Published On: Lun, Lug 24th, 2017

Assegno al coniuge post divorzio: stop agli assegni troppo elevati

Nuovo indirizzo interpretativo, assunto dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, in tema di diritto all’assegno divorzile.

La Cassazione ha “smontato” il proprio precedente orientamento, che collegava l’assegno divorzile al parametro del “tenore di vita avuto in costanza di matrimonio”: il criterio di spettanza diventa ora l’indipendenza o l’autosufficienza economica del coniuge che lo richiede.

Lo hanno stabilito le sentenze 11504/2017 e 15481/2017, depositate a maggio e giugno scorsi.
Con la prima decisione i supremi Giudici hanno respinto il ricorso con il quale l’imprenditrice Lisa Lowenstein – ex moglie di Vittorio Grilli, già ministro dell’Economia nel governo di Mario Monti – reclamava l’assegno divorzile negatole dalla Corte di Appello di Milano e prima ancora dal Tribunale di Milano.

Il mantenimento del tenore di vita precedente il divorzio non è più un diritto: Grilli, dopo la fine del matrimonio, ha subito una contrazione dei redditi e la Lowenstein può mantenersi da sola.

La Cassazione giunge a stabilire nuovi parametri in materia di riconoscimento dell’assegno divorzile, abbandonando la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come “sistemazione definitiva”: niente più rendite parassitarie ed ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto ormai concluso, ma responsabilizzazione del coniuge che pretende l’assegno, che dovrà attivarsi per realizzare la propria personalità, nella nuova autonomia di vita, alla stregua di un criterio di dignità sociale.

Intervenuta la sentenza di divorzio, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente, sia sul piano dello status personale dei coniugi – che d’ora in poi devono considerarsi “persone singole” – sia sul piano dei rapporti economico-patrimoniali.

Fermo restando, in presenza di figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale, con i relativi doveri e diritti, da parte di entrambi gli ex coniugi, il diritto all’assegno di divorzio può essere riconosciuto solo nel caso in cui venga accertata giudizialmente la mancanza di «mezzi adeguati» dell’ex coniuge richiedente l’assegno o, comunque, l’impossibilità dello stesso «di procurarseli per ragioni oggettive».

La Cassazione sottolinea che l’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica.

Il diritto all’assegno di divorzio andrà quindi negato tout court in presenza di «mezzi adeguati» dell’ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità «di procurarseli», vale a dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso.

Nell’ipotesi in cui il coniuge richiedente dimostri di non possedere «mezzi adeguati» o di non poterseli procurare «per ragioni oggettive», il diritto dovrà invece essergli riconosciuto.

Non è più quindi configurabile, come un interesse giuridicamente rilevante o protetto, quello dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale, anche perché – in carenza di ragioni di «solidarietà economica» – l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in un ingiustificato ed illegittimo arricchimento. Del resto immaginare un qualsivoglia criterio – quale è quello del “tenore di vita matrimoniale” – che sia legato ad una sorta di ultra-attività del concetto di “assistenza” costituisce un vero e proprio vulnus dei diritti assicurati alla persona da norme anche di rango sovranazionale, come la Carta Europea.

A queste osservazioni innovative ha fatto eco la seconda sentenza, la 15481 del 22 giugno 2017, con la quale sempre la Prima Sezione – presidente Di Palma, relatore Genovese – approfondisce il tema rispetto ad una pronuncia della Corte di Appello di Roma che, in tema di revisione dell’assegno divorzile, pur avendo ridotto l’importo dell’assegno medesimo, ne aveva comunque confermato la debenza.

La Cassazione ha così accolto il ricorso di un funzionario romano in pensione con duemila euro al mese e un tfr da 61mila euro che tutti i mesi, per «evidente divario economico tra le parti» e per consentirle «un tenore di vita in linea con la convivenza», doveva versare cento euro alla ex moglie che aveva una pensione di 1141 euro.

La pronuncia non solo ha reiterato la valenza della sentenza 11504/2017, ma ha affermato ulteriori aspetti di assoluta rilevanza. La Corte ha in particolare osservato come, anche nel procedimento di revisione, debbano considerarsi operativi i principi riconosciuti dalla sentenza n. 11504/2017, ribadendo che l’accertamento giudiziale del diritto all’assegno divorzile si articola in due fasi.

Una prima fase, concernente l’“an debeatur”, è informata al principio dell’auto-responsabilità economica di ciascuno dei coniugi quali “persone singole” ed ha per oggetto la verifica giudiziale della sussistenza dei presupposti di legge ai fini del riconoscimento, o meno, del diritto all’assegno divorzile.

La seconda fase, riguardante il “quantum debeatur”, è invece improntata al principio della solidarietà economica dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro quale persona economicamente più debole ed investe soltanto la determinazione dell’importo dell’assegno stesso.

Il Giudice del divorzio, chiamato a decidere sul riconoscimento o meno dell’assegno, deve quindi verificare, nella fase dell’”an debeatur”, se la domanda dell’ex coniuge richiedente soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di “mezzi adeguati” o, comunque, impossibilità “di procurarseli per ragioni oggettive”), non con riguardo ad un “tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio”, ma “con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso, desunta dai principali “indici” – salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri “lato sensu” imposti e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), della capacità e possibilità’ effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso e al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Tutto questo sulla base delle pertinenti allegazioni deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge.

Il Giudice, nella successiva (eventuale) fase del “quantum debeatur”, deve tenere conto di tutti gli elementi indicati dalla legge (“condizioni dei coniugi”, “ragioni della decisione”, “contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune”, “reddito di entrambi”) e valutare “tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio” al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno divorzile, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova.

La Cassazione, dando ragione al reclamo dell’ex marito, ha pertanto stabilito che la Corte di Appello di Roma dovrà rivedere il caso, uniformandosi alla sentenza 15481/2017 e, dunque, senza prendere come riferimento il parametro del “tenore di vita”, bensì quello dell’”indipendenza o autosufficienza economica”.

C’è dunque un’innovazione dei criteri che non conosce tentennamenti e porta la Camera di Consiglio della Prima Sezione della sentenza 15481/2017 ad affermare la valenza ex se del nuovo orientamento introdotto dalla Sezione semplice con la sentenza 11507/2017 e che non necessita, per essere confermata, di una pronuncia delle Sezioni unite, come richiesto, inutilmente, dall’ufficio del Procuratore Generale.

In sostanza la Cassazione ha dato via libera all’applicazione di “massa”, ai giudizi divorzili in corso, dei principi elaborati con la sentenza “Grilli” che – con la decisione n. 11507 depositata lo scorso dieci maggio – ha rivoluzionato il criterio di attribuzione dell’assegno di divorzio in favore del coniuge più debole mettendo in soffitta il suo diritto a conservare il tenore di vita matrimoniale.
(Testo inviatoci dall’avvocato Marco Silvio Gogioso (Chiavari), che ringraziamo per il contributo)

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