Published On: Lun, Giu 17th, 2019

Breve storia della Compagnia del Divino Amore e dell’Albergo dei Poveri di Genova

Durante il periodo estivo la Sezione Didattica di Solidarietà e Lavoro, presso l’Albergo dei Poveri, proporrà ai bambini tre attività per conoscere il monumentale gioiello seicentesco di Genova. “Maschere Illustri”, Mercoledì 19 giugno alle ore 10,00- Giovanni Battista, Ettore, Virginia ed Emanuele: alcuni dei nomi importanti per la storia di Genova e dell’Albergo dei Poveri. Conosciamo questi personaggi e costruiamo le maschere che li rappresentano.
Per bambini dai 5 agli 11 anni. Info e prenotazioni: 348 3578739/ 348 3578720 didattica@solidarietaelavoro.it

ALBERGO DEI POVERI
La sua prima edificazione si ebbe nel 1652 per volere di Emanuele Brignole che, assieme a Oberto Della Torre, fu scelto dalla Repubblica di Genova per seguire la costruzione di un nuovo ricovero o rifugio ove ospitare i poveri della città.
Tra il 1626 e il 1634 venne costruita una nuova e più ampia cinta di muradisegnata da Ansaldo De Mari e da Giambattista Baliani che andava da Carignano a Capo di Faro passando per il monte Peralto. Si ampliò l’arsenale e il porto con la costruzione del Molo Nuovo (1638-1644), si edificarono i magazzini di Portofranco e dell’Abbondanza, l’acquedotto, i forni, nuove strade con interventi di architetti come Bartolomeo Bianco e Orazio Grassi. Anche l’assistenza e l’ordine pubblico divennero un capitolo di questo orgoglioso tentativo di rilancio della città nel contesto europeo.

Quando infine emerse, come inevitabile, l’idea della costruzione di un nuovo lazzaretto, la scelta cadde sulla valle di Carbonara a ponente, fuori dalle mura vecchie ma entro quelle nuove. L’edificio sarebbe stato “vicino alla città ed insieme appartato, fuori di mano ma non fuori da li occhi…abbellendo la città senza occuparla, e generando negli animi di chi l’ammira un’altissima stima della provvidenza, generosità e carità genovese” (Deza 1674-1675, capo II, citato nel sito Albergo dei Poveri). Nell’emergenza della terribile pestilenza che si abbatté sulla città nel 1656-1657 decimando la popolazione, si decise di seppellire i corpi degli appestati nelle fondamenta dell’Albergo e di dedicare la chiesa del complesso, la cui prima pietra fu posta il 28 aprile 1657, alla Vergine Immacolata come voto per la cessazione della moria.

Per facilitare il trasporto dei materiali e l’accesso delle maestranze e dei Protettori al cantiere, nel 1660 si approvò l’apertura di un portello nelle mura della città e la costruzione del viale rettilineo che tuttora immette all’edificio. Il progetto è documentato in un disegno anonimo datato 11 gennaio 1660 in cui compare anche una parte della zona sud del fabbricato.
Questa è la più antica testimonianza grafica in relazione all’Albergo che si sia conservata. È infatti irreperibile l’incisione della pianta del complesso, richiesta come modello in Italia e in Europa fino a Settecento inoltrato, e attribuita dalle fonti all’architetto Stefano Scaniglia, che forse potrebbe essere l’autore anche del disegno della strada.

La Compagnia del Divino Amore

Prima dell’Albergo dei Poveri ci fu l’opera realizzata dalle esemplari vite di una santa, Caterina Fieschi-Adorno, e di un santo laico, Ettore Vernazza, i quali fondarono la Compagnia del Divino Amore.
Santa Caterina da Genova era discendente della famiglia dei conti di Lavagna Fieschi, che avevano dato alla Chiesa papi e alti prelati.
Attorno alla figura di Caterina Fieschi Adorno si era creato già a partire dalla fine del Quattrocento una sorta di cenacolo intellettuale e operativo nel quale spicca la figura di Ettore Vernazza.
Nato a Genova verso il 1470, ricchissimo umanista e notaio, si distinse, oltre che per la sua onestà, anche per il suo innato senso religioso e per la sua attenzione ai bisogni degli uomini.
Durante la terribile pestilenza del 1493/94 Ettore Vernazza entrò in contatto con Caterina Fieschi Adorno e, mentre era intento ad aiutare con ogni mezzo gli appestati, venne abbagliato dalla cultura e dalla personalità magnetica della nobildonna genovese.

Nel 1497 Vernazza fondò la Compagnia del Divino Amore, che nel 1514 ottenne l’approvazione papale con un breve di Leone X e che era un’attuazione pratica delle teorie mistiche di Santa Caterina da Genova.
Fu un’associazione dall’influenza significativa sulle vicende non solo assistenziali ma anche politiche genovesi fino al XVII secolo e oltre. 
Gli adepti, che tra loro si chiamavano “Fratelli” e operavano in segreto, appartenevano alle migliori famiglie di Genova. Erano ricchi e colti e impegnavano le loro risorse economiche ed intellettuali, il loro prestigio pubblico e il loro tempo libero al fine di realizzare opere di carità ma anche di respiro sociale ed economico.

Vernazza morì di peste nell’ospedale da lui fondato.
Intorno all’anno 1496 aveva sposato Bartolomea Ricca e dalla felice unione nacquero tre figlie: la menzionata Battistina – al secolo Tomasina, tenuta a battesimo da Santa Caterina e in clausura dall’età di 13 anni, e altre due sorelle, le quali anch’esse presero il velo. Battistina disse anche, in merito alla vita familiare, che era davvero felice, in casa «stavano in molta pace insieme». Fu membro della Confraternita et Oratorio del Divino Amore, fondata il 26 dicembre 1497 su ispirazione dei discepoli di Santa Caterina, con lo «scopo di trasformare l’amore divino in amore per il prossimo». In quello stesso anno Ettore fondò la Compagnia «del Mandilletto» per raccogliere elemosine per i poveri. Nel dialetto ligure il mandiletto è un fazzoletto che serviva a coprire il volto del donatore quando andava nelle case dei bisognosi a lasciare aiuti. Nello stesso contesto sorse inoltre il «Ridotto degli Incurabili», i cui primi statuti furono approvati il 27 novembre 1500 dal Senato della Repubblica di Genova. Gli «incurabili» erano i sifilitici, i più meschini tra gli ammalati, rigettati da tutti perché il loro corpo si copriva di vesciche e ascessi, fetidi e contagiosi.
Neppure quarantenne rimase vedovo e sentì la volontà di farsi religioso, ma fu “invitato” a continuare ad occuparsi, da laico, delle tante opere pie che già seguiva. Dopo Genova, si adoperò perché venissero fondati «Ospedali per gli incurabili» a Roma (1515) e a Napoli (1517). Nell’Urbe Leone X gli mise a disposizione l’antico e fatiscente Ospedale di san Giacomo e per aiutarlo concesse all’opera privilegi fiscali. A Napoli, dove stette due anni, il Vernazza collaborò con la nobile catalana Maria Lorenza Longo, fondatrice dell’Ordine delle Cappuccine, recentemente dichiara venerabile. Seguendo tali esempi, opere simili sorsero a Palermo, Firenze, Bologna, Savona, Brescia, Padova e Venezia. Tornato nella sua città, il Vernazza si dedicò anche all’assistenza delle «convertite» e all’istruzione delle orfanelle per le quali aprì il Conservatorio di san Giuseppe, ancora oggi vitale. Stabilì inoltre che fossero stanziati fondi perché alcuni avvocati si occupassero di seguire le cause dei poveri. Si occupò pure dei poveri vergognosi – che per questioni di rango non potevano chiedere l’elemosina – e degli schiavi da riscattare.
Instancabile, questo notaio avrebbe potuto fare ben altra vita. Fu un capace amministratore e uomo di cultura, dispose lo stanziamento di fondi per un pubblico studio, in cui si tenessero lezioni di diritto, medicina, grammatica e retorica. Per tale motivo è considerato tra i fondatori dell’Università di Genova. Nel 1512 lasciò disposizioni testamentarie perché vi fossero create quattro cattedre di medicina.
Promosse infine il Lazzaretto per gli appestati di S. Maria di Loreto – nel quartiere della Foce, poi trasferito in Portoria – col sostegno del doge Ottaviano Fregoso. Svolse la sua opera di carità a contatto con dogi, senatori e pontefici, ma rifiutò il ritratto che in segno di gratitudine volevano fosse collocato tra i benefattori del lazzaretto, dicendo che non voleva «fumo». Decise di vivere nell’Ospedale degli Incurabili per poter essere sempre vicino ai “suoi” poveri. Vi morì durante un’epidemia di peste, era il 27 giugno 1524, dopo aver svolto un eroico servizio a favore degli ammorbati. L’ospedale dei Cronici fu erede di ogni sua sostanza.