Published On: Gio, Nov 28th, 2019

Il disastro viario, ferroviario e culturale della Liguria in due parole

Non è esattamente l’opposizione piccolo/grande ad aver bloccato l’economia ligure, quanto quella tra nazione e globalizzazione. Oggi i mercati sono sovranazionali e quindi la forza di una nazione consiste nel saper ragionare in termini di scala globale.
Noi in Italia e in Liguria, col nostro statalismo semisovietico, che abbraccia tutti i partiti e movimenti col suo “protezionismo” di prodotti e di cittadini sussidiati, non riusciamo a spingere sull’asse fondamentale delle PMI 4.0, magari “piccole” ma che operano su scala internazionale con prodotti hi tech e privi di concorrenza. Pensiamo alla filiera PMI tra Emilia e Veneto…
In Liguria il turismo ci ha illuso che fosse possibile sostituire tutta la grande industra metalmeccanica con bar e ristoranti… invece che con aziende di nuovo tipo pensate per l’internazionalizzazione, anche se magari producono e vendono solo su un mercato locale.
Una mentalità molto provinciale ha spinto i liguri a bloccare la costruzione di infrastrutture post anni ’60, non adatte al mercato globale: 40 anni di chiacchiere e Nimby sulla Gronda (una ambientalissima circonvallazione urbana che nessuno voleva, in nome dell’ambiente), Ferrovie napoleoniche ancora a un binario e ancora senza la linea merci AV del Terzo Valico, autostrade che sono ex camionali di epoca fascista o superstrade a due corsie… con tutto il megatraffico navale che trova tappi orrendi: i container che all’hub di Busto Arsizio arrivano prima da Rotterdam che da Genova (vedere qui come si lavora in Olanda, nazione al 30% sotto il livello del mare…).
Per non parlare dei cantieri nautici, ormai gli yacht non sono made in Liguria. E tutti a fregarsene, per decenni… dallo Stato ai politici locali, per non parlare dei cittadini, drogati da prepensionamenti, sussidi e bar dove essere gestori o i bevitori… ma sempre con profitto minore di un tempo e spese maggiori…

Genova Principe
Porto container Rotterdam