Published On: Mer, Ott 4th, 2017

Il museo archeologico di Sestri e il cippo di confine romano (unico in Italia)

Sono stati presentati questa mattina in Sala Bo (Palazzo Fascie-Rossi) i reperti che arricchiranno la collezione archeologica del Musel di Sestri Levante -museo archeologico e della città.
Interventi del direttore Fabrizio Benente, della sindaca Valentina Ghio, e di Vincenzo Tiné (Soprintendenza archeologica della Liguria) e del professore Giovanni Mennella (Università di Genova).
I nuovi reperti presentati sono legati allo “spedale” medievale del monte San Nicolao (passo del Bracco), un’anfora rinvenuta dal maresciallo Gian Paolo Pedevilla al largo del porto di Sestri Levante e il cippo confinario romano sul monte Ramaceto (strada tra il mare Ligure e la pianura padana).
L’anfora apparteneva a una nave olearia romana, e conferma -insieme a un’ancora di una nave molto grande, viste le sue dimensioni e ad altre àncore più piccole e anfore- che Sestri Levante era un importante porto-rifugio nella Roma imperiale.
Il direttore del Musel, Fabrizio Benente, ha ricordato i 127 eventi che hanno arricchito l’offerta culturale della città agli studenti (riscontro positivo per i progetti avviati con le scuole primarie e secondarie; molte le tesi di laurea sviluppate attorno al Museo di Sestri levante), residenti e ospiti. Positive anche le sinergie con la Soprintendenza di Genova e la Mediaterraneo Servizi diretta da Marcello Massucco, che da un anno gestisce in maniera più fluida ed efficace di un Ente pubblico personale e organizzazione del museo. Va comunque incrementato il numero di visitatori.

Il professor Mennella ha sintetizzato l’importanza del cippo (pietra di confine, o limes) rinvenuto dall’ufficiale della Forestale Italo Franceschini sul monte Ramaceto (tra la val d’Aveto, che porta alla pianura padana, e il Tigullio).
Il cippo è unico in tutta l’Italia (“Oggi è un giorno faustus et felix“, ha esordito) e segnava il confine tra due proprietà latifondarie. Sulla parte anteriore del limes infatti si legge “Caesaris N”, il che significa che nella direzione nord, tutte le terre sono di proprietà dell’imperatore (“caesaris= “di Cesare”). I possedimenti diretti dell’imperatore erano  molti (circa 300 in Italia), ma finora non si sapeva l’ubicazione di nessuno di essi. Quello del Ramaceto è il primo e finora l’unico.
Nella parte posteriore del cippo si legge la sigla PMG, che può indicare il nome del proprietario dell’altro latifondo, oppure il “Territorio pubblico di Genova”, città già allora capoluogo dell’intera Liguria.
Mennella ricorda come un latifondo necessitasse della presenza di un grande numero di lavoratori -in gran parte schiavi-, quasi tutti legati all’allevamento, almeno nella zona montana, con conseguente transumananza stagionale.
– Era anche sicura la presenza di foreste e boschi cedui da cui si ricavava legname per le navi e per le costruzioni, legname che era trasportato (via fiume?) i zone anche molto lontane.
– La produzione di beni (legname, prodotti caseari, prodotti agricoli) era legata al commercio e al trasporto, gestito allora da intermediari, tutti molto ricchi ed efficienti, appartenenti alla classe degli “equites” (cavalieri, che era un titolo onorifico).
– I piccoli proprietari vivevano vicino alla costa del Tigullio.
– Il latifondo e i suoi confini si dissolse con la caduta dell’Impero (476 d.C.), e fu restaurato soltanto in età longobarda, dal 568 in avanti.