione determinata. Quando il rublo scendeva troppo, la Banca Centrale interveniva per fermare la discesa, ad esempio vendendo riserve di valuta estera accumulate vendendo gas. Presto il Cremlino esaurì le riserve di liquidità, mentre il prezzo dell’energia continuava a diminuire. Nell’agosto 1998 il Cremlino non era più in grado di mantenere il tasso di cambio semi-rigido e ufficializzò una massiccia svalutazione (grafico in alto). La Borsa di Mosca perse il 75%. Il governo russo non pagò i 40 miliardi di dollari di debito pubblico dovuti sul mercato interno.  

I Russi videro tutti i loro risparmi andare in fumo. L’inflazione raggiunse l’84% (grafico), il prezzo del cibo aumentò del 100%. La maggior parte degli stipendi non vennero più pagati. La crisi gettò nella povertà circa 43 milioni di persone, ovvero il 30% della popolazione.

russia debiti regioni 1998

La produzione industriale era già scesa del 60% tra il 1992 e il 1998 (a titolo di paragone, negli USA durante la Grande Depressione il crollo fu del 47%). Anche il settore agricolo era in caduta libera – la produzione era calata del 50% rispetto al 1992 – perché le riforme si facevano attendere e mancavano investimenti nelle attrezzature e nei fertilizzanti. Alcune regioni furono colpite da gravi carestie.

Nell’ottobre 1998 la gente scese in piazza. Gran parte delle amministrazioni locali si dissociarono dalle strategie proposte dal Cremlino per arginare la crisi e iniziarono a difendere soltanto i propri interessi. Nelle regioni di Kemerovo, in Tatarstan e nell’Altai, i governatori vietarono l’esportazione di cibo verso altre regioni, violando la legge federale. (Segue)

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