Published On: Ven, Mar 22nd, 2013

Fiat di Termini Imerese, fabbrica chiusa da due anni, e ancora zero soluzioni

Esuliamo dalla Liguria e dal Tigullio, parlando della Fiat di Termini Imerese? Macché. La situazione di termini Imerese è la stessa ovunque.
La fabbrica siciliana della Fiat ha rappresentato un’occasione unica di lavoro e certezze nel domani: era una specie di giacimento di petrolio in una zona depressa dove i disoccupati e i pensionati sono la maggioranza della popolazione (a proposito, in Sicilia e in altre zone d’Italia c’è petrolio e c’è del gas, ma naturalmente noi o ce ne freghiamo (perché?) oppure siamo preda del delirio dell’ambientalismo dei salotti ricchi (il petrolio lo estraggono nei mari della Scandinavia, e nessuno protesta, ma tutti cercano di farlo nella maniera migliore possibile).
I lavoratori della Fiat erano come degli impiegati ministeriali: con un futuro apparentemente sicuro dalla culla alla tomba. Sogni infranti: nel 2009 Fiat annuncia la chiusura. Nel 2011 la fabbrica chiude.
Per qualche mese si rincorrono voci di nuove fabbriche cinesi o di italiani. Poi più nulla. Siamo al 2013 e a fine anno non ci sarà più la copertura della Cassa integrazione. Stop, fine di ogni chance di salvezza.
Nel frattempo il fantastico “Advisor” nominato dal Governo di Roma non solo non trova investitori ma nemmeno cerca di andarseli a cercare, di creare delle condizioni perché costoro possano immaginare di aprire una fabbrica in Italia e in Sicilia senza essere dei suicidi.

Eppure i siciliani una strada l’avrebbero, essendo regione a statuto speciale: detassare sul serio un eventuale investitore. E’ la soluzione praticata da tutte le nazioni in crescita economica nel mondo. E non si citi l’Irlanda, dove si detassava sì, ma per creare una filiera di software e non manifatturiera. In Irlanda si creò qualcosa di simile alla bolla di internet che crollò in America a fine del secolo scorso, il che fu la prima avvisaglia della crisi in arrivo.
Ma detassare le imprese produttive, integrate col software della conoscenza e della tecnologia -questo sì che andrebbe fatto- è una strada che funziona. Peccato che ciò sia contrario alla cultura postsovietica che l’Europa ancora rappresenta, nonostante sia stata la terra del Muro (e della Shoah, non dimentichiamolo, prima di fare le pulci agli americani o ai cinesi…). Solo nell’Europa del nazismo, del comunismo leninista e del brussellismo tutto ciò che attira lavoro e imprese viene combattuto. Mistero. Eppure Olaf Palme diceva “L’obiettivo di noi socialisti non dev’essere combattere la ricchezza, ma combattere la povertà“. Ebbene, sembra che in Italia ed Europa si faccia al contrario esatto. E neppure la Germania, apparentemente così ricca e potente, ma anche così inguaribilmente bismarckiana, socialista e nazionalista, può pensare a un futuro roseo, con la sua crescita zero. Finora ha vissuto flirtando con Russia e Cina, godendo i vantaggi di uno Stato efficiente, nascondendo i debiti dei Lander, vampirizzando le nazioni dell’est europeo, e ora anche le altre: il caso di Cipro è semplicemente bestiale: venire a prendere il denaro di un qualsiasi cittadino, e non di un criminale colto in flagrante, è un atto di così pesante illibertà da meritare il Tribunale Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità. Invece nessuno, in Europa, ha inarcato le sopracciglia…
Sono cose che non c’entrano con Termini Imerese? Macché, c’entrano eccome. La Renault costruisce fabbriche da 400.000 auto all’anno in Marocco. La Sicilia dovrebbe fare una assunzione di realismo e comportarsi come il Marocco, non come la Germania. Il mondo va alla rovescia. Invece di inveire e dormire, dormire e inveire a Roma come a Genova o in Sicilia, ci si svegli almeno per l’arco di qualche giorno.
liberalismo  finito di litigare

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