Published On: Mar, Dic 6th, 2011

Centri commerciali in Italia e in Marocco

L’Italia perde la battaglia dei centri commerciali. La edificante storia di Morocco Mall a Casablanca e la desolante storia di Mondo Juve a Nichelino (Torino). Esempi di politiche pubbliche già vecchie al momento del Big Bang.
In tutto il mondo vanno forte i centri commerciali. In Italia le amministrazioni partitocratiche sono il maggiore ostacolo allo sviluppo. Ogni business è soggetto a rimandi infiniti, com’è avvenuto per esempio a Mondo Juve, un centro tra i più grandi d’Europa i cui lavori dovevano iniziare nel 2008 e terminare nel 2011 con l’apertura del nuovo stadio della Juventus. Le ultime buro-balle dicono invece che i lavori inizieranno entro il 2011 e termineranno nel 2015. In pratica attorno al centro commerciale “juventino” (con investimenti da 220 milioni) ruota più di una Terza guerra mondiale burocratica, incluse le armate svedesi della Ikea. Dopo la consueta ondata di accuse al sindaco di Nichelino, anche la costruzione del vicino quartiere Fuksas (la discussa archistar) è allo stallo. Per fare shopping sidovrà andare ai “mall” (centri commerciali) di New York? Macché, basterà emigrare in Marocco. A Casablanca, il Morocco Mall (foto) inaugurato il primo dicembre alla presenza di Jennifer Lopez si propone come un mega hub commerciale tra Europa e Africa. Previsti 14 milioni di clienti all’anno, con almeno il 15% di turisti stranieri.
Il Morocco Mall è stato progettato con cifra futurista dall’architetto italiano Davide Padoa (con uffici in sei nazioni). Padoa è anche il designer di Mondo Juve, rimandato alle calende greche. Invece Morocco Mall è stato costruito in 4 anni, il che ci porta a immaginare che emigreremo tutti a Casablanca, juventini compresi, grazie ai tempi delle politiche pubbliche italiane, basate su modelli antecedenti al Big bang…
Shopping in Marocco significa numeri maggiori e spese minori: 175 milioni di investimenti, compiuti dal gruppo marocchino Aksal, guidato da Salwa Akhannouch, e dalla company saudita El Jedaie. I commenti dei cittadini di Casablanca spiegano tutto “E’ immenso, impressionante, con tutte le marche e prezzi abbordabili. Non c’è più bisogno di andare a Parigi a fare lo shopping… Si risparmierà il biglietto aereo e si potrà pagare in dirham“.

Il Morocco Mall in cifre
200.000 metri quadrati di superficie, con 70 000 m² di vetrine su tre piani, 300 operatori internazionali, con 600 marchi, dai più commerciali fino a Vuitton, Dior, Fendi, Prada, etc. Inoltre arrivano per la prima volta in Africa Fnac e le Galeries Lafayette, che hanno ottenuto l’iscrizione al World Guiness record book per avere costruito l’ingresso più grande del mondo.
Esteso su 10 ettari, il Morocco Mall possiede anche un acquario gigantesco, definito “il più grande dell’emisfero nord” e in grado di fare concorrenza anche alla lontana Genova grazie alla compresenza di un parco tematico per bambini, piste di pattinaggio, cinema multisala, una fontana musicale che non dovrebbe far rimpiangere la meravigliosa fontana dell’hotel Bellagio di Las Vegas. Presenti inoltre un suk con l’artigianato marocchino tipico, ristoranti e ipermercato.
Il giro d’affari previsto è di quasi mezzo miliardo di euro (430 M€), con 5000 dipendenti e altri 21.000 lavoratori che avranno benefici indiretti dal Mall.

Lezione per l’Italia
Il piccolissimo comune di S. ha 10 “palazzi della cultura” (vero) e 300.000 musei (non vero ma ci si arriverà). Tutti vuoti e dilettantistici: gli abitanti di S. non sono più colti che altrove, ma forse sono più poveri. Il comune infatti avrebbe dovuto lasciare spazio agli imprenditori, senza sostituire le imprese libere col partito e con gli “imprenditori amici”. Avrebbe così permesso la rinascita di una piccola e media industria ad alto contenuto tecnologico. Invece le aziende superstiti chiudono una dopo l’altra. La Liguria avrebbe potuto favorire il turismo creando centri commerciali tematici, basati sulle qualità tipiche dell’ingegno italiano: grande artigianato; prodotti agroalimentari da esportazione; prodotti artistici e culturali (non quelli dei musei, ma quelli degli artisti viventi, se ce n’è ancora). Invece niente di tutto ciò: il pesce, in Italia, non puzza dalla testa (Roma) ma puzza soprattutto dalla coda, cioé dagli 8000 microdisastri dei Comuni.