Published On: Gio, Nov 26th, 2015

Cristo e le chiese cristiane, a 498 anni dalla Riforma, dopo la morte di René Girard

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Mentre scopriamo che l’obolo di San Pietro andava in gran parte ai vari sanpietrini dell’alto clero romano invece che alle missioni e ai poveri, in Italia dimentichiamo, censuriamo, cancelliamo, la rivoluzione che Martin Lutero ha compiuto 498 anni fa, con l’affissione delle 95 tesi sulla cattedrale di Ognissanti a Wittenberg. Le si legga, per una volta senza intermediari e commenti di esperti.

Chiariamo: lo scandalo della chiesa romana, riguarda appunto la chiesa, ma non i suoi fedeli e sacerdoti veri, non ipocriti, non tali per convenienza.
Tuttavia la chiesa, nella concezione evangelico-protestante, non è la struttura ma il “corpo di Cristo”, cioé qualcosa che non riguarda una gerarchia umana di presunta immacolatezza. L’organizzazione può esistere, se non si vuole ricadere nell’anarchia già individuata dall’apostolo Paolo, ma non dev’essere modellata sul modello imperiale di Eliogabalo.
Martin Lutero accende la luce della Riforma (in Italia ci tocca solo la Controriforma) “grazie” a una degenerazione: la compravendita delle indulgenze… Nel XVI secolo il papato romano vendeva il Paradiso: qualcosa che è l’essenza dell’anticristianesimo. E oggi vediamo sotto i nostri occhi qualcosa di simile. Nulla è cambiato, ma per un motivo molto semplice: l’uomo religioso e le sue organizzazioni non potranno mai essere dei santi. Altro che “Ognissanti” (festa pagana) e i vertiginosi prezzi praticati per ogni istruttoria di proclamazione di un nuovo santo, in questi anni in Vaticano. Chi ha diritto di proclamare dei santi?
Ieri è morto René Girard, cattolico e cristiano autentico. Girard fonda i suoi studi sull’antropologia religiosa sul fatto che Cristo si è incarnato per sempre nella Storia (anche se viene sempre crocifisso dai nuovi farisei) proprio per abolire il sacerdozio e per abolire una volta per tutte il sacrificio e -de facto- la stessa religione.

Che cos’è il sacrificio? E’ da un lato l’archetipo del capro espiatorio, per cui ogni comunità umana, quando si fonda, ha la necessità di individuare un colpevole cui addossare la colpa di tutto ciò che “non è chiaro” ma è negativo per la stessa comunità. Arriva un’epidemia? Si uccide la vittima (prima schiavi, prigionieri di altre tribù, vergini, primogeniti etc., e poi animali) che si “carica” del “male”, del “peccato” che ha originato la tragedia, perché “gli altri” possano continuare a vivere.
Non è un archetipo tribale, pagano o “cristiano”, ma universale tant’è vero che avviene ogni giorno ancor oggi con i “processi mediatici” per esempio. Le “nazioni cristiane” sobo davvero tali solo in una ancor piccola parte.

Inoltre il “sacrificio” è appunto il sacrum facere: produrre (quasi capitalisticamente) il sacro, attraverso tre elementi: la vittima, il rito e il sacerdote -che è l’intermediario tra la divinità e la comunità.
Il sacerdote diventa inevitabilmente insieme arbitro, uomo di potere, e a volte un corrotto che ipocritamente combatte la corruzione (il peccato). Ripetiamo: non parliamo del clero “fedele a Cristo” ma del clero corrotto, che però ha troppo spesso condotto il carro dell’organizzazione ecclesiastica romana, troppo imponente fin dalle sue origini.

In ciò consiste il ritorno “evangelico” del protestantesimo a Cristo: le chiese non hanno un “capo” unico modellato sull’impero romano, ma sono comunità che si riconoscono sul testo biblico (senza divinizzarlo e senza leggerlo con integralismo). Il pastore non provoca la ricomparsa di Cristo attraverso il rito della messa, ma semplicemente è colui che legge e commenta la Bibbia, utilizzando i mezzi dello studio teologico (esegesi etc.). Il battesimo di un membro della chiesa locale non è un atto salvifico, ma una scelta simbolica fatta da un adulto, che ha il solo valore di una pubblica testimonianza di fede. La “salvezza” riguarda solo l’individuo nel suo rapporto con l’esperienza di Cristo.
C’è chi immagina che l’esistenza non sia solo basata sull’hardware del corpo, ma anche su un qualcosa di immateriale come la mente, di cui non possiamo rendere una fotografia o una definizione, che di volta in volta è stato definito come spirito, anima, che comunque ha un residuo, una sua esistenza verso cui tutti -anche i laici- possono guardare. La fede non è credulità.

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