Published On: mer, Ott 17th, 2018

Forme religiose “più vere” in India e nel cristianesimo: il Bhakti e la Chiesa invisibile

Gli Abhanga -come spiega l’opera editoriale più bella e importante di tutti i tempi secondo J. L. Borges, Il Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature– formano una raccolta di inni religiosi attribuiti al santo indiano Namdev (+1350).
L’opera include circa 2500 inni, 400 dei quali sono attribuibili a Namdev, visto che fino al 1582 la raccolta fu tramandata oralmente.
N. fu il primo a elaborare il concetto di Bhakti nirgun, una forma particolare di devozione.
Al contrario dell’induismo, che spesso degrada in settarismo ed è certamente politeista e pagano, nonostante personaggi come Krishnamurti, che hanno cercato un ponte con l’Occidente, il Bakhti non è settario, è rivolto a un Dio assoluto e unico, privo di attributi idolatrici (“nirgun”). Il Dio medievale degli Abhanga non appartiene quindi a nessuna “religione”, va al di là di Islam e induismo, combatte il fanatismo. L’unica pratica ammessa è il jap, la ripetizione dei “nomi di Dio”, che ha forse affinità con l’esoterismo ebraico. Il Bhakti condanna anche la divisione in caste.
Orizzonti simili si possono trovare anche nel cristianesimo più nascosto, per esempio nella teologia antropologica di René Girard, il quale ne “Le cose nascoste dalla fondazione del mondo“, vede in Gesù colui che ha compiuto l’ultimo sacrificio (=produzione di sacro”), indicando la fine del principio base di tutte le società, quello dell’attribuzione delle colpe, non tanto e non solo al/ai colpevoli, quanto al “capro espiatorio” da uccidere in nome della salvezza della comunità.
Proprio per quel motivo Gesù ha di fatto posto fine alle religioni. Ma, se non c’è più altro sacrificio dopo la crocifissione, il sacerdote (=colui che “detiene” la produzione di sacralità) non ha più nessuna funzione, se non quella -protestante- di spiegare i testi biblici nel loro contesto semiologico e storico.
Funzione simile svolge, nel mondo protestante, il petrellismo, un gruppo nascosto nato con la figura di Giuseppe Petrelli, un avvocato della pianura del Sele, poi divenuto giornalista, poi emigrato in Argentina e negli Stati Uniti, dove -da battista che era- assistette nel 1901 al grande fenomeno del Second Blessing a Topeka (Kansas), dove -in ricordo della Pentecoste- gente incolta si mise a “parlare in lingue” (glossolalia) fenomeno oggi noto come pentecostalismo e, nel cattolicesimo carismatico. In realtà -tranne in particolari casi di autentiche persone che “parlano” in autentiche lingue altrimenti sconosciute- la glossolalia è una pseudo lingua che “sembra” essere inglese o urdu. Non per questo il fenomeno è meno interessante.
Petrelli però lo considerò un falso della fede, in quanto metteva più in evidenza i “segni” della fede rispetto alla fiducia (fede) stessa, ed elaborò nel suo testo (scritto in un italiano eccezionalmente interessante) “La Chiesa invisibile” le linee guida di una fede non settaria e non costruita per convincere gli ingenui.
P. condannava come Namdev ogni organizzazione umana, in quanto inevitabilmente le strutture si sarebbero imposte sull’oggetto della fede -Cristo- come un nuovo idolo, come un simulacro e un’impostura.
La Chiesa invisibile doveva quindi essere costituita da piccole comunità legate insieme da qualcosa di simile alle “Affinità elettive” che Goethe vedeva nel mistero dell’amore.
I “Numeri” non fanno parte delle visioni religiose antireligiose, ovviamente. Ciò non toglie che proprio queste siano le più vicine al senso profondo della fede in un universo non unidimensionale.

Dali, Crocifissione