Published On: Ven, Gen 17th, 2014

Il Grande bluff della tassa di soggiorno turistica

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Riportiamo una parte di un articolo di Lucio Lussi, pubblicato su Riformisti ora!, sul quale è opportuna una seria riflessione.

“Sono più di 500 i comuni che nel 2014 applicheranno la tassa di soggiorno nel nostro paese. L’imposta, dopo essere stata cancellata nel 1991, è stata reintrodotta dal Decreto Legislativo 23/2011 con alcune indicazioni precise: non può superare i 5 euro per notte di soggiorno, è a carico di tutti i turisti che alloggiano nelle strutture ricettive delle località turistiche e delle città d’arte, e i suoi proventi devono essere destinati a finanziare interventi in materia di turismo e di recupero dei beni culturali e ambientali.

di LUCIO LUSSI

Una ghiotta occasione per le disastrate casse dei comuni, subito sfruttata dalle amministrazioni locali alle quali spetta la facoltà di istituire l’imposta e il suo importo.

Secondo un’indagine effettuata dalla società JFC, un vero e proprio osservatorio sull’imposta di soggiorno, il numero dei comuni che hanno fatto ricorso al balzello è progressivamente aumentato negli anni, ed è cresciuto anche l’ammontare dei proventi della tassa: 163 milioni nel 2012, 287 milioni e 350 mila euro nel 2013 e ben 383 milioni stimati per il 2014.
Il maggior numero di municipalità interessate si concentrano in Toscana (103 comuni) e in Piemonte (98 comuni). Il balzello non è presente nelle località del Friuli Venezia Giulia e sbarcherà soltanto nel 2014 nei comuni del Trentino Alto Adige.

-Le amministrazioni comunali hanno realmente reinvestito i proventi della tassa di soggiorno nel turismo? La risposta è nettamente negativa e la tassa di soggiorno si è trasformata ben presto in un’imposta generica, utilizzata per ripianare il deficit dei comuni italiani.

Gli incassi del balzello non vengono reinvestiti per potenziare i servizi turistici e tutelare i beni culturali, come vorrebbe la legge, ma finiscono per foraggiare la spesa corrente e alcune “finalità sociali” poco chiare.
Un grande bluff? Sì, senza dubbio.

Secondo la società JFC, infatti, “sono pochi i casi in cui i rappresentanti del Comune decidono, insieme alle associazioni di categoria, dove investire tale proventi perché nella maggior parte dei casi le Amministrazioni gestiscono tali fondi in maniera autonoma, senza concertazione con le categorie”.

Per uscire dall’imbuto e trasformare la tassa di soggiorno in un’imposta di scopo come previsto dal D.Lgs. 23/2011 è sufficiente garantire la certificabilità della spesa dei comuni, e la tracciabilità del flusso dei ricavi dalle strutture ricettive alla spesa dei fondi in finalità turistiche.

“E’ una tassa sui consumatori – attacca Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi – e le modalità di applicazione e di esenzione sono un tale condensato di fantasia difficile da spiegare non solo ai turisti italiani ma ancor di più agli stranieri”. ” SEGUE su Riformisti Ora!
PANIERE TURISMO

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