Published On: Ven, Lug 26th, 2013

Assassinio di un oppositore tunisino

I commenti politici in Tunisia, dopo l’assassinio dell’oppositore Mohamed Brahmi, leader del Movimento Popolare e deputato all’Assemblea costituzionale, dicono tutti la stessa cosa: chi ha ucciso Mohamed Brahmi ha ucciso la Repubblica tunisina, la libertà, la laicità dello Stato.
Preoccupa una cosa: va bene la giornata di lutto nazionale proclamata dal governo (neo-integralista); va bene lo sciopero generale proclamato dai sindacati; va bene lo stop ai voli proclamato da Air Tunisia. Ma a noi dovrebbe dare da pensare che chi ha osato manifestare era da solo o quasi: qualche centinaio di persone.

Colpa dell’ondata salafita integralista che ha minato le solide basi sociali della Tunisia di Ben Ali, che -pur essendo corrotto- manteneva una rotta razionale, invece di un disastro sociale con derive religiose preoccupanti i cui riflessi rischiano di arrivare anche in Italia.

La data non poteva essere più simbolica: il 25 luglio è il giorno della proclamazione della Repubblica tunisina. E’ il secondo assassinio politico in sei mesi, dopo quello dell’altro leader laico di sinistra  Chokri Belaïd (la sinistra è rimasta in tutto il MENA (=Medio Oriente-Nord Africa) il solo baluardo culturale contro una deriva komeinista in salsa sunnita cui cercano (male) di opporsi i sauditi.

Sotto accusa il partito islamista Ennhada, ritenuto mandante politico dell’omicidio. Ennhada era praticamente in esilio sotto il regime di Ben Ali, prima di ritrovarsi al potere, in un lampo degno dei Fratelli Musulmani (autori dell’operazione).  Whabi Jommâa, di Ettakatol, parla di «forze oscurantiste». Rischi di guerra civile? Pochi. Il vero rischio è all’italiana: una decadenza in stile decrescita infelice con una illibertà ancora più infelice.

Mohammed Brahmi

Mohammed Brahmi

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