Published On: Gio, Mar 26th, 2020

Città deserte: Paul Virilio, i quadri di De Chirico, il virus, un futuro da inventare

Paul Virilio (1932-2018) è stato professore emerito dell’Ecole Spéciale d’Architecture di Parigi, dove entrò nel 1968, per poi diventarne direttore di studi e, in seguito, presidente del consiglio d’amministrazione.
La Dromologia è la scienza -fondata da Virilio- che studia le dinamiche degli spostamenti e la velocità urbana/interurbana.
E’ lo studio sociale del territorio.
La dromologia è importante anche il relazione alla guerra e al potere: “Chi controlla il territorio lo possiede. Il possesso del territorio non riguarda principalmente le leggi ed i contratti, ma prima di tutto riguarda la gestione del movimento e della circolazione“.
Punti focali di tutto ciò sono la picnolessia, lo stato di narcosi indotto dalla velocità (un bambino che guarda fuori dal finestrino di un treno, un adulto che guarda lo scorrere di 25 o 24 fotogrammi al secondo su tv o interfaccia digitale. Il saggio “La bomba informatica” resta uno dei pochi assennati libri critici sulla rivoluzione digitale, che ci ha donato la velocità istantanea, il tempo “reale” collegando ogni individuo con tutto il mondo, così che il suo continuo “stare ON LINE” includa il suo continuo stare OFF LINE da sé stesso. Una droga di massa.
La “sparizione dello spazio” di Virilio è quindi anche la “Sparizione del Sé” già individuata sotto le pieghe della società del Novecento da molti scrittori, vedi “Sparire a se stessi”, un notevole studio di Adolfo Fattori, che si può leggere per intero in quello scrigno di gioie che è Academia.edu.

Perché questa digressione su Paul Virilio?
Perché uno dei temi centrali di questo periodo è la città (vedi infra tra le opere di Virilio)
Le città del mondo sono in ginocchio (ateisticamente e unidimensionalmente) davanti al Coronavirus.
Nel corso di ogni focolaio epidemico ogni spostamento è vietato.
Dovremmo essere quindi fuori dalla picnolessia di massa, ma così non è perché siamo stati legati, non dalle regole sanitarie, ma dalla natura stessa della città, tempio delle masse. E le masse sono la downtown, il centro del disastro.
Nel Novecento intere popolazioni furono fisicamente legate (vedi Ortega y Gasset, “La ribellione delle masse), con le schiavitù naziste, burocratiche, comuniste.
Nei primi anni Zero sono state annichilite dalla paura del terrorismo e dalla realtà di una crisi che dura fino a oggi.
Economica, certamente, ma anche più profonda, visto che il problema è l’irruzione dell’invisibile nell’iperrealtà, non come Bene ma come malattia, come contagio, e come ritorno della morte nell’era dell’eterno presente (vedi il film Zombie, oppure due capolavori come L’uomo dei giochi a premio e La città sostituita di Ph. K. Dick). Il male, invisibile, sta dentro di noi, o può entrare se non facciamo attenzione. Il potere ci protegge dal male, e lo fa da un punto di vista buono, sanitario, anche se ci incatena, il che ci fa rivela che siamo tornati a essere una massa di bambini, incapaci di stare alle regole di buon senso se non sotto coercizione.
Il problema sono le città, il loro vuoto, la loro distanza dalla natura, diventata sconosciuta perché lontana dalla città ma insieme diventata ipervicina dai documentari National Geographic e dalle spiegazioni scolastiche. L’ambientalismo urbano è innaturale.
Le città sono strapiene, e insieme sono vuote.

Come le città d’Italia di Giorgio de Chirico, che sono deserti senza persone.
Come nel romanzo Il Cardellino di Donna Tartt in cui due ragazzi vivono nella periferia estrema di Las Vegas, un confine tra il deserto umano del centro città, e il deserto del Mojave, che reclama in continuazione la sua parte di polvere.
Sono piene di Storia, di architetture classiche, di monumenti umbertini, di tracce architettoniche del neoclassico protofascista o stalinista, o del razionalismo, o del Déco, o dello stile romano sepolto dalla lava, a Pompei .
Dove sono finiti gli esseri umani?
De Chirico dipinge come Guido Morselli scrive in Dissipatio H. G.. Sembra -come dicono- un pittore “metafisico“. In realtà ci mostra la realtà delle città italiane di inizio Novecento e di inizio Duemila: lo splendore dei monumenti, delle piazze, degli edifici, delle chiese; il Nulla di una società eternamente ingravidata dai segni del potere, fino alla riduzione al silenzio, pieno dei voli di mosche delle discussioni nei siti social e delle prediche nel deserto dei preti della stampa mainstream.

Sapremo uscire dal labirinto del Minotauro, dai monumentali palazzi grandi come il colosso di Rodi, da un tempio di virus grande quanto il mondo (anche nella provincia italiana o cinese dove il virus è scoppiato, perché la pianura Padana è una città diffusa persino nella sua componente agraria). Riusciremo a fuggire da città-cattedrali dedicate a dei decaduti?
Non si tratta di tornare a Rousseau, anche perché l’Uomo non è “buono per natura” -semmai il contrario, come insegna l’antropologia (Cannibali e re, di Marvin Harris, 1977)-.
Il futuro andrà ricostruito ex novo, uscendo dalle gabbie del dualismo ideologico: egualitarismo versus liberalismo illiberale, politically correct versus la maleducazione come atto umano primario, sovranismo versus internazionalismo, conservatorismo vs. progressismo, ambientalismo urbano versus antiambientalismo tout court…
La guerra civile universale nega la Terza possibilità, la sintesi dialettica, l’idea nuova, e ha cristallizzato la situazione del Novecento in un conservatorismo globale, che include il “progressismo” ed esclude ogni possibile sinapsi, quasi una dittatura autorealizzata (noi siamo gli artefici del potere cui ci siamo assoggettati). Non si potrebbe stare meglio che sotto la Signoria del Sé, ci siamo detti, e abbiamo sbagliato.

De Chirico inserisce la figura del manichino nel suo Le muse inquietanti e in molte altre sue opere. E’ il golem della mitologia ashkenazita mitteleuropea, o quello di Dick ne La città sostituita, o il tema del doppio digitalizzato di Blade Runner o de L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares.
Il tema della maschera e delle mascherine sanitarie di cui oggi sono piene/vuote le città è ricorrente ci riporta a film come Eyes wide shut, It, Essi vivono, L’uomo invisibile… L’altro non è più quello della commedia dell’Arte vivificato nel Carnevale di Venezia, l’altro è l’untore, un nemico. Del resto la città si fonda sulla negazione del prossimo (incluso il fratello, come tra Romolo e Remo) e sulla protezione da ogni possibile nemico… Infatti la costruzione dei confini e delle mura di Roma sono il primo atto fondativo, dopo l’omicidio rituale di Remo.
Eppure l’altro, che si teme e si rinchiude al di fuori con la costruzione di confini e di case, nella società globalizzata e informatizzata mondiale vive all’interno delle mura, non è più dall’altra parte. Ha un cavallo come i greci davanti alle mura di Troia, con lui si vive a contatto stretto, un contatto da metrò, una prossimità che è fisica ma non sociale (nel metrò oggi tutti tacciono, a parte gli studenti ancora selvatici, ma tutti sono collegati via web).
Città in cui la Storia e i suoi fasti agonizzano, e il presente è intessuto di una temporanea reclusione in/volontaria, specchio della ormai lunghissima reclusione informatica, culturale e sociale.

La crisi epidemica delle città troverà forse una luce da un possibile ripopolamento delle campagne, dove nuove idee potrebbero riuscire a fiorire. Oggi però dobbiamo riconoscere che il virus ha messo a nudo anche un altro problema, che esiste al di fuori delle regole utili a contrastare le epidemie: quello della libertà. Abbiamo perso le libertà effettive. Quelle conquistate dalla plebaglia resa ignorante, e quelle dei furbi che traggono profitto a spese degli altri non sono libertà, ma nuove schiavitù che sulle loro sbarre invisibili recano la falsa scritta “Liberté, j’écris ton nom”.
La libertà è anch’essa una parte del conflitto semiotico tra realtà e significazione, tra verità e finzione, tra vita e fiction.
La Libertà o sarà consapevole e incarnata o non entrerà più nelle nostre case e nelle nostre vite.

P. Virilio “Città Panico” (2004) (Sintesi dal sito dell’editore Cortina)
New York dopo la caduta del World Trade Center, Bagdad dopo quella di Saddam Hussein, Gerusalemme con il suo “muro di sicurezza”: città panico che, più di ogni teoria, evidenziano il fatto che la vera catastrofe della modernità è la metropoli, divenuta progressivamente il luogo della guerra contemporanea. Dobbiamo essere in stato di allerta permanente, ammonisce Virilio, per un incidente sempre possibile, sempre annunciato e sempre rinviato. Avremo bisogno di un ministero della Paura per amministrare città in cui si è concentrata la ricchezza ma anche la fragilità del progresso?

L’incidente del futuro” (2002)
Diffidiamo sempre più della politica ma ci fidiamo ciecamente degli scienziati per il controllo dei progressi della scienza e il rispetto dell’etica. Virilio sferra la sua requisitoria contro un fondamentalismo tecnoscientifico che sta trasformando la realtà in telerealtà e la democrazia in una telecrazia per cittadini infantilizzati. Ciò che ci aspetta è un futuro senza avvenire, privato di ciò che è semplicemente umano, aperto solo all’incidente possibile e alla sua mondovisione.
Dopo i clamorosi fallimenti dei totalitarismi militari, politici, ideologici, nazionalisti… del diciannovesimo e del ventesimo secolo, che sfruttavano fino in fondo la fusione/confusione mistica dei corpi di ciascuno con quella, smisurata e superpotente, di un corpo collettivo che vive e pensa al loro posto, l’incompiutezza individuale dipende ormai dai simulatori di prossimità (tv, web, portatili…), tanto performativi quanto i simulatori di tiro, di volo o di comportamento, che sfruttano stavolta l’impostura dell’immediatezza”.

Sestri Levante, Liguria, via Nazionale, alle 16 di una domenica di coronavirus
Passeggiata a mare nei giorni del coronavirus, Sestri Levante, Liguria