Published On: Gio, Mar 19th, 2015

Cosa insegna l’attentato jihadista di Tunisi: dati e considerazioni

Dopo questa nuova strage, risulta difficile fare un’analisi globale che risolva tutta la crisi mondiale legata alla diffusione di forme fasciste nel mondo islamico (e -in forma diversa- in Occidente).
Meglio forse dare dati e considerazioni flash.

– Tunisi è la capitale più vicina a Roma;
– In Tunisia (unico Paese in cui la Primavera araba ha avuto un risultato decente, dopo l’esclusione del partito islamico Ennadha),
– Lucia Annunziata e Gad Lerner (articolo “Il Mediterraneo è la nostra nuova linea del Piave“), finora tra gli italiani più “pacifisti”,   sono improvvisamente diventati più interventisti di G. W. Bush e più anti jihadisti di un leghista;
– Bush aveva ragione?
– Magdi Allam ha ragione?
– A Tunisi non c’è giovane che non abbia almeno un amico o un parente che si è “arruolato” con l’IS del califfato.
– L’attacco a Tunisi non è a caso: il turismo in Tunisia dà lavoro a 400.000 persone e costituisce una buona parte del PIL nazionale. L’impoverimento della Tunisia (l’insoddisfazione dei giovani etc) viene visto come condizione necessaria dai fanatici del califfato…
–  Gli jihadisti sono tornati a occupare una parte dell’Algeria, nel monte shaabni;
– Di conseguenza, il terrorismo si combatte anche diffondendo il libero mercato, il commercio;

– Dopo la strage di Tunisi, è più vicino un intervento Onu in Libia;
– Il fascismo ha un volto sanguinario nel M.O e Nord Africa, un volto giustizialista in Italia, dove il corto circuito tra corruzione e mass media promuove involontariamente lo spirito italiano, che da sempre è -invece della ricerca di soluzioni concrete (non “per Legge”!), parte sempre alla ricerca del primo colpevole da impiccare. In questo senso quello italiano è il popolo meno cristiano del mondo.
– Gli “analisti” da bar, incluso l’ex ambasciatore poi super giornalista Sergio Romano, che in nome del “realismo” sostengono la nostalgia dei dittatori mediorientali come Saddam, Mubarak, i mullah iraniani e lo stesso Assad ancora in sella. L’intervento in Libia è stato del tutto sballato, è vero, ma reimpiantare dei dittatori nei Paesi islamici è utopia pura: nessuno li sopportava più. L’idea è capire che oltre ai dittatori nei Paesi islamici anche l’islam politico è -geneticamente- una dittatura o almeno una democratura (Turchia). Dunque si devono combattere sia le dittature “laiche” sia quelle religiose.
– Israele ha torto nell’insistere con la Cisgiordania, ma provate un poco voi a vivere a due passi dal jihad e a 70 anni da Mauthausen.

COME IRANIANI E SAUDITI HANNO CONQUISTATO L’AFRICA CON L’ISLAM
(mio testo del 2005 basato su dati di Amir Taheri -giornalista e dissidente iraniano)

I mullah sciiti
Quando i mullah presero il potere a Teheran, nel 1979, ereditarono una rete di relazioni diplomatiche, economiche e militari con numerosi paesi dell’Africa nera. …I mullah cercarono di trasformarla da strumento di interessi nazionali a mezzo per diffondere la loro rivoluzione. Le missioni diplomatiche in Africa passarono da 11 nel 1979 a 32 nel 1989 (nel 1970 l’Iran aveva nell’Africa nera una sola ambasciata permanente: Addis-Abeba). Questa crescita rifletteva largamente l’interesse dell’Iran in favore dei regimi orientati a sinistra, come la Guinea di Sekou-Touré, lo Zimbawe, il Mozambico, l’Angola et l’Etiopia, prima della caduta di Mengistu Haile-Mariam. Nel 1989 la presa di potere in Sudan da parte di militari islamici ha aggiunto questo paese alla lista degli « interessi speciali » dell’Iran in Africa nera. Il Sudan è ben presto diventato il centro dell’interventismo iraniano. Nel 1990, l’Iran beneficiava di un « attracco privilegiato » a Port-Sudan, dove la marina iraniana aveva una presenza quasi permanente e conduceva una missione militare di 400 persone, che aveva lo scopo di addestrare l’esercito sudanese nella sua guerra contro i secessionisti del sud. Teheran ha successivamente commutato un prestito di 189 milioni di dollari contratto dal Sudan nel periodo dello sciah, con un programma di aiuti che includeva la fornitura di petrolio a prezzo ridotto e la consegna di armi per 130 milioni di dollari (…Nel 1993 l’Iran ha aiutato il Sudan nell’acquisto di armi cinesi, costruendo nel frattempo aereoporti e ospedali militari per l’esercito sudanese). Per sottolineare la relazione speciale tra i due paesi, il presidente Ali-Akbar Hashemi Rafsanjani fece due visite di Stato a Khartum…

L’incursione dei mullah in Africa nera non ha avuto sempre successo. Nel 1986, Ali Hassani Khameneï, allora presidente e oggi « guida suprema », si recò in visita a Harare, capitale dello Zimbawe. Rifiutò di stringere la mano alla moglie del presidente Robert Mugabe e non partecipò a una colazione di Stato offerta in suo onore perché Mugabe aveva ammesso la presenza di donne. Di conseguenza venne obbligato a rientrare nella sua ambasciata, interruppe la visita e rientrò a Teheran il giorno successivo. (da Holy Terror: Inside the World of Islamic Terrorism, London 1988).

I mullah iraniani scoprirono che potevano utilizzare la potente ed estesa rete sciita presente in Africa. Vi sono infatti molte comunità sciite di origine siriana o libanese, in quasi tutte le capitali dell’Africa nera. Nell’Africa occidentale hanno in mano buona parte del mondo degli affari, da Nouakchott a Luanda passando da Freetown e Brazzaville. Favorendo le comunità sciite i mullah iraniani raccolsero una grande simpatia, anche se le comunità erano ormai secolarizzate da decenni. (…)

Il risveglio dei Sauditi
(…) Negli anni ’80, i Sauditi
capirono che la loro pretesa di essere i soli rappresentanti del mondo musulmano veniva messa in discussione dai mullah iraniani. Fu l’ayatollah Ruhallah Khomeyni a definire il regime saudita come « colportore dell’islam americano », chiamando alla « liberazione » di La Mecca e Medina dal controllo degli Al-Saud. Di sicuro i Saud avevano più denaro degli iraniani, ma mancavano di uomini per condurre una controoffensiva. Cercarono di rimediare alleandosi col generale Muhammad Zia ul-Haq, capo fondamentalista del Pakistan. L’alleanza aveva il sostegno americano a causa della campagna in corso contro l’occupazione sovietica in Afghanistan.

Negli anni 1980 l’Africa, senza avere i titoli delle prime pagine dei giornali del mondo, diventò un campo di battaglia della guerra ideologica, diplomatica, missionaria e militare condotta dai sauditi. L’Arabia in dieci anni aprì quaranta nuove missioni diplomatiche nel continente. Cominciò anche a finanziare iniziative sociali islamiche : moschee, scuole coraniche e organizzazioni missionarie.

Gran parte delle risorse impiegate dai wahabiti in Africa proviene da ricchi dignitari di corte. Nel 1997, si è valutato che l’entità degli investimenti era di 150 milioni di dollari all’anno (Cfr. Arab News, Jeddah, 12 March 2000). La somma equivale a ciò che L’Iran spende ogni anno per promuovere la sua concezione di Islam in Africa nera. Malgrado la rivalità, l’Iran e l’Arabia sembrano spesso alleati. In Senegal per esempio i due paesi offrono ricompense in denaro alle famiglie che obbligano i propri bambini a ricoprire il proprio ventre e che portano lo « hijab » (o velo islamico) . Prima del 1979, nessuna donna portava lo hijab in Sénégal. Oggi, si stima che circa il 45 %, delle donne abbia « scelto » questa usanza islamica.

A Zanzibar, che fa parte della federazione della Tanzania, l’Iran e l’Arabia finanziano tutti e due i gruppi islamici ribelli che combattono per la secessione.

(…) In molte regioni del continente wahabiti e sciiti sono riusciti a presentare il cristianesimo come la religione delle potenze coloniali e imperialiste, colpevoli della instabilità e della povertà dell’Africa. Dichiarano che i valori islamici hanno molto in comune con la tradizione africana – come il predominio della proprietà « comune », la distinzione tra uomini e donne, la tolleranza verso la poligamia. I missionari islamici affermano che il cristianesimo è la religione dei ricchi, ed è straniera alla maggior parte degli africani… è interessante notare che molti cristiani africani condividono questo punto di vista.

Iraniani e sauditi predicano che la democrazia è un concetto occidentale, tendente a perpetuare l’influsso coloniale. Il fatto che l’esperienza della democrazia è stata quasi sempre devastante… offre il destro a queste asserzioni. L’Islam diventa così un potente mezzo di espressione della collera africana contro il ricco occidente governato dagli Stati Uniti.

Successo in Nigeria
Documenti ufficiali dichiarano « una serie di successi per l’islam » in molti paesi africani. Un rapporto iraniano stima che circa l’80 % degli Africani neri sarà islamico nel 2020. Un esempio di questo successo è la Nigeria, dove la sharia, introdotta inizialmente nello Zamfara, piccolo Stato del nord, nel 1999, si è poi estesa a dodici stati fino a raggiungere nel 2002, un terzo dell’intera popolazione nigeriana, che conta 120 milioni di abitanti.

Ciò è successo mentre la Nigeria usciva da sedici anni di regime militare corrotto, ed subiva la presenza di una classe di ricchi parassiti di governo mentre la popolazione era impoverita. In queste condizioni l’esperienza di Zamfara colmava un vuoto. Pochi mesi dopo l’introduzione della Sharia – grazie all’amputazione degli arti nei confronti dei ladri- il tasso di criminalità era caduto al livello più basso della storia. Terrorizzate dai gruppi islamici militanti, le donne oggi indossano lo « hijab » divenuto obbligatorio mentre le scuole miste vengono chiuse. Chi commette adulterio viene impiccato o lapidato… (2005)

Tunisi, strage al museo

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