Published On: Gio, Set 26th, 2019

Il fenomeno Greta Thunberg, tra comunicazione e antropologia

Oggi la nostra società ha un unico comportamento, un unico strumento: tutto si svolge sul campo del simbolico, anche quando si deve agire su problemi gravi e pressanti. Per trovare un simbolo servono personaggi “particolari”, speciali, che si facciano carico di una missione, superando ostacoli, malattie e nemici, grazie ad attori, amici etc.
E’ un ottimo sistema quando si deve raccontare qualcosa: il 99,9% dei film e dei romanzi si basa su un eroe che prende su di sé un incarico e lo svolge, sudando le 7 fatiche di Ercole (vedi “Il viaggio dell’eroe, di Chr. Vogler”).
Ma, nel campo della realtà, se si assume per una missione un eroe simbolico, allora i problemi resteranno come sono: molti cortei, parole, immagini… ma pochi fatti: meno di quanto si otterrebbe con una consapevolezza collettiva, culturale, sociale, e con azioni di gruppo e non di un singolo (che -se sbaglia- diventa un capro espiatorio cui dare tutta la colpa: e questo è un archetipo su cui si fonda gran parte della società dalle sue origini). Si creano dei “movimenti”, nulla di permanente.
Lasciando tutto sul simbolico, in politica, sui problemi globali, inquinamento… tutti sono contenti (vuoi mettere andare in corteo e così pensare di essere assolto da ogni altro grave compito?), ma poco cambia e tutto peggiora.
E’ una formula adottata dalle religioni per mettere a tacere le inquietudini di massa. Si pensi ai (cattivi) credenti, per i quali il solo andare in chiesa o battezzarsi garantisce l’assoluzione dai peccati commessi (quanti danni ha dato questa autoassoluzione! Per Paolo di Tarso la fede non era “credere” ma “sapere”).
Dicevano qualcosa di simile i situazionisti degli anni ’50: la società è spettacolo e rappresentazione: ciò che succede è realtà modificata, uno specchio, un film girato da registi esterni all’individuo. La persona, per risvegliarsi dallo spettacolo, deve usare tecniche di risveglio, come l’andare alla deriva senza meta (“Deriva metropolitana”), una sorta di autoipnosi utile a uscire dall’ipnosi su cui si fonda la società…
Si deve uscire dall’Egitto come il popolo di Mosé, schiavo in Egitto, e girovagare nel deserto per 40 anni, prima di trovare una Terra Promessa reale.
Sarebbe questa la sola rivoluzione possibile nell’era del doppio digitale e dei suoi schermi che velano la realtà.
Viceversa saremo sempre più subissati da fenomeni mediatici che “rispondono” (ma in realtà sublimano) a problemi reali e gravi. Quello di Greta è configurato come molti altri: il Venerdi di preghiera e “azioni simboliche” per combattere il riscaldamento globale. Sono fenomeni millenaristi -come nell’anno Mille, quando si temeva che il mondo sarebbe finito-.
Le azioni gestite da un personaggio trasformato in un gigante dai media sensibilizzano le masse ma insieme le anestetizzano: si prendono a male parole i potenti, si fanno azioni simboliche (un ossimoro), ma non si risolvono i problemi. Anzi.
Pensate alle plastiche in mare. Il sottoscritto ne scrive da dieci anni. Ora tutti ne parlano, ma le azioni svolte dalla “ambientalissima” Europa sono più lillipuziane e indecisive di quelle praticate dagli USA da anni. Agire sul piano simbolico rallenta le azioni concrete.
Siamo di fronte a una guerra tra azione e opinione, e l’opinione è da sempre manipolabile.

“Tutto il reale non è che simbolo” (Goethe).
“Non le azioni, ma le opinioni smuovono gli uomini” (
Epitteto).

«Ci troviamo di fronte a una catastrofe. Voglio che proviate la paura che provo io ogni giorno. Voglio che agiate come fareste in una situazione di crisi. Come se la vostra casa fosse in fiamme. Perché è quello che sta succedendo.» (Greta T.)