Published On: Mer, Lug 2nd, 2014

Descrizione della pesca coi palamiti, con termini e storie in lingua genovese

Preparazione Palamiti

Preparazione Palamiti

Nella foto: – Costruzione di pa-amiti a Sestri Levante: da sinistra, Giulain, unico spettatore, Marco Berturin (di spalle) e Manuel Texiu legano gli ami ai brocchi, Vittorio Genebrin assicura i brocchi alla schiena, riponendo l’attrezzo
nella vasca dopo aver appuso gli ami nella lista di sughero.
I pa-amiti sono un antichissimo attrezzo di pesca, costituito da una lunga corda, schen-na, alla quale a intervalli regolari sono legati i brocchi, ai quali sono, con il classico nodo cappuccino, assicurati gli ami.
La grandezza degli ami è in funzione della preda da catturare: per i dentici solitamente si usa il numero sette, l’attrezzatura chiamata “dentixea”, gli stessi ami sono utilizzati anche per la pesca dei naselli.
La grandezza degli ami va da 5 a 13, inversamente proporzionale al numero: a numero piccolo corrisponde l’amo di maggiori dimensioni.
Molto probabilmente seguono una normativa di origine anglosassone, della quale non conosco le origini.
I pa-amiti sono posti in pesca calando l’orsa, una corda munita di peso che, precipitando sul fondo, ne evita lo scarroccio (“scarLoccio”) conseguente alla corrente; in prossimità del peso è fissata l’inizio dell’attrezzatura, in
superficie termina con un segnale visivo (boa); altra orsa è sistemata al termine.

Anticamente i pa-amiti erano realizzati in “teragnin-na”, cordicella attorcigliata di canapa, di diametro maggiore per la schen-na, la cui lunghezza era di circa settecento metri, e un centinaio di ami.
I brocchi erano realizzati con corda più sottile, o con trama, un trafilato biancastro meno visibile della corda, la cui resistenza era modesta.
Come tutti i cordami erano tinti periodicamente, sia per aumentare la durata, sia per renderli meno visibili in acqua.
Erano riposti con cura nel pan-e’ (cesto di vimini), sul cui bordo, a mezzo di legature, era sistemata una striscia di sughero, sulla quale erano fissati gli ami; attualmente le bacinelle in plastica hanno sostituito i vecchi e tradizionali pan-e’.
L’invenzione del nylon ha permesso di avere attrezzature decisamente più resistenti e quindi più micidiali per catturare il pesce.
La schiena, per le attrezzature utilizzate all’am-mae (pesca in alto mare), ha un diametro del filo compreso fra 160 – 200, per i brocchi 80 –100.
Per i pa-amiti utilizzati sotto costa, la schiena ha un diametro 50 – 80, per i brocchi 30 – 50 (il numero corrisponde al Ø in centesimi di mm.)
Con l’utilizzazione degli ami in acciaio inox la durata si protrae più a lungo, mentre la principale causa d’invecchiamento del nylon è l’esposizione alla luce, che ne determina una sostanziale riduzione di elasticità e resistenza; altro fattore d’invecchiamento è l’usura, per cui è necessario sostituire le parti che presentano abrasioni, allo scopo di evitare imprevedibili rotture.
La pesca al dentice era praticata lungo tutta la costa, utilizzando preferibilmente esche molto fresche.

Una storia di pesca, 1955

Alla fine di settembre del 1955, il tempo era bellissimo, alla lampara si pescava poco pesce, si era deciso di fare una battuta di pesca nella zona delle Cinque terre, durata poi tre giorni.
Al mattino poco prima dell’alba, pescavamo le aguglie con l’agunea, i pesci più piccoli erano in fretta innescati, le dentixee, che erano calate alla svelta, venivano recuperate dopo un’ora circa.
Nell’arco della mattinata l’operazione era ripetuta, quindi si faceva una piccola sosta per mangiare un paio di panini.
Al pomeriggio si continuava la pesca delle aguglie, la sera si ritornava a Portovenere, per vendere il pescato e acquistare le provviste per il giorno successivo.
La notte dormivamo a bordo, la giacca ripiegata aveva la funzione di guanciale, la coperta era anch’essa piegata: la parte sotto rendeva meno duro u paggeu (pagliolo), su cui ci si sdraiava, la metà sopra ci riparava dal freddo.
Dormivamo sotto coperta del latino (38 palmi) uno affianco all’altro. Ricordo che un pomeriggio, avevamo appena mangiato qualche panino, eravamo vicino alla costa a ponente dello scoglio Ferale; le donne, impegnate per la vendemmia sui terrazzamenti sul mare, si erano allontanate per la sosta di mezzogiorno; un paio di compagni decisero di
fare una incursione fra i vigneti: risalita la scala a gradini che arrivava a poche decine di metri dal mare, in pochi minuti fecero provvista di grappoli d’uva, perfettamente matura, dorata e dolcissima.
Assaporata anche la frutta, un extra non previsto nel menù, continuammo con la pesca delle aguglie.
Dentici ne avevamo catturati ben pochi, le spese erano state sostenute principalmente col ricavato della vendita delle aguglie.
In tre giorni il guadagno era stato molto misero, un fattore positivo era stato quello di fare, prima del ritorno, una copiosa scorta di muscoli.
In prossimità della costa con ami più piccoli, con u pa-amitu, si pescano principalmente saraghi, occhiate, mormore, l’esca deve essere appropriata alla preda. Spesso si inseriscono nell’attrezzo dei galleggianti per evitare che precipiti al fondo; questo sia perchè il pesce mangia meglio, sia per evitare agganci indesiderati fra gli scogli del fondale.
Una zona di pesca vicina alla costa era a luccidda: si usciva dal molo di Sestri, perpendicolarmente alla costa, fino ad aprire da punta Manara la derriva-a de baffe, si iniziava a calare verso ponente: il fondale è fangoso e la profondità oltre le 50 braccia.
Le prede più ambite sono le prelibate gallinelle e naselli di modeste dimensioni, qualche cappone, pesci prete e ragno, l’esca di solito sono le piccole sardine freschissime catturate nella notte alla lampara.
Le classiche zone per la pesca dei naselli sono:
Fossa: situata al largo di Moneglia, nella conca della Valle grande si apre la cavalla (il monte Porcile), una zona ampia nella quale possono pescare contemporaneamente due o tre equipaggi, la distanza da Sestri è di circa sette miglia, la profondità da 450 a oltre 500 metri.
Pizzo pizzo: grosso modo al largo di Chiavari, con l’isola allineata col monte Pu, mentre da ponente dal monte di Portofino si apriva a pea-a de Nervi (monte Moro); la distanza da Sestri è di circa otto miglia, la profondità circa 500 metri.
ciappe-e: una zona di pesca compresa fra pizzo pizzo e la costa della quale non conosco le amie, la profondità è di circa 250 metri, gli ami utilizzati sono del numero 10 -11, vi si pescavano capponi.
Anticamente per raggiungere le zone di pesca era necessario avere buona esperienza, nubi e foschia erano impedimenti non sottovalutati.
Attualmente le zone di pesca sono raggiunte con estrema facilità e precisione, grazie all’ausilio dei moderni GPS satellitari. Altro fattore positivo è stata l’istallazione di ecoscandagli a ultrasuoni, che permettono di conoscere la profondità e anche la natura del fondale. Grazie all’impiego di natanti più grandi e confortevoli (pilotine), muniti
di potenti motori in grado di raggiungere 12 – 14 nodi, equipaggiati con debita strumentazione, sono aumentate le zone di pesca; fra le principali:
– la Rocca di S. Lucia distante 40 miglia circa a sud di punta Mesco, la profondità minima sulla vetta è di circa 150 m., alla base in alcuni punti si raggiungono profondità elevate, quasi 1.000 m.
– la Secca delle Vedove, distante circa 60 miglia a sud di punta Mesco, la profondità minima sulla vetta è di circa 65 m., alla base poco meno di 500 m.
In queste zone, oltre che con i pa-amiti, si pesca anche con i bolentini, un attrezzo che in breve arco di tempo ha avuto una significativa evoluzione.
In origine questo attrezzo era costituito da pa-amiti usurati e smessi, calati in verticale lungo i fianchi delle montagne sommerse, era doveroso calcolare bene la corrente in modo che l’attrezzo si avvicinasse il più possibile alla parete verticale; la scelta della zona è sempre fatta con lo scandaglio a ultrasuoni.
Oggi ogni pescatore si costruisce gli attrezzi secondo esperienze personali, gli attrezzi più evoluti sono equipaggiati leggeri bracci in acciaio inox, inseriti sulla schen-na, ai quali sono legati i brocchi con l’amo.
Ogni attrezzo ha solitamente cento ami, sono utilizzati per catturare principalmente besughi (occhialone), una specie d’alto mare, simile al pagello, il cui peso varia da 200 – 300 grammi fino a esemplari di oltre tre Kg.
L’esca di solito è la sardina fresca, ma oggi viene usata in prevalenza quella congelata, considerato che è sempre disponibile.
Il lettore attento può notare che da maina le piccole profondità sono di solito espresse in braccia, mentre le grandi profondità in metri.
La spiegazione è molto semplice, le prime erano misurate con cordami sui quali si avevano del riscontri, mentre per le grandi profondità non si tentava di conoscerne l’entità, a causa delle correnti che rendevano imprecisi i risultati; solo con l’impiego di scandagli ad ultrasuoni si sono appurate le reali dimensioni; l’unità di misura degli strumenti era il metro (almeno nei primi esemplari), lo stesso vale per le carte nautiche, anticamente non utilizzate per la pesca.
Nelle zone di pesca dei naselli, capita sovente di catturare rundanin, un pesce che all’apparenza ha le caratteristiche dei pesci di profondità, anche se vive a mezz’acqua, di solito abbocca al momento della calata dell’attrezzatura oppure durante il recupero, se sugli ami è rimasta ancora l’esca.
È un pesce brutto a detta di tutti, le sue carni sono molto prelibate; a mio avviso, non esistono pesci belli o brutti, ognuno ha caratteristiche e struttura adeguate all’habitat in cui vive, sicuramente la nostra educazione culturale ci condiziona, ma la vista di un bel nasello di cinque kg. ci fa effetto diverso di un rundanin o qualsiasi altro pesce dello stesso peso.
Allo scopo di ridurre i tempi per il recupero, si salpava per due mani, cioè contemporaneamente per due capi, dimezzando il tempo.
Con l’installazione di salpa-pa-amiti idraulici, la fatica si è ridotta parecchio, e anche il tempo, considerato che in condizioni di tempo ottimali, il recupero avviene anche per quattro mani; in questo caso è necessario inserire orse intermedie, rispettando determinate modalità durante la calata.
In passato per recuperare u pa-amito da 500 m. di profondità occorreva uno sforzo continuo e non indifferente, erano utilizzati guanti in cuoio per proteggere le mani; solo con una pesca copiosa la fatica diminuiva, un po’ per l’entusiasmo, ma anche per il fatto che, quando i naselli salgono dal fondo, con la diminuzione della pressione si espande l’aria contenuta nella vescica natatoria e quindi vengono a galla, sollevando l’attrezzo.
I pa-amitoi raccontano di aver visto galleggiare le prede sull’acqua fino al limite del campo visivo, uno spettacolo insolito ma sempre molto emozionante.
A volte l’attrezzo è usato per la pesca del pesce spada; in questo caso è mantenuto a poca profondità dalla superficie per mezzo di galleggianti, l’esca per eccellenza in sono i calamari o, in alternativa, salacche di grossa taglia, sugarelli, sgombri, o anche sarde, almeno tre o quattro per amo.
Logicamente, per le battute di pesca in alto mare, determinanti sono le favorevoli condizioni meteorologiche, considerato che la durata spesso si protrae per più di un giorno; è indispensabile inoltre affrontare queste escursioni con barche sicure ed avere la debita esperienza, in modo da ridurre al minimo i rischi.

Sestri Levante 2011 – Testo di Giovanni Bertorino, presidente Circolo Pescatori Balin.
QUI la Storia delle pesca con la lampara.

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