Published On: Mer, Ago 12th, 2015

Cinghiali: un problema nazionale e ligure. Renata Briano propone una soluzione

Riportiamo qui l’analisi di un’esperta sulla specie, Renata Briano, che è intervenuta sul problema della limitazione del numero di cinghiali in Italia e Liguria, soprattutto dopo la tragedia di Cefalù (un uomo ucciso e sua moglie ferita da cinghiali).
Non vorremmo destare un vespaio né un zanzaraio di discussioni infinite. In sintesi ci sembra che la soluzione “animalista” più sensata sembra essere quella della sterilizzazione ormonale delle femmine. Difficile da farsi, però.
Di sicuro, continuare come ora è sbagliato sia per gli animalisti sia per chi non lo è.
Molti puntano l’indice contro l’estensione eccessiva dei Parchi, dove il divieto di caccia dà via libera alla proliferazione di cinghiali e caprioli (500.000 oggi, mentre erano 10.000 nel 1945). Contrariamente a quanto immagine l’opinione comune, sono molte le specie in incremento: in Liguria per esempio vi sono i gabbiani, che arrivano fino in Piemonte e sono molto aggressivi.

Scrivono Renata Briano e Andrea Marsan:

“L’evento accaduto a Cefalù lo scorso 8 agosto è sicuramente una tragedia, lo è per la persona aggredita dai cinghiali e per la sua famiglia che lo piange. Non è una tragedia annunciata: gli animali selvatici e talvolta quelli domestici aggrediscono chiunque attenti alla loro prole. I cinghiali manifestano la loro pericolosità in pochi casi : quando sono feriti, chiusi in spazi stretti senza vie di fuga o come nel caso avvenuto in Sicilia.

Ad esclusione della Sicilia, dove il cinghiale è stato reintrodotto in epoca recente, la diffusione dei cinghiali non è un fatto innaturale, anzi è un segno che i nostri boschi, abbandonati dall’uomo, stanno lentamente ritornando a condizioni naturali grazie all’abbondanza di risorse che prima venivano utilizzate dall’uomo o dagli animali domestici e che ora sono a disposizione degli animali selvatici. Questo fenomeno non riguarda solo i cinghiali, basti pensare alla diffusione sul territorio nazionale di cervi e caprioli e non riguarda solo l’Italia: i grandi mammiferi selvatici stanno letteralmente conquistando tutte le aree europee dove l’uomo ha smesso di coltivare i boschi.

I mutamenti ambientali sono stati più veloci di quelli culturali e per anni si è pensato che l’unica soluzione fosse quella di aumentare il numero di animali da abbattere durante la stagione venatoria che si pratica in autunno, unico periodo dell’anno in cui la grande abbondanza di risorse trofiche naturali (ghiande e castagne) attrae irresistibilmente i cinghiali nei boschi dove non producono alcun danno o pericolo.

Non si è pure tenuto conto delle caratteristiche biologiche del cinghiale che è in grado di raddoppiare o triplicare le proprie popolazioni in un solo anno, quando le densità vengono mantenute basse da un forte sforzo di caccia. Di fatto negli ultimi decenni i cinghiali hanno aumentato il loro numero e il loro areale e l’unico evento che è stato in grado di ridurne il numero è stata la diffusione di una piccola vespa orientale (il cinipide galligeno del castagno) che ha massicciamente ridotto la produzione di castagne e di conseguenza la riproduzione dei cinghiali.

Pensare che i predatori naturali possano risolvere il problema è una pia illusione, questi hanno bisogno di abbondanti prede, pensate ai leoni e agli gnu in Africa, e i lupi possono abbattere solo i cinghiali giovani o quelli fortemente defedati.

Quale può essere la soluzione?
Prima di tutto smettere di pensare che solo attraverso abbattimenti più drastici si possa risolvere il problema perlomeno ricordando che sono trent’anni che ci si prova inutilmente.

Poi è necessario impedire a chiunque di alimentare per diletto o passione i cinghiali. In ambito urbano molte persone continuano a divertirsi nutrendo questi animali, come se fossero gatti, abituandoli così alla presenza umana . In ambito rurale alcuni cacciatori foraggiano i cinghiali pensando di tenere lontani o cinghiali dai campi coltivati o sperando di mantenere elevati i loro carnieri di caccia.

Bisogna infine ricordare che in alcune condizioni anche a bassissime densità i cinghiali sono in grado di produrre danni alle coltivazioni agricole e quindi è necessario prevenirli attraverso moderni, efficienti ed economici sistemi come le recinzioni elettrificate.

Per anni abbiamo trattato i cinghiali come una calamità senza che questo sortisse alcun effetto in termini di riduzione di danni o conflitti. Se provassimo a pensarli come una risorsa si potrebbe avere un’inversione di tendenza.

L’enorme quantità di ungulati selvatici presenti nel nostro territorio può rappresentare una fonte rinnovabile di cibo di elevata qualità nutrizionale derivata da animali vissuti in libertà e non sottoposti a nessun trattamento con sostanze medicinali. La carne così prodotta potrebbe entrare in un circuito locale, come previsto da norme comunitarie, e costituire una fonte di reddito accessorio per le comunità rurali che sicuramente stanno vivendo un forte momento di difficoltà.

Testo di:
Andrea Marsan- Università di Genova -esperto in gestione faunistica;

Renata Briano – Eurodeputata e Laureata in Scienze Naturali con una tesi sul Cinghiale sotto la guida del prof. Spanó e del dr. Marsan con il quale ha collaborato anche in Assessorato Provinciale e Regionale.
cinghiale

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