Published On: Lun, Gen 7th, 2019

Il fallito golpe di Mazzini (1834), un caso di scuola per capire l’Italia

Italiani di mer…” E’ la definizione più utilizzata dagli italiani. Gli stranieri, al più, sorridono e la buttano sul folcloristico “pizza e ammore”. Detesto questa autodefinizione, fatta per esorcizzare tutto e tutti senza cambiare nulla. Epperò qualche riflessione ogni tanto andrebbe fatta. Si pensi al caso successo a Mazzini, cui l’ipocrisia nazionale ha dedicato tonnellate di piazze e di vie, ma che in vita fu crocifisso da tutti tranne che dagli inglesi, i quali puntavano su un’Italia amica in funzione mediorientale.
Nel 1833 a Ginevra l’hotel de la Navigation era diventato un covo di cospiratori, rivoluzionari e pazzi patrioti dell’Europa ancora sotto giogo intracoloniale: italiani, tedeschi e polacchi in primo luogo (la rivoluzione polacca era stata repressa duramente nel 1831, ditelo alla vostra professoressa di Storia).
Carlo Alberto di Savoia invece, dopo la repressione dei moti piemontesi del 1821 (ditelo a Salvini), era stato ribattezzato Carlo Feroce (in seguito l’avrebbero chiamato Re Tentenna).
Nell’hotel de la Navigation c’era tra gli altri Gustavo Modena, che di giorno pescava trote e andava a caccia di ninfe di bosco dagli occhi azzurri, e che di notte recitava il canto del conte Ugolino, rodendo il cranio non già all’arcivescovo Ruggeri ma al principe di Metternich. Spie austriache vegliavano su tutti i cospiratori. Mazzini sembrava un Rasputin -tanto emanava fluido messianico-: le donne cadevano amorose ai suoi piedi e cucivano tricolori, gli uomini lo chiamavano “capo”. Al mattino presto scendeva a leggere i giornali, lavorava fino all’alba successiva, tenendo i contatti con mezzo mondo. Arrivò anche un giovanotto biondo, Giuseppe Garibaldi, originario anche lui del Tigullio come il Mazzini.
Tutti progettavano un rivolta che avrebbe consegnato la Savoia, il Piemonte, la Sardegna e la Liguria nelle mani dei repubblicani della Giovine Italia. Liberato il Nord ovest, anche il resto d’Italia sarebbe stato libero, da Milano e Venezia sino alla Sicilia. Sembra un programma così tanto semplicistico da somigliare a un programma politico attuale (e di quasi tutti quelli precedenti, Einaudi e Spadolini esclusi).

Ma serviva denaro per armare gli uomini, e Mazzini fece ricorso alla madre, che senza fare troppe domande aprì un conto in una banca svizzera (ah, le banche svizzere!). Altri 5000 franchi Mazzini li raccolse in collette tra i repubblicani genovesi, ma erano poca cosa. Mazzini disse:

Diremo che tra i tanti uomini ricchi che hanno parlato di libertà, uno solo non si è trovato che abbia detto: “Sacrifico un terzo della mia fortuna per guadagnarmi l’immortalità, la riconoscenza del mio Paese, la libertà, la Patria”… Diremo di queste terre nella quale il partito servile trovava offerte di mille, cinquemila, diecimila scudi per rifabbricare San Paolo [ce l’ha col clero, ndr]… il partito della santa causa non trovava che misere somme… Diremo che mentre si gridava da tutte le parti contro lo spergiuro [di libertà] di Carlo Alberto, i patrioti erano spergiuri tutti, e tradivano il giuramento che imponeva di sacrificare vita e sostanze.

Mazzini aggiungeva: “Tutti gli italiani erano pronti a liberare l’Italia, purché fossero gli altri a farlo“.

Ma c’era di peggio: si presentò un giovane corso, Antonio Gallenga, che si disse pronto a attentare alla vita di Carlo Alberto. Il Gallenga sembrava deciso a tutto, nonostante il Mazzini provasse a presentargli i rischi di un assassinio a un re… Il corso gli chiese denaro e un passaporto, dopo di che fu agevolato nell’ottenere un biglietto d’ingresso a corte, nell’udienza della domenica mattina. Restava l’arma: Mazzini consegnò uno stiletto, e rimase in attesa dell’assassinio, che non arrivò mai: il corso si era dileguato.
Sembrò poi che una rivolta dovesse scoppiare a Napoli (ditelo a Di Maio), ma nulla successe. Non si mosse neanche un rivoltoso.
Mazzini allora tornò al disegno primitivo: Piemonte e Liguria. A quel punto dovette arruolare il generale Gerolamo Ramorino, imposto dai “patrioti savoiardi”. Ramorino aveva combattuto con l’Armata italiana di Napoleone e nella rivolta polacca del 1831. Era famoso, ma Mazzini diffidava. Il generale gli chiese 40.000 franchi, utili ad arruolare 1.000 uomini (numero fatale, vedi Garibaldi).
Intascata la somma, Ramorino se ne andò a Parigi, dove si mise a giocare nei casinò. Era famoso per farsi i cavoli propri: nella battaglia di Novara (1849) portò via senza ragione né preavviso le sue truppe, lasciando campo libero agli austriaci, e fu fucilato.
A Genova Garibaldi si offrì di organizzare un ammutinamento nella regia Marina. Mazzini aspettava sempre il ritorno di Ramorino da Parigi, che alla fine gli rimandò indietro soltanto diecimila franchi e si inventò la balla che, essendo pedinato dalla polizia francese, non poteva aruolare nemmeno cento mercenari… Mazzini lo scongiurò di portare almeno i volontari che aveva racimolato, se no tutti loro sarebbero diventati lo zimbello di tutta l’Europa…

A quel punto l’impresa venne compiuta grazie all’integrazione di 30.000 franchi da parte di sostenitori lombardi (i soliti a cacciare il grano).
Viene fissata la data. I 1000 combattenti sono diventati 233. Ramorino arriva con un medico e due altri generali e un aiutante (al solito in Italia ci sono più generali e dirigenti che soldati e lavoratori).
Il 1° febbraio 1834 Mazzini emanò il proclama di insurrezione, ma i piemontesi sapevano tutto con ogni particolare. Così che chiesero alla Svizzera di intervenire, e questa bloccò i pochi tedeschi che si sarebbero congiunti con gli italiani rivoltosi, e mandò in galera 300 polacchi esuli nei loro cantoni. Intanto i residui 233 volontari si erano già dimezzati, e ormai la sedizione sembrava una diabolica divisione dei pani e dei pesci... La rivolta quindi si limitò a un nulla, e lo stesso avvenne a Genova, dove Garibaldi ottenne di sbarcare dall’ammiraglia della flotta sarda, non avendo trovato nessun ribelle a bordo.

Mazzini intanto, colpito da una febbre a 40°, era fuggito con carabina, un ritratto della amante Giuditta Sidoli, e una fialetta di veleno.
Garibaldi invece, dopo aver ricevuto l’ordine di organizzare una rivolta nella città di Genova, che prevedeva la conquista dell’arsenale, della caserma dei carabinieri e il sequestro del governatore, si ritrovò senza neppure un uomo al seguito, dei 300 genovesi previsti (altro che le Termopili!). Fu salvato da tre donne, che lo travestirono da contadino. Riuscì a raggiungere il confine con la Francia.
Due mesi più tardi Mazzini, a Berna, sottoscrisse un “Patto di fratellanza” con 15 esuli tedeschi, polacchi e italiani.
Mazzini, Garibaldi, Ramorino e gli altri erano stati condannati a morte in contumacia.
Così finì la rivolta che avrebbe dovuto liberare l’Italia con 30 anni di anticipo. Il Risorgimento, come aveva profetizzato Mazzini, fu dovuto in Bona-Parte agli stranieri, dagli stessi Savoia ai francesi e agli inglesi.

Chiavari: inaugurazione della statua di Mazzini nel 1888