Published On: Gio, Feb 18th, 2021

DIMENTICARE CONFUCIO? Un manuale di sopravvivenza nel mondo serializzato

Collegare etica, politica, vita quotidiana, rispondendo alla domanda: “Come devo vivere?”

(Le citazioni sono estratte da un intervento su Confucio di Vito Mancuso in “Uomini e profeti”).

Ammetto di aver misconosciuto Confucio, preferendo il taoismo di Laozi solo perché riducevo Confucio alla sua declinazione nella storia della politica cinese e orientale, facendone un alfiere dell’obbedienza all’ordine costituito. Lo stesso errore si commette attribuendo a Gesù e a Dio le colpe in caso di terremoti, disastri, guerre, omicidi, come fossimo ancora nel giardino dell’Eden e non vivessimo nel caos e sotto il dominio del più forte e del più crudele.
Il pensiero di Confucio connette l’umanesimo con il trascendente, tanto che Vito Mancuso lo considera uno dei quattro Maestri che hanno fondato gli assi del mondo, nonostante milioni di antimaestri.
Il trascendente in Confucio si trova soprattutto nella vita quotidiana: non si perfeziona lo spirito e non ci sono proiezioni al di là del mondo visibile senza perfezionare la psiche e il corpo.

L’educazione per C. è un cammino opposto all’istruzione. IN-struere significa: introdurre nozioni nel discente senza connotazioni etiche, mentre EX-ducere significa: lasciare uscire dal discente il Sé migliore, dando risposta a una domanda che oggi quasi nessuno si pone, cioé “Come devo vivere?“.

Ma C. è anche un ritualista (in cinese LI). Per lui tutto è rito… Il rispetto, il rapporto con gli altri: tutto è celebrazione e liturgia. Anche mangiare o camminare. Per C. il sacro è secolare e il secolare è sacro. Il pericolo del LI è l’esteriorità, il formalismo, ma il vantaggio è caricare di senso ogni istante.

La polis dovrebbe essere un concerto di soci (societas), ma noi -figli di Matrix e della serializzazione- non abbiamo più riti comuni, per cui non siamo più una società ma solo una massa informe e sempre più priva di senso.

Lo stesso concetto viene espresso da Socrate (Platone, La Repubblica, libro primo, replica a Trasimaco): “Ti sembra che una città o un esercito o una banda di delinquenti e ladri o qualsiasi altra associazione che si formi allo scopo di delinquere potrebbe combinare qualcosa SE al suo interno si comportasse al di fuori di ogni principio di Giustizia?”
Nel pensiero di San Paolo (Lettera ai Romani 7:7 sg.) la legge e la giustizia umane sono utili e non sono il male, ma trovano un senso solo se non diventano un sistema di regole morte, se cioè si integrano con le leggi di Dio,  con le s-regole dello Spirito, le sole a renderci liberi.

Confucio arriva a conclusioni simili  ma con un percorso diverso, partendo da un’etica universale più che da legge e giustizia. Infatti persino una banda di ladri capisce che senza un sistema di regole condivise non si può ottenere nulla. Il risultato della via di C. è quindi non solo sociale ma anche esistenziale.

2.
IL PENSIERO DI CONFUCIO E IL TAO

“Il nobile si dedica alla radice [cioè la terra, la realtà, non solo il “cielo”]. Quando la radice è stabile, la via prende vita. L’amore filiale e il rispetto paterno sono le radici del senso di umanità”.
Il risultato dello studio della radice è il Tao, la “Via”. La radice è amore filiale e amore fraterno, cioé armonia relazionale, di cui la famiglia è una fondazione.

IL SENSO DI UMANITA’ (REN, in cinese)
Il senso di umanità è il cuore dell’etica e della spiritualità di C. Il suo succo è:
“Essere uomini è essere umani”, ovvero, se non sei umano hai solo la parvenza di un uomo.
La Regola d’oro è:
“Ciò che non desideri per te, non imporlo agli altri”.

Si noti che in C. gli uomini non sono e non devono essere tutti uguali: chi segue LI, TAO e REN e pratica la reciprocità diventa nobile, una nobiltà interiore:

“Il nobile ha una visione complessiva e non parziale, l’uomo ordinario ha una visione parziale e non complessiva”. Il nobile è guidato dalla giustizia, è pacato, fiducioso. L’uomo da poco è ansioso e preoccupato di tutto, e sbaglia perché si crede di essere sempre dalla parte giusta. Si crede di essere lui stesso l’Universale. Quello di C. diventa quindi un percorso e, come in ogni viaggio, c’è chi arriva prima, chi arriva dopo e chi non parte nemmeno. In questo non ci sono differenze dal cammino del cristiano delle origini, quello che viveva seguendo il comandamento unico del Messia, mancando ancora il sistema di algoritmi e leggi costruito dalla chiesa umana allo scopo di codificare la chiesa Invisibile di Cristo (vedi René Girard, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi, 1978, in cui si ribadisce che lo scopo del Messia è quello di mettere fine alle religioni e alla produzione di sacro, cioè alla necessità di sacerdoti che creano regole e fanno sacrifici: sacrum facere).

3.
CONFUCIO, ETICA E POLITICA

Il nobile cerca l’accordo e non l’uniformità. L’accordo nella musica è formato da più note che risuonano insieme. L’uniformità invece è una nota sola, è meschinità. Dice C.

L’Uomo nobile esamina se stesso, l’uomo ordinario esamina gli altri“.

“Per tre cose il nobile prova timore e riverenza: per il Decreto Celeste, per le autorità governative, per le parole dei santi uomini. L’uomo ordinario non comprende il Decreto e quindi nemmeno lo teme, non presta orecchio alle autorità, si fa gioco degli uomini saggi e santi”.

In Occidente non c’è legame diretto tra Etica e Politica, dopo Aristotele (Etica Nicomachea, Libro 1: 1 e sg., vedi anche l’incipit della Politica); vale piuttosto la gestione del Potere, come in Machiavelli.

Eppure per C. solo il Buon Governo può durare a lungo, soltanto la virtù e l’etica danno efficacia al governare.

Se si guida la nazione facendo affidamento sulle leggi e si mantiene l’ordine mediante le punizioni, il popolo cercherà di eludere l’azione di governo e non acquisirà coscienza etica. Se invece si guida la nazione affidandosi alla virtù e stabilendo l’ordine mediante la ritualità [cioé mediante la “sacralizzazione” delle proprie azioni, vedi punto 1], allora il popolo acquisirà coscienza e tenderà naturalmente verso il bene”.

Ottimismo alla Candide, dirà qualcuno. Ma C. risponderebbe così: “Se si elevano alle cariche le persone rette e si destituiscono i disonesti [aggiungerei “e gli inetti”], si guadagnerà la fiducia del popolo“.

Infatti le masse utilizzano la imitazione (mimesi) dei loro prossimi. SE i professori, i manager, i capi etc. sono persone rette, anche noi tenderemo a imitarli. Viceversa se un padre dice una cosa e poi ne fa un’altra, tenderemo a fare così anche noi.

Confucio è un ottimista con raziocinio: chi non ha rettitudine è un malato, uno che non compie il suo senso di umanità (REN), che non si realizza e quindi è un fallito: “Se non sei umano, non sei un uomo”.

4.
LA RETTIFICAZIONE DEI NOMI
Un discepolo chiese a C.: “Se tu avessi il governo, quale misura adotteresti per prima?”. C. rispose: “Indubbiamente, la rettificazione dei nomi”.

 “Se i nomi non hanno rapporto col reale, allora tutto ciò che verrà realizzato non sarà un vero risultato”. C. qui parla di semiotica, ma anche della relazione tra fatti e chiacchiere nella politica. Come sappiamo bene, un conto sono le parole dei politici, un altro conto sono i loro atti e i loro risultati.

Alla sua morte, un discepolo di Confucio scrisse questo compendio del suo pensiero:

Nell’antichità per far risplendere la luce della virtù su tutto il mondo, si iniziava ordinando il proprio Paese. Pe riordinare il proprio Paese, si iniziava riordinando la propria famiglia. Per riordinare la propria famiglia, si iniziava riordinando se stessi. Per riordinare se stessi, si iniziava rendendo dritto il proprio cuore. Per rendere dritto il proprio cuore, si iniziava rendendo autentica la propria intenzione [trasformandola in fatti, ndr]. Per rendere autentica la propria intenzione, si iniziava sviluppando la propria coscienza [il sapere, la conoscenza]. Si sviluppava la propria coscienza esaminando le cose“.

Con questa eccellente matrioska o sorite* rovesciata si torna al tema della “rettificazione dei nomi”, il difficile ma indispensabile rapporto tra coscienza personale, etica, politica e linguaggio, inteso come mezzo per realizzare cose.

* Sorite: in greco denota un “mucchio di cose”. Nella retorica indica una forma di sillogismo composto non di due ma di più premesse, disposte in modo che il predicato della prima premessa è assunto come soggetto della seconda, e così via fino alla conclusione. A R. Goclenio (16° sec.) attua una forma inversa di s., in cui il soggetto della prima premessa è assunto come predicato della seconda, e così via fino alla conclusione.