Published On: Ven, Ott 30th, 2015

George Boole, il genio inglese che ha rivoluzionato la matematica e contribuito alla nascita dell’informatica

 

«Anche coloro che nascono nella povertà possono trasformarsi in geni e intellettuali, se non si girano le dita per l’intero giorno o non si limitano a corteggiare agiate donne annoiate, o non si confinano in un campetto di calcio, a tirar calci a un pallone – il che sarà anche sportivo, ma non ti renderà capace di donare a noi tutti e tutte qualcosa di rivoluzionario.

Torniamo a duecento anni fa. Precisatamente a Lincoln, dove il 2 novembre 1815 Mary Ann Joyce e John Boole battezzano alla nascita il figlio George Boole, poiché credevano che non sarebbe sopravvissuto. Lo ritenevano delicato e non troppo bello. Tuttavia, alcune esistenze si svolgono diversamente dalle previsioni. Non potrei affermare che George si sia trasformato in uomo di grande bellezza esteriore, ma nutro pochi dubbi sulla sua bellezza interiore, anche etica.

Quest’anno ricorre il bicentenario della sua nascita, celebrato ovunque, ma non nel nostro paese. Non so darmene una spiegazione. Ma su queste pagine intendiamo ricordarlo, per la sua straordinaria vita di scienziato, filosofo, uomo, che ha donato molto all’umanità.

John Boole è un piccolo fabbricante di scarpe e commerciante, e come tale considerato inferiore, nella Gran Bretagna dell’epoca, giustamente o ingiustamente che fosse. La famiglia non si trova affatto in buone condizioni economiche, anche perché John si dedica, con amore, a scienza e matematica, trascurando allegramente tutto il resto, incluso il proprio lavoro. Tuttavia questo padre, un po’ disgraziato quale padre – ammettiamolo – si rivela un buon insegnante per George. A parte le scuole, concesse al figlio la possibilità di studiare, come ogni suo coetaneo altolocato, le lingue. George, spesso da autodidatta, impara lingue antiche e moderne: latino, greco, francese, tedesco. Cosa che parecchi giovinetti e giovinette d’oggi non intravvedono neanche al fondo della bottiglia dei propri desideri.

Le delusioni non lo fermano. Nessuna università per George, costretto a calarsi, a soli sedici anni, nelle vesti dell’assistente di un insegnante, al fine di assistere economicamente l’intera famiglia, ormai sull’orlo di una quasi totale miseria (padre, madre, sorelle e fratelli). I suoi interessi scientifici e per le lingue antiche e moderne non vengono meno, anche se si vedrà costretto a fondare una propria scuola per sostentare i propri cari. Nel corso di quella che noi oggi considereremmo ancora tra la giovinezza più da sostenere. Cambridge? Oxford? Neanche a pensarsi. Eppure George sa cosa vuole. E, fortunatamente, non è l’italiano o l’italiana che, negli anni settanta/ottanta dello scorso secolo, si reca a Londra, come se nulla fosse, senza progetti, da viziato/viziata di buona famiglia, per andare ai concerti, per sopravvivere di social security, o per lavorare in ristoranti e alberghi: esistenze al limite del borderline.

George inizia da sé a studiare Laplace e Lagrange, per poi stampare articoli con una qualche continuità sul Cambridge Mathematical Journal, dedicandosi all’algebra, e pubblicando in seguito su altre diverse prestigiose riviste specialiste. Così, non per uno strano caso, né per raccomandazioni, nel novembre del 1844 viene insignito della Society’s Royal Medal per i risultati conseguiti.

Nel 1849 gli viene attribuita la cattedra di matematica al Queens College di Cork in Irlanda, dove lui si reca con qualche amarezza, non avendogli l’accademica inglese riconosciuto quanto gli sarebbe spettato. Tuttavia, l’Irlanda non lo delude, visto che nel 1851 gli viene conferito l’incarico di “Dean of Science”, e al contempo incontra Mary Everest, donna istruita (il cui solo cognome la dice lunga sul padre di lei): si sposeranno nel 1855. Matrimonio felice, sia per le cinque figlie (che importano i figli maschi a genitori che non praticano l’agricoltura?) sia per l’integrale condivisione di entusiasmi e interessi di ogni sorta, nonostante i parecchi anni di differenza anagrafica tra loro (diciassette, se non ricordo male). Solo per nominare una delle figlie: Ethel, comunista che Indro Montanelli adorava. Dall’Irlanda sanguinea all’allora fredda Berlino, spedita lì a studiare pianoforte. Perché no? Eppure, somiglia molto al padre ribelle, si interessa del pensiero economico di Marx, traduce i classici russi (Gogol’, Dostoevskij, Garsin), e incontra un fantastico marito, Wilfrid Voynich.

Torniamo a Gorge. Da scienziato “venuto dal nulla”, coltiva un robusto impegno sociale: tiene sempre legami con Lincoln, supportando un’energica azione contro la prostituzione, e non gli manca mai un vigoroso senso della spiritualità. Per uno dei suoi biografi, Des MacMale, Boole si limita a essere un teista agnostico, ma forse che le cose si prospettano diversamente, dato che in lui matematica e teologia si trovano intrecciate: se il problema dell’unità lo ha sempre sedotto – e non certo un’eccezione tra gli intellettuali – ritengo abbia ragione la moglie quando adduce che, sotto il capolavoro di Boole, The Laws of Thought, risiede l’adesione infine di Boole stesso all’Unitarismo, contro determinismi e fatalismi (si veda il capitolo 13 del volume).

E non dimentichiamo che a Boole, anche se non solo a lui, dobbiamo i nostri computer. Basti dare un’occhiata alla biografia The Life and Work of George Boole: A Prelude to the Digital Age, un’opera colta di MacHale, pubblicata presso la Cork University Press.

Da figlio di un padre povero, eppur desideroso di conoscenza, Boole si trasforma in matematico dai mille interessi e in filosofo non privo d’importanza, anzi – basti leggere proprio The Laws of Thought. Se Dummett lo ha sempre osteggiato, contrapponendolo fortemente a Frege, mentre Frege con lui si è dovuto confrontare in alcuni scritti, permane ancora in noi il dubbio di chi sia il “vero” fondatore della logica matematica. Forse, entrambi. Forse, qualcuno prima di loro: Leibniz? E poi cos’è questa specie di avara competizione, creata soprattutto dagli interpreti, su chi sia il fondatore di che cosa?

Infine l’opera di Boole viene riconosciuta, attribuendo a lui onori e cariche di diverso tipo, da Dublino a Oxford. Ma onori, cariche e medaglie non rappresentano sempre il sintomo di una carriera personalmente soddisfacente. In ogni caso, Boole muore giovane, a quarantanove anni, per una polmonite e successiva pleurite, che la moglie tenta di curare secondo le loro comuni convinzioni omeopatiche.

L’impiego di Boole e i risultati di tale impegno vengono riconosciuti e sviluppati da William Stanley Jevons, da Augustus De Morgan, da Charles Sanders Peirce. Purtroppo, l’asse Boole-Peirce cade presto nel dimenticatoio, soprattutto nella cultura del nostro paese – lo conferma un bel volume, Su Peirce: Interpretazioni, ricerche, prospettive, curato da ottimi nomi (Bompiani 2015) ove non vi si contempla Boole in bibliografia.

Non intendo qui, esaltare Boole, sebbene vi abbia dedicato parte della mia vita accademica. So bene che il grande economista John Maynard Keynes lo ha criticato nel suo A Treatise of Probability. Ma so anche che, dopo un corso all’Università del Michigan, in cui si trattava della filosofia booleana, Claude Shannon riconosce l’importanza del pensiero di Boole, sia sotto il profilo filosofico, sia sotto quello tecnologico. Al profilo tecnologico, Shannon dedica la propria tesi di master all’MIT, prevedendo molte della applicazioni che oggi noi utilizziamo comunemente, noi senza neanche sapere chi Boole sia. Eppure ricondurre il suo lavoro alla sola algebra booleana permane l’ennesimo modo di porre Boole in secondo o terzo piano, di escludere le sue riflessioni dalla filosofia. Cerchiamo di non incorrere in tale errore. Ho tentato personalmente di non farlo nei miei volumi e nelle mie pubblicazioni. In ogni caso, tra gli altri, non sono incorsi nell’errore Ivor Grattan-Guinness, nonché Maurizio Ferriani, la cui recente scomparsa non può lasciare alcun intellettuale indifferente: notevole la mia tristezza emotiva e razionale per quanto avrebbero potuto dire e scrive su Boole e molto altro».
(Testo inviato da Nicla Vassallo, professore di filosofia teoretica all’università di Genova)

George Boole. Coloured portrait of George Boole (1815- 1864).

George Boole. Coloured portrait of George Boole (1815- 1864).

 

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