Published On: Gio, Feb 13th, 2014

Il Tigullio e Sestri Levante per i viaggiatori stranieri. Un testo di Dina Aristodemo

Ringraziando Natalino Dazzi per la segnalazione e l’autrice del testo, pubblichiamo due testi sulla storia della Liguria, del Tigullio e di Sestri Levante. Non dimentichiamo la presenza di poeti e scrittori come H.C. Andersen, di filosofi come F. Nietzsche, di politici come Rosa Luxemburg… 

L’articolo di Dina Aristodemo è stato pubblicato in  Odeporica e dintorni. Cento studi per Emanuele Kanceff, a cura di Pino Menzio e Chiara Kanceff, Moncalieri, C.I.R.V.I. 2011, vol. 3,  pp. 1265-1295.

Oltre a quello di oggi, domani Tigullio News proporrà ai lettori una lettura da “Artisti in terra di Liguria” di Giovanni Descalzo. Buona lettura.

Nel Levante ligure: da Arthur a Corinna van Schendel

       Se la Riviera ha esercitato da sempre un’indubbia attrazione su viaggiatori stranieri d’Oltralpe ancora prima del Gran Tour[1], è solo a partire dall’Ottocento che essa è diventata meta di viaggi o di soggiorni più o meno prolungati. E se a far da traino è stata quella di Ponente, anche la Riviera di Levante ha visto intensificarsi nel corso dell’Ottocento e del Novecento la presenza di inglesi, tedeschi, russi, come hanno documentato gli studi degli ultimi decenni. A Sestri Levante, su cui si sono concentrate le mie ricerche, aveva sostato durante il suo viaggio italiano Andersen nel 1835, come ci ricorda l’iniziativa di un fortunato premio letterario intitolato allo scrittore[2]. Ma un afflusso più regolare si verifica solo alla fine del secolo. Ne è testimone, ad esempio, un’accuratissima guida tedesca del 1897, che in copertina, con la veduta di Sestri, esibisce un’intitolazione stampata in caratteri fantasiosi: Sestri Levante. Ein Ort zum Rasten und Gesunden. Questo invito a Sestri come posto ideale “per  riposarsi e curare la salute”, è rivolto dall’autore, un medico che si era stabilito nella cittadina ligure come Kurarzt degli ospiti tedeschi dell’Hotel de l’Europe. I quali dovevano accorrere già in buon numero se il dottor Sarnow aveva preso l’iniziativa di scrivere per i suoi connazionali una guida, dove l’entusiasmo per la mitezza del clima e la bellezza del paesaggio si coniugava con la precisione tutta teutonica nel fornire le piú dettagliate informazioni e nel descrivere palmo per palmo i percorsi delle passeggiate e la varietà della vegetazione osservata con l’occhio di un esperto botanico[3].

Fra i viaggiatori e visitatori europei che avevano scoperto Sestri Levante all’inizio del nuovo secolo non devono essere mancati gli olandesi, come ricorda Giovanni Descalzo, lo scrittore sestrese più noto del Novecento, a proposito di un episodio della sua fanciullezza di cui era stato protagonista un anonimo turista olandese[4]. L’episodio narrato da Descalzo risale al 1914. La guerra dovette segnare certamente una battuta d’arresto nell’afflusso dei viaggiatori nordici verso la Riviera. Ma, già all’inizio degli anni Venti, la spiaggia di Sestri Levante, affollata di leudi, gozzi, lance, vele e reti d’ogni foggia, esercitava un richiamo tutto particolare sui forestieri in cerca di fisionomie ancora genuine. Furono molti i letterati attirati dal fascino di questo nucleo marinaro ancora intatto, e la loro presenza diede l’avvio a un’intensa stagione culturale che avrebbe fatto di Sestri una “terra promessa” per scrittori, poeti e artisti, secondo la rievocazione fatta da Carlo Bo, che alla sua terra natale ritornava puntualmente d’estate[5]. Fra i nomi ricordati da Bo – si va dai liguri Descalzo, Adriano Grande, Guglielmo Bianchi, Camillo Sbarbaro e altri giovani scrittori legati alla rivista “Circoli”, allo scultore Francesco Messina, ai forestieri Carlo Emilio Gadda, Solmi, Luzi, Bigongiari, Betocchi – spicca anche quello di Arthur van Schendel.

E in effetti il nome di questo grande scrittore olandese è d’obbligo quando si vuol ricordare questa felice stagione sestrese. Negli opuscoli dell’Ente del turismo locale dell’epoca la presenza di Van Schendel fra gli ospiti eccezionali era menzionata come una delle “attrazioni” di Sestri[6]. E si deve naturalmente a lui, se la cittadina ligure è stata scoperta da intellettuali e artisti olandesi che ne hanno fatto meta del loro viaggio in Italia. Forse, però, ancor più che ad Arthur van Schendel, si deve alla figlia Corinna il rapporto del tutto straordinario che ha creato un legame, nel corso del Novecento, fra artisti e intellettuali dei Paesi Bassi e Sestri Levante. Grazie a Corinna van Schendel la cittadina ligure ha lasciato un segno nell’opera dei suoi amici artisti olandesi. Non solo: momenti della vita di Corinna sono entrati a far parte di due romanzi italiani ambientati a Sestri: Tutti i giorni di Giovanni Descalzo e La guerra è stupida di Marise Ferro.

La ‘casa bianca’ in faccia al mare

Arthur van Schendel è stato uno degli scrittori più cosmopoliti e più nomadi del Novecento olandese. Figlio di un ufficiale dell’esercito olandese, era nato nel 1874 a Batavia, nelle allora Indie olandesi, era venuto all’età di sei anni in Olanda, e aveva vissuto poi in Inghilterra e in Francia. Il suo primo viaggio in Italia risale al 1905[7], ma solo a partire dal 1921 cominciò a trascorrere con la famiglia lunghi periodi in Italia, dove la mitezza del clima recava giovamento alla salute cagionevole della moglie sofferente d’asma. Proprio i benefici effetti dei soggiorni in Riviera, a Bordighera, ad Alassio nell’inverno tra il 1921 e ’22, a Rapallo dal 1922 fino all’estate del 1923, e quindi a Sestri Levante, indussero lo scrittore a lasciare l’Olanda e a stabilirsi in Italia. Dal 1927 al 1929 prese dimora a Firenze per consentire ai due figli, Corinna e Arthur jr. di frequentare il liceo; si trasferì poi per qualche tempo a Bellevue, nei dintorni di Parigi, per i loro studi alla Sorbona. Ma da 1932 Sestri diventò la meta preferita delle lunghe vacanze estive e la residenza permanente dal 1934 al 1945: la bella ‘casa bianca’ in faccia al mare che si distingueva subito fra tutte le altre case multicolori fu identificata a lungo dai sestresi con la figura dello scrittore straniero[8]. Anche per molti amici olandesi dello scrittore, la ‘casa bianca’ costituì un vero e proprio appuntamento estivo: soprattutto per il poeta e critico Jan Greshoff[9], che in seguito, in diversi suoi libri,  ricordò la assidua frequentazione con Van Schendel dal 1922 al 1939 e i molti mesi trascorsi in sua compagnia ad Alassio, Rapallo, Sestri Levante, Firenze. Greshoff fu ospite anche a Bellevue, ma il soggiorno nella vecchia casa francese in rovina, per quanto gradevole, non aveva per lui il ‘profumo’ e la ‘dolcezza’ della vita in Italia. Dovunque egli fosse stato in Europa con i Van Schendel -confessava Greshoff-, aveva trascorso giornate piacevoli, era stato felice. Eppure  “mai così pienamente felice e in modo così esaltante come in Italia”[10]. In un saggio intitolato Arthur van Schendels Dubbelleven (La doppia vita di Arthur Van Schendel) Greshoff ha lasciato un ritratto dell’amico scrittore, osservato da vicino durante le giornate sestresi. Da una parte c’è il Van Schendel ‘diurno’ che condivide la vita comune con familiari e amici, partecipa alle conversazioni, alla vita di spiaggia, alle gite; dall’altra il Van Schendel ‘notturno’ per il quale “dopo le nove di sera non c’era forza al mondo, né compagnia interessante, né spettacolo avvincente, né preghiera di amici che potesse trattenerlo dal ritirarsi nel silenzio e nella solitudine. Allora cominciava la seconda vita, la vita con la musa”[11]. Era nella torretta di avvistamento rossa e grigia, in stile neogotico, comunicante con la casa bianca, che il Van Schendel “notturno” amava isolarsi nella scrittura dei suoi romanzi. Lì nacquero alcuni suoi capolavori. Quando la notte non fu più sufficiente per il suo lavoro, ricorda Greshoff, Van Schendel cominciò a lavorare anche di giorno sulla spiaggia: disteso su una sdraio, scriveva ininterrottamente su un piccolo quaderno, ma non lontano dal gruppo di amici e familiari vocianti. A nessuno, tuttavia, era concesso di spingere lo sguardo nel suo universo fantastico, e men che mai di parlarne.

Questa ‘doppia vita” ricordata da Greshoff, e la conseguente, netta separazione tra la vita quotidiana e il mondo della creazione fantastica, traeva origine dal coerente rifiuto di Van Schendel di inserire elementi autobiografici nelle sue opere. Ciò spiega quel che a prima vista potrebbe sembrare ed è, in un certo senso, paradossale: che, cioè, dei moltissimi anni di permanenza in Italia, e a Sestri in particolare, non si ritrovi se non una minima eco nella sua opera. Eppure l’Italia (Venezia, Roma, Firenze, la Toscana, Ravenna) aveva fatto da sfondo a molta parte della sua narrativa prima del trasferimento in Italia: nei romanzi Een zwerver verliefd (1904), Een zwerver verdwaald (1907); le novelle Blidmonde e Angiolino en de lente hanno protagonisti italiani, come pure il dramma Pandorra (1919) ambientato nella Firenze rinascimentale[12]. Sarebbe però inutile cercare nei romanzi e racconti “italiani” di questo scrittore, estraneo a ogni forma di naturalismo, le tracce di un’Italia reale: paesaggio, personaggi moderni o storici, passato e presente sono rappresentati attraverso un filtro particolare, il “filtro” Van Schendel si vorrebbe dire, e cioè una sistematica trasfigurazione di cose e personaggi in un’atmosfera visionaria e quasi atemporale. Anche i romanzi ‘italiani’ in cui sono riscontrabili delle coordinate temporali e spaziali più precise, risentono della tendenza vanschendeliana a sfumare: e benché non sia stato ancora studiato a fondo il modo in cui le epoche più individuabili, Medioevo e Rinascimento, vengano rese in concreto, non c’è dubbio che vicende narrate, conflitti e personaggi siano spesso soltanto i simboli delle spinte contrastanti che, per Van Schendel, agivano all’interno di quelle epoche[13].

Non va dimenticato inoltre che l’Italia non era stata per lui la terra desiderata e sognata, secondo il modulo del Drang nach Süden comune a molti stranieri del Nord. Per uno spirito dal temperamento ‘nomade’ e visionario come il suo si trattò piuttosto di una scelta dettata da circostanze esterne: il clima salutare, gli studi dei due figli. D’altro canto non si è forse lontani dal vero immaginando che un capolavoro del 1930, come Het fregatschip Johanna Maria (dove è narrata lo struggente rapporto che lega il velaio olandese Jacob Brouwer alla sua nave, la Johanna Maria appunto, quando ormai la navigazione a vapore ha preso il sopravvento su quella a vela) o comunque la serie cosiddetta ‘olandese’ dei romanzi di mare (Jan Compagnie, 1932; De waterman, 1933) possano essere stati stimolati dalla vista di quel mare azzurro e del quotidiano affaccendarsi sulla riva dei pescatori che si svolgeva materialmente davanti ai suoi occhi, non appena sollevasse lo sguardo dalla scrivania. Uno spettacolo che, per analogia e contrasto nello stesso tempo, non poteva non richiamare quello dei brumosi mari nordici, le traversate, le banchine, i cantieri del porto di Amsterdam.

Se nella narrativa finzionale di romanzi e racconti sono assenti i luoghi della vita vissuta o comunque sono proiettati in atmosfere del passato come in Oude Italiaansche steden (Antiche città italiane) del 1924 o Florentijnsche verhalen (Novelle fiorentine) del 1929, qualche squarcio della realtà italiana contemporanea lo si intravvede in alcune prose -corrispondenze giornalistiche – composte nei primi anni del soggiorno in Italia e riunite nel 1925 nel volume Verdichtsel van zomerdagen (Fantasia di giorni d’estate): testi di grande spessore stilistico come Middellandsche Zee (Mar Mediterraneo), Krekels (Grilli, cioè la festa del Grillo fiorentina), Nachten (Notti), si sottraggono a qualsiasi connotazione storica[14]. Forse l’unico scritto dove, pur in un’atmosfera atemporale, è più visibile la familiarità dello scrittore con il paesaggio marino italiano è September aan de Italiaansche zee (Settembre al mare in Italia): nella pagina dedicata più specificatamente al mar Ligure, si avverte l’intensa contemplazione del mare di Sestri Levante:

Il mar Ligure mostra delle tonalità di colore più delicate soprattutto in questo mese. Il blu e oro squillanti si addicono al mese di agosto, ma se a settembre adotta il blu allora è un tocco di turchese pallido per il pomeriggio, più tardi una striscia sottile qua e là sotto la costa che si riflette increspata nell’acqua, ma già molto prima del crepuscolo ne fa un lilla  inargentato, spento sotto la roccia, luccicante all’orizzonte.

Anche la campagna dintorno è percepita nelle minime variazioni di una stagione dove ancora Borea e Zefiro si misurano, ma che sta per cedere agli “spiriti” del Nord:

Gli alberi di fichi sono ancora rigogliosi, i peschi invece malconci, con foglie striminzite, rugginose e rinsecchite; le pesche sono vizze, senza succo, i fichi rimpiccioliti, ma dolci come in un paradiso. Ancor più chiaramente i filari delle viti mostrano a che punto è la stagione, con il fogliame strappato che si va diradando ogni mattina e i sentieri disseminati di foglie lacerate. Per ora si tratta solo di grappoli d’uva, ma è segno che fra non molto arriverà il contadino con il vino nuovo[15].

Se nell’opera di van Schendel non resta traccia esplicita di tutti gli anni trascorsi a Sestri, l’amico Jan Greshoff, l’ospite più ‘fedele’ alla casa bianca, lasciò invece la sua impressione di Sestri in una poesia dalla resa minutamente realistica. Il sonetto, intitolato Sestri Levante[16], è una ‘veduta’, come la si poteva avere dal balcone della ‘casa bianca’: lo sguardo del poeta si sofferma prima sui pescatori che fumano e chiacchierano sul muretto del ‘viale delle palme’ scrutando il mare, poi sulle coppiette di innamorati che cercano la frescura e l’ombra nel bar del paese, infine la piazza su cui si stagliano la chiesa, il municipio, l’albergo e la fontana. Un quadro che nella sua provvisorietà, nella sua assenza di scopi utilitari si addice alla precarietà di quel che il poeta definisce ‘il sistema semipermanente del mondo’:

Sestri Levante

De visschers die hun macedonia rooken/Op ‘t lage muurtje langs de palmallée / Turen gedachtenloos uit naar de zee

En praten over hoe hun vrouwen koken./  Aan dit intiem tafreel heeft niets ontbroken:/ Tot onze vreugde en stichting zien wij twee/

Verliefde paartjes voor het dorpscafé/ In droom en schaduw zalig weggedoken./De kerk, de prefectuur en het hotel/

Staan strak en onwaarschijnlijk rond een plein/ Dat, trots der burgers, prijkt met een fontein…

Alles is zonder nut, tijdlijk en klein/ En dus precies gelijk het hoort te zijn/ in ‘s werelds semi-permanent bestel.

Sestri Levante
Sul basso muretto del viale delle palme
i pescatori fumano le loro Macedonia [marca di sigarette poi sparita, ndr].
Scrutano distrattamente il mare
e ragionano di come cucinano le loro mogli.

Niente manca a questo quadro sereno:
con gioia e a nostra edificazione scorgiamo
nel caffé centrale due coppiette innamorate
appartarsi nell’ombra in un sogno beato.
La chiesa, il Comune e un albergo
stanno rigidi e inverosimili attorno a una piazza
ove troneggia, orgoglio cittadino, una fontana…
Qui non c’è nessun utile, tutto è ridotto e provvisorio
e quindi esattamente come deve essere
nell’ordine semipermanente  del mondo.

 

Corinna-Ilaria , l’ idillio infranto

Jan Greshoff era l’ospite più frequente della ‘casa bianca’, ma certamente non l’unico:  dall’Olanda arrivavano anche altri amici, come Menno ter Braak, figura di spicco nel panorama intellettuale olandese[17]. Fortemente ostile al nazifascismo, aveva scritto fin dall’inizio contro Hitler e Mussolini e proprio per leggere gli scritti di Mussolini e altri documenti storicopolitici aveva chiesto alla giovane Corinna di dargli lezioni d’italiano: il saggio Van oude en nieuwe christenen, sui totalitarismi politici e religiosi, uscito nel 1937, sarebbe stato più tardi tradotto dalla sua ‘maestra’ d’italiano[18].
A loro si univa il poliglotta Giacomo Prampolini, detto ‘Kobus’ (da Jakobus, Giacomo), che fin dal 1924 aveva cominciato a tradurre le opere di Van Schendel in italiano[19]. Più defilato dal gruppo un altro olandese: il pittore e grafico David Bueno de Mesquita, da tempo trapiantato a Firenze, ma che ammaliato dalle bellezze paesaggistiche tornava a Sestri regolarmente e aveva stretto una sincera e duratura amicizia con Giovanni Descalzo[20], il giovane poeta autodidatta sestrese. Descalzo, con la pubblicazione del poemetto Uligine, nel 1929, aveva fatto parlare di sé e pur continuando il suo modesto lavoro di operario prima e impiegato poi, aveva mosso i primi passi di una carriera letteraria e giornalistica. Aveva intrecciato rapporti con tutti quei letterati -ricordati all’inizio da Carlo Bo- che approdavano a Sestri d’estate, e specialmente con Adriano Grande, Umberto Fracchia e Piero Operti ed era sempre pronto ad accogliere chi veniva di passaggio, come Giacomo Debenedetti o Angelo Barile.

Anche Arthur van Schendel aveva incoraggiato Descalzo ed era stato prodigo di suggerimenti: aveva inoltre parlato di lui a Sibilla Aleramo[21], aveva fatto conoscere Uligine al direttore di “Solaria”[22] e a Montale [23]. Descalzo aveva cominciato a pubblicare racconti ispirati alla sua esperienza marinara e guardava con interesse allo scrittore olandese che proprio in quegli anni aveva composto i suoi romanzi di mare: la traduzione italiana di Het fregatschip Johanna Maria (Il canto dell’ultimo veliero) sarebbe uscita nel 1933 nella stessa collana dei ‘Libri del mare’ della Lega Navale italiana di Genova, che avrebbe accolto, lo stesso anno, la raccolta di racconti Sotto coperta di Descalzo[24]. L’arrivo dei Van Schendel a Sestri era atteso da lui con impazienza: “Mi piacerebbe tanto rivedere quel sognatore nordico” scrive nel suo diario il 4 marzo 1932; “apprendo da Corinna che verranno a Sestri per tutta l’estate e l’idea di rivedere Van Schendel e godere della sua amicizia mi dà una viva gioia” (31 maggio 1932); dopo l’arrivo, il 4 luglio, annota: “La vicinanza di questa famiglia, alla quale sento di dover gratitudine per l’attenzione mostratami in varie circostanze, ha accresciuto la mia serenità e la mia spigliatezza”[25]. E’ a questo punto che la storia del poeta sestrese s’intreccia con quella della famiglia Van Schendel. In Descalzo i due giovani figli dello scrittore, Corinna e Arthur jr., trovavano non solo una guida esperta nelle loro escursioni sulle colline, ma anche colui che più di ogni altro poteva iniziarli alle tradizioni e alle usanze del borgo marinaro:

Con Corinna e il fratello ci siamo avviati sulla collina di Sant’Anna rintracciando la vecchia via Aurelia tra i giovani pini e soffermandoci ogni tanto a guardare la luminosa penisoletta avvolta nel sole e nell’azzurro marino. Queste creature sensibili alla bellezza danno una gioia particolare con le loro esclamazioni di meraviglia ad ogni sorpresa e col vivissimo desiderio di soffermarsi a goderne a lungo la bellezza. E’ stata un’ora di dolce dimenticanza; così pensavo appunto che sarebbe avvenuto col loro arrivo[26].

Arthur jr.[27] aveva intrapreso gli studi di storia dell’arte, Corinna[28] mostrava invece una più spiccata predilezione per la letteratura e si trovava in maggiore sintonia con Giuanin, come Descalzo era chiamato familarmente dagli amici. Prima da Firenze e poi da Parigi dove studiava lingua e letteratura italiana, Corinna si era messa in corrispondenza con l’amico di Sestri, lo teneva al corrente dei suoi studi e gli chiedeva spesso consigli su come orientarsi nella letteratura italiana contemporanea (“i programmi di studio non arrivano mai al di qua di D’Annunzio”[29]). D’estate, tornata a Sestri, la giovane e vivace donna nordica accoglieva con la sua innata gentilezza, nel gruppo dei suoi amici, l’alquanto impacciato Giuanin, al quale quell’amichevole attenzione fece balenare la speranza che potesse essere preludio a un sentimento più profondo.

Coi figli di Van Schendel siamo stati alla basilica dei Fieschi di San Salvatore. Mi è apparsa più bella e suggestiva ancora […] Un insieme musicale  che rasenta il divino, accresciuto dalla comprensione di due giovani anime sensibili che sentivano, come pochi altri, la meravigliosa bellezza di quest’angolo incantevole. Tornando abbiamo corso come ragazzi e abbiamo riso spensierati e forse felici. […] Corinna ha saputo ridere come ancora non la conoscevo; s’io fossi meno guardingo potrei innamorarmene[30].

Quel sentimento più profondo forse non sarebbe mai maturato, né sarebbe stato ricambiato, se una spiacevole esperienza sentimentale non avesse spinto Corinna a confidarsi con l’amico italiano, l’unica persona nell’isolamento in cui si era venuta a trovare che seppe offrirle sostegno e conforto. L’intenso rapporto affettivo sviluppatosi tra i due nell’estate del 1933 è testimoniato dalle belle, lunghissime lettere[31] inviate nell’autunno da Corinna a Giuanin da Amsterdam, dove era andata a cercare lavoro come insegnante d’italiano. Ma la forte disparità sociale fra i due, accentuata dalla timidezza dell’italiano, incline ad adombrarsi di fronte alla spigliatezza e franchezza di modi della olandese, precludeva al rapporto ogni prospettiva di lieto fine.

Descalzo raccontò la parabola di questo amore impossibile nel romanzo palesemente autobiografico Tutti i giorni, scritto tra il 1933 e 1935, ma pubblicato nel 1950, un anno prima della sua morte. Nel romanzo Corinna diventa Ilaria, la fanciulla teneramente innamorata, che però non trova il coraggio di rivelare a nessuno il suo sentimento. Quando Giacomo,  il protagonista, si presenta senza preavviso ad Amsterdam[32], Ilaria temendo l’ira del padre[33], rifiuta di riceverlo e lo congeda per sempre[34]. Nel romanzo, il vecchio scrittore tornato a Sestri l’estate seguente, incontra Giacomo-Descalzo ma “passò oltre senza riconoscerlo e salutarlo. Nemico. E per sempre, come può esserlo un padre geloso e orgoglioso contro chi ha osato strappargli, profittando della sua fiducia, qualcosa che non avrebbe mai offerto né ceduto”[35]. Sarà poi un altro olandese, “un connazionale del poeta”, rimasto anonimo nel romanzo, ma nella realtà il pittore David Bueno de Mesquita, a spiegare al disperato e umiliato protagonista le ragioni più profonde di quel rifiuto. Giacomo aveva osato rivolgere lo sguardo troppo in alto illudendosi di poter superare le barriere, insormontabili, che contrassegnavano a quell’epoca, al suo interno, tutta la società olandese:

Nel nostro paese vi sono tre distinte categorie di scuole fin dalle elementari: per il popolo, per la borghesia, per l’aristocrazia. […] Tu sei popolano, ignori la ricchezza e hai tentato, con l’ingenuità della tua natura, di saltare le barriere. Hai potuto farlo solo perché ignori tutto ciò e nemmeno puoi capirlo. La confidenza e l’amicizia, non era degnazione. Era onesta e leale, ma finché tu avessi compreso il tuo stato e rispettati i confini…”[36]

Corinna-Zelia, la stagione dell’odio 

Non fu soltanto la breve e tormentata vicenda sentimentale tra Corinna e Giovanni Descalzo a trasformare il rapporto dei Van Schendel con Sestri in qualcosa di più del semplice legame che si instaura con un luogo che si visita o in cui si ha la ventura di dimorare. Gli anni della guerra crearono un legame più profondo nel senso che lo scrittore straniero si trovò a condividere il destino che colpì duramente Sestri e i sestresi. Quando l’Olanda venne invasa dai tedeschi, il 10 maggio del 1940, Van Schendel si trovava con la moglie a Sestri, dove ancora si sperava che l’Italia potesse evitare di entrare nel conflitto. Ma, con l’entrata in guerra dell’Italia, venne preclusa loro qualsiasi possibilità di movimento. Dopo l’8 settembre 1943 Sestri venne occupata dai tedeschi che vi insediarono un presidio e cominciarono la costruzione del cosiddetto vallo atlantico. Il primo dicembre la città fu obiettivo del primo attacco aereo americano, ma i bombardamenti alleati si verificarono con particolare frequenza nella primavera e nell’estate del ’44, mirando a colpire il cantiere navale di Riva Trigoso e la zona prospiciente il mare. Verso la metà di maggio i Van Schendel decisero allora di abbandonare l’amata casa bianca e di rifugiarsi, come gran parte della popolazione litoranea, sulle colline sopra Sestri, alle Cascine di San Bernardo, dove trovarono alloggio in un’angusta abitazione campagnola da condividere con altre famiglie: la loro sorte era ormai legata a quella della comunità sestrese.

Dall’alto gli sfollati assistevano sgomenti ai continui bombardamenti che stremavano la città (furono più di 200). Le ristrettezze e i disagi della vita quotidiana, la coabitazione forzata, misero a dura prova lo scrittore lontano dal suo studio dove era abituato ad isolarsi nel suo mondo fantastico. In un ritratto eseguito dalla pittrice Dina Bellotti, anche lei sfollata sulla collina, è visibile tutta la sofferenza e l’amarezza di quell’esilio. A questo periodo risalgono pochi testi, datati tra il luglio e il settembre 1944, la maggior parte poesie – genere praticato sporadicamente da Van Schendel – che testimoniano il malessere per l’inattività a cui era costretto: “Qui sulla verde collina, sull’orlo / della vallata, sistemo la mia seggiola pieghevole / circondato dalle erbe dell’estate e dal sole che splende, / con una matita e un foglio inutile / e penso ai poeti di un tempo quando / anche per loro era venuto il tempo delle mani inerti, / la penna giaceva dimenticata sul tavolo.”[37] Nell’abbattimento e nella solitudine spirituale, quasi a voler cercare di lenire l’angoscia che l’attanagliava, vengono anche invocati  i fantasmi del passato, le città della sua giovinezza, la prediletta Amsterdam, Londra, Stratford-on-Avon, gli amici perduti e, soprattutto, le parole della lingua madre: “Ho udito sempre parlare dentro di me / la lingua in cui sono nato, / e quel che ho appreso man mano fra gente straniera / è stato solo un suono che ronzava nelle mie orecchie / talvolta con un significato che potevo comprendere / e senza curarmene lo scacciavo con una mano.” [38]

Coerentemente con la poetica vanschendeliana non trovano posto in questi testi né  i patimenti della sua vita quotidiana né lo scenario di Sestri bombardata e della guerra che si svolgeva davanti ai suoi occhi.. Queste esperienze però gli richiamano alla mente la tragedia che ha colpito la sua pacifica patria. Nell’Olanda martoriata dai nazisti che seminano orrore, distruzione e morte, un solo sentimento, l’odio, può ormai sopravvivere nei cuori: “Qui, su una montagna, lontano dal mio Paese, me ne sto solo e afflitto, / ma dall’afflizione nasce più  grande l’odio, più grande di quanto io possa esprirmerlo con le parole”. Non ci sarà fino al più lontano futuro un solo bambino che non porterà per sempre nel suo cuore “il grido di odio, vendetta e dannazione” che si leva dal cupo lamento delle innumerevoli vittime. Nel componimento, intitolato Haat (Odio) e datato 30 luglio 1944, sono descritte e si direbbe enumerate, con una icasticità inconsueta per questo scrittore, le infinite atrocità subíte dalla popolazione olandese. Se si pensa che Van Schendel era lontano dal suo Paese fin dall’inizio della guerra e che le comunicazioni erano diventate difficilissime se non impossibili, il lettore non può non chiedersi da dove lo scrittore abbia attinto gli elementi di questa terribile rappresentazione. E’ a questo punto che occorre riprendere il filo della storia della figlia Corinna.

Dopo la sua breve infelice storia nel 1933 con Giovanni Descalzo, Corinna era rimasta ad Amsterdam, dava lezioni di italiano, ma si stava facendo conoscere come valente traduttrice: aveva tradotto per “Circoli” e “Letteratura” due racconti del padre[39], ma la sua preferenza andava a testi impegnativi di saggistica contemporanea, come quello del suo ‘allievo’ Ter Braak ricordato sopra. Aveva inoltre presentato, con grande tempestività Homo ludens di Huizinga [40] all’editore Einaudi, che gliene aveva affidato la traduzione. Nel 1940 Corinna è in Olanda, è testimone dell’invasione tedesca, dei bombardamenti che radono al suolo Rotterdam, e del suicidio di coloro che preferiscono la morte alla dominazione o alla persecuzione nazista. Menno ter Braak, per esempio, pur non essendo ebreo, aveva dichiarato che si sarebbe piuttosto tolto la vita pur di non cadere sotto la dominazione nazista, un proposito attuato il 14 maggio del 1940, la sera prima della capitolazione dell’Olanda. E la stessa sera del 14 maggio un infarto colpiva un altro comune amico dei Van Schendel e di Ter Braak, Eddy du Perron.

E’ con questo bagaglio di notizie strazianti e drammatiche che Corinna, nel maggio 1943,  parte da Amsterdam, con un permesso speciale, per raggiungere, non senza difficoltà, i genitori a Sestri. E ci pare plausibile che siano stati i racconti della figlia sulla tragica sorte di parenti, amici e connazionali a suscitare nello scrittore, come se ne fosse stato lui stesso diretto testimone, l’incontenibile sentimento di odio nei confronti dell’invasore tedesco. Ma non furono soltanto i genitori i destinatari dei racconti di Corinna. Dalle Cascine di San Bernardo Corinna scendeva spesso in paese e tornava alla ‘casa bianca’. Ed è in questo periodo che rivelò in pieno le sue doti di donna nordica, decisa ed energica, ma anche provata dall’esperienza dei tedeschi nella propria patria. E’ la Corinna che nel romanzo di Marise Ferro, La guerra è stupida[41], figurerà con il nome di Zelia, protagonista delle pagine forse più avvincenti fra i vari episodi narrati. Per Corinna van Schendel, dunque, una seconda metamorfosi romanzesca.

Nell’estate del 1942 Marise Ferro si era rifugiata da Milano a Sestri, dove si trovavano anche Carlo Bo, già legato a lei, e Piero Operti, tutti anche amici di vecchia data di Corinna[42]. Il romanzo della Ferro è dichiaratamente autobiografico e descrive alcuni momenti centrali dell’insediamento dei tedeschi a Sestri e dei bombardamenti alleati. La Zelia del romanzo, l’amica più cara della narratrice, ha in comune con lei l’odio per la guerra, ma mostra un maggiore disincanto, è più ironica (“volentieri buttava in sarcasmo tutte le vicende umane’, p. 89), è più fredda e controllata, almeno in apparenza. Ama la natura come tutti i nordici, ma ha negli occhi “una fiamma buia”, che all’inizio l’amica italiana non riesce a decifrare. Un giorno, quando i tedeschi sono ormai insediati a Sestri, i fili telegrafici dei loro collegamenti risultano tagliati. I tedeschi catturano subito 40 persone come ostaggi, che verranno rilasciati solo quando si chiarirà che sono stati dei bambini, giocando, a tagliare per errore i fili. Ma Zelia svela all’amica di essere stata lei l’autrice del sabotaggio:

 I bambini! Come hanno potuto credere che siano stati i bambini? Non credono al nostro odio, l’odio che li perseguiterà finché rimarranno su terre che non sono le loro. Sono stata io, io, deliberatamente, a tagliare i fili dei loro dannati telefoni.[43]

Questo odio, che abbiamo visto travasato nella poesia del padre Arthur, ha una radice segreta, che un giorno Corinna-Zelia confida finalmente all’amica: un’esperienza ‘mostruosa’ che le è toccata di vivere al momento dell’entrata dei tedeschi ad Amsterdam. E’ l’atroce racconto del suicidio di una coppia di vecchi amici ebrei che non vogliono cadere in mano dei nazisti e hanno deciso di togliersi la vita; chiedono a Zelia di constatare l’avvenuta morte di entrambi: diversamente, Zelia avrebbe dovuto procedere a un’altra iniezione di acido prussico. Quando Zelia trova la moglie morta, ma vede che il corpo del marito si dibatte e si contorce in una straziante agonia, cerca di praticare l’iniezione, ma la sua mano tremante lascia cadere a terra la fiala. Il figlio dei due, medico, arriva con un’altra fiala e procura al corpo del padre la fine della vita. Ma Zelia nell’attesa ha urlato (“Urlavo, urlavo, ero piena di urli, il mio essere era un urlo, la mia ribellione un urlo[44]), poi, dopo aver contemplato i due corpi nella calma della morte, mentre già si sente il rumore delle truppe degli invasori, accompagna al porto la figlia degli amici per la fuga verso la costa inglese…L’orrore che si è impresso nel cuore di Zelia è inestinguibile, tanto più che quello dei suoi amici non è un caso isolato, ma fa parte della catena di suicidi, soprattutto fra ebrei, verificatisi  in quei giorni in Olanda.

Questa, dunque, la Corinna-Zelia che si rivela nel romanzo di Marise Ferro[45]. La Corinna-Zelia di Sestri mostra di possedere sempre una notevole dose di coraggio e di audacia: vale per tutti l’episodio in cui, sorpresa da due soldati tedeschi mentre sta per partire con la sua biclicletta per Milano dove deve consegnare dei documenti, li affronta, riesce ad eludere il controllo della sua valigetta e porta a compimento la sua missione pedalando per giornate intere “per quattrocento chilometri sotto i bombardamenti” da Sestri fino a  Milano[46].

Dopo la Liberazione, nell’ottobre del 1945, i Van Schendel riescono a rientrare in Olanda. Ma le condizioni della salute dello scrittore, messa già a dura prova negli ultimi anni, diventano sempre più precarie: si spegnerà ad Amsterdam nel settembre del 1946 .

Il dopoguerra: il recupero di uno sguardo primordiale

Il rientro definitivo dei Van Schendel in Olanda non significò la fine del loro rapporto con Sestri, se è vero che si resta profondamente legati anche ai luoghi dove si è molto sofferto. Negli anni dell’immediato dopoguerra Corinna continua a tradurre[47] e il ricordo di Sestri si concreta in brevi racconti come Zo leeft Emilia de Italiaanse[48] o schizzi di personaggi come Don Sturla[49]. E alle soglie degli anni Cinquanta è Corinna, di nuovo, a riprendere il  dialogo ‘olandese’ con questo pezzo di terra ligure e a far da corifea nella riscoperta di Sestri.  I suoi amici non assomigliano più agli scrittori, che tra gli anni Venti e Trenta erano ospiti del padre alla casa bianca e formavano dei cenacoli in cui si discuteva di letteratura e poesia, di riviste e traduzioni, con un’attenzione tutto sommato superficiale per il mondo reale attorno a loro (l’unica eccezione, in questo senso, era costituita da Descalzo, che nei suoi racconti e nella sua attività giornalistica aveva saputo descrivere e rappresentare come nessun altro il mondo dei pescatori e dei contadini di Sestri).

Gli olandesi che, pilotati da Corinna, tornano in Riviera nel dopoguerra mostrano una sensibilità e curiosità tutta nuova. Nel 1950 Corinna arriva con un’amica di Amsterdam, Emmy Andriesse: è una fotografa famosa per i suoi lavori che, sfidando i divieti nazisti di fotografare all’aperto, avevano documentato la prostrazione della città durante l’occupazione. Dopo un’iniziale indulgenza all’estetismo, nell’anteguerra, la Andriesse si era orientata verso immagini offerte per caso dalla cronaca quotidiana, magari per strada, ma in grado tuttavia di rendere nella loro occasionalità il senso di un evento, di un’esistenza. La foto che mostrava un ragazzino denutrito in cerca di cibo, con una casseruola vuota in mano, in una strada deserta di Amsterdam, divenne il simbolo del cosiddetto hongerwinter (inverno della fame) del 1944[50] .

Le fotografie (una collezione di circa 600 pezzi) scattate a Sestri sono un documento eccezionale della vita nella cittadina ligure alle soglie degli anni Cinquanta. Sulla spiaggia, nei carruggi, nelle botteghe, lo sguardo curioso e partecipe di Emmy riconosce le tracce di quella guerra che aveva sconvolto anche la sua città, ma è affascinato dalla scoperta dei ritmi della vita quotidiana “la vita di una comunità orgogliosa e coriacea, di radici antiche, le sue fedeltà alla tradizione, le sue fatiche, la sua vitalità, le sue sofferenze e gerarchie, le sue certezze incrollabili sulla vita e sulla morte”[51]: i pescatori al lavoro tra gozzi e leudi, il loro abbandonarsi al sonno pomeridiano sulla spiaggia, la pesca con la sciabica nella Baia del Silenzio, le reti distese sulla sabbia,  le giovani e vecchie pescivendole con le ceste colme di pesce. Emmy fissa con la sua Rolleiflex un’intera giornata dei bambini nell’asilo infantile, dai giochi sulla spiaggia, al pranzo in sala, alle attività in classe o in giardino sotto la guida delle suore. Riprende anche i momenti di festa, come la processione del Corpus Domini, allora una processione ancora reale e non culturale, secondo una calzante distinzione di Giorgio Ficara a proposito delle processioni odierne che, fra sciami di turisti, sono piuttosto rivolte a riesumare “un’identità sepolta, un pezzo di storia «da ricordare»”[52]. La fotografa olandese, benché estranea a qualsiasi professione religiosa, riesce a cogliere il significato di genuina devozione della processione per la comunità sestrese fotografando non solo la varietà di persone e confratenite che sfilano, ma anche le donne e gli uomini inginocchiati al passaggio della processione (proprio per questo aspetto “documento raro ed importante” è stato osservato giustamente). E si deve infine alla Andriesse una raffinatissima sequenza, di sicuro interesse storico, ma anche metafotografico si direbbe, che riprende presso lo studio del fotografo per antonomasia di Sestri, Giacomo Borasino, il rituale delle foto delle bambine in posa con l’abito della Prima Comunione[53].

La scelta dei soggetti di queste foto sarebbe stata sicuramente impossibile, e comunque meno originale, senza l’accurata regia di Corinna van Schendel che di Sestri aveva imparato a conoscere ogni angolo, ogni tradizione e forse potremmo anche dire, ogni singolo abitante, e ha saputo perciò far da guida all’amica nel fissare le immagini di un mondo che sarebbe scomparso con l’arrivo in Riviera della ricca borghesia lombarda e del turismo di massa[54]. Anche per un’altra sua amica, la disegnatrice Maaike Braat [55], ospite più tardi anche lei nella della casa bianca nella primavera del 1953, Sestri Levante sarà la rivelazione di un paesaggio e di un mondo nuovo. Per lei che fin dagli anni Trenta aveva disegnato e inciso i lineari  polder olandesi o le acque specchianti dei canali di Amsterdam e dei suoi sobborghi, la vista dal balcone dei Van Schendel è un susseguirsi di percezioni e emozioni inedite. Oltre a numerosi disegni, frutto di quel soggiorno è un album intitolato De vissers van Sestri[56] (I pescatori di Sestri), stampato in 250 esemplari, con undici disegni a carboncino e un testo in cui la Braat descrive alle due figlie, Marijke e Marjan, la scoperta del paesaggio mediterraneo e la novità di quel mondo marinaro.

La descrizione è un’incantata esplorazione visiva di due percorsi: la ripida salita attraverso un uliveto fino in cima a una collina da dove lo sguardo può planare fino al mare e poi la discesa fra i profumi di erbe e di salmastro. Lo sguardo nordico indugia stupito sulla  vegetazione arborea mediterranea che percepisce senz’altro come esotica: la mimosa “dalle foglie filiformi verde scuro e dagli splendidi grappoli di fiori gialli lanuginosi” (p. 9), gli aranci e i limoni carichi di frutti: “un limone giallo pallido ancora mezzo acerbo lo vedi a stento tra il verde. Ma un’arancia, con il suo arancione vivace, spicca tra le foglie: una vista meravigliosa per chi viene dal Nord e le arance è abituato a vederle solo nelle cassette”(ibid.). Sono gli ulivi, però,  con i loro tronchi , a scatenare la fantasia nordica:

I tronchi contorti formano molti buchi e cavità vicino alle radici. Se gli gnomi non sono ancora stati banditi del tutto dagli uomini, qui c’è ancora una buona dimora per loro. Ti viene di pensarci subito perché l’uliveto ha un aspetto molto fiabesco con qualche giovane pruno che ora libra leggero nell’aria i suoi rami fioriti, e il fico che comincia a gemmare. I rami lisci, stretti, del fico hanno infatti, a ciascun apice, una curiosa fogliolina sferica di un colore gialloverde che si sviluppa rapidamente in grandi foglie palmate (p. 11).

Non c’è odore o gradazione di colore che la Braat non registri per rendere tutta l’emozione suscitata da questo paesaggio vergine mediterraneo: “…tutt’a un tratto, in una radura vicino alla roccia sul mare, sento l’odore del timo: è un’erba bassa, con delle piccole foglie e fiorellini  di un incantevole viola rosato. Respirando profondamente si sente anche l’odore della resina  dei pini e dell’erica che qui cresce in cespugli alti e fiorisce con grandi grappoli bianchi”(p. 13). L’originalità della descrizione della Braat sta nell’avvertire quella continuità inscindibile tra campagna e marina che forma la peculiarità del territorio rivierasco. Le pagine dedicate alla marina e ai pescatori, accompagnate dai disegni, fanno pensare alle fotografie di Emmy Andriesse[57], e fanno intuire in filigrana le spiegazioni dell’amica Corinna. Perché se Maaike scrive che dal balcone della casa bianca può “osservare la vita dei pescatori e fare molti disegni” (p. 7) è anche vero, di nuovo, che al suo fianco c’era Corinna che di quei pescatori sapeva decifrare ogni gesto e ogni movimento e all’amica poteva insegnare a distinguere un gozzo da un latino e da un leudo, o i tipi di vele e di reti, o i vari modi della pesca mediterranea. Forse proprio per questo nel testo e nei disegni di Maaike, gli atti quotidiani dei pescatori sono descritti e tracciati con un’estrema semplicità e freschezza, con lo sguardo aurorale che serba tutto lo stupore delle cose viste per la prima volta. Come la descrizione della pesca con la sciabica:

Quando il vento si calma, ma il tempo non è ancora affidabile per prendere il largo di notte, si pesca nella baia. Un paio d’uomini partono con una barca a remi trainando una grossa rete a strascico tenuta a galla da una specie di grandi zucche fissate su dei sugheri. Alla rete sono attaccate delle corde molto lunghe e pesanti che vanno calate al largo e poi, a un certo momento, gli uomini rimasti sulla spiaggia cominciano a tirarle. E’ un lavoro molto pesante in cui fanno uso di una specie di bretella che passano su una spalla e che si aggancia alla corda della rete. Loro tirano, come un tempo da noi usava trainare i barconi nei canali, e devono tornare continuamente fino all’acqua per riprendere la rete. Quando la rete viene avvistata, riconoscibile da un paio di barilotti che le galleggiano accanto, ci sono già un bel po’ di spettatori curiosi di quel che sarà il pescato. E’ sempre un momento emozionante vedere se ne è valsa la pena di tanta fatica. In genere sono pesci abbastanza piccoli, che devono essere tolti dalle reti, poi sciacquati bene, sistemati nelle cassette e messi in vendita (p. 23).

Pochi anni separano il viaggio di Maaike Braat da quello di un altro artista olandese per un progetto che trova, di nuovo, in Corinna van Schendel il suo cardine. Negli anni Cinquanta la casa editrice Contact di Amsterdam dà il via a una serie di libri fotografici sull’Europa e affida a un notissimo e affermato fotografo, Cas Oorthuys [58], l’incarico di realizzarli. La formula dei volumi consisteva in un centinaio di foto corredate di un commento-didascalia da parte di uno scrittore che avesse familiarità o affinità con la città o regione fotografata. Per il reportage sulla Riviera ligure Cas Oorthuys realizza un viaggio nel 1957. Corinna propone allora alla Contact Marise Ferro per la stesura del commento alle fotografie, come si deduce da una lettera di quest’ultima  a Corinna del 3 dicembre 1957:

Ti devo ringraziare per il lavoro che mi hai procurato; ho risposto a quelli della Uitgeverij Contact, i quali sono stati molto gentili, e adesso aspetto le fotografie scelte da te per mettermi al lavoro; spero di fare una cosa ben fatta poiché parlare della Liguria mi è facile essendo la terra in cui sono nata e che conosco [59].

Da questo passaggio risulta inoltre che la scelta delle foto è opera dell’amica Corinna, la quale si sarà sicuramente incaricata di tradurre in olandese il testo italiano della Ferro. La collaborazione italo-olandese a tre da origine a un libretto di straordinario nitore e bellezza: Dit is de Italiaanse Rivièra[60] (Questa è la Riviera italiana) che squaderna un percorso di immagini da Ventimiglia alle Cinque Terre, dove ogni foto di Cas Oorthuys testimonia l’eccellenza della sua arte. Alla sensibilità di Corinna è dovuta l’armonia dell’insieme perché tutte le immagini scelte palesano la loro autenticità e ciascuna è in grado di esprimere quel che si diceva un tempo il genius loci. Nel testo-commento di Marise Ferro la Riviera diventa luogo dell’anima e memoria. Foto in bianco e nero che conservano intatta la pregnanza delle luci e delle ombre estive mediterranee, inquadrano prospettive vertiginose dall’alto di una scogliera o riprendono dal basso le altissime case di Oneglia e Camogli, le torri di Albenga. Come non pensare davanti alla foto di un sentiero inerpicantesi su una collina sopra Sestri Levante che l’obiettivo di Oorthuys sia arrivato lì non per caso, ma guidato piuttosto dalla partecipazione appassionata di Corinna? E davanti al commento di Marise Ferro alla stessa foto:

I viottoli che portano in alto sui monti dei dintorni di Sestri sono spesso lastricati. Sono particolarmente pittoreschi e le passeggiate che vi si possono fare diventano eccitanti misteriose gite d’esplorazione, poiché ogni angolo riesce a sorprendere grazie a un fiore, ai giochi della  luce, ai profumi[61]

Come non pensare alle passeggiate negli anni Trenta della giovane Corinna-Ilaria, con il fratello, con Descalzo, con le amiche o, un decennio più tardi, alle passeggiate della stessa Corinna-Zelia e Marise, l’unica evasione possibile nei mesi della guerra?[62]

Con Dit is de Italiaanse Riviera si conclude davvero l’epoca dei viaggi e dei soggiorni di un’élite europea. L’immagine di una Riviera, forse per l’ultima volta ancora autentica, viene consegnata al ‘consumo’ di un pubblico più largo che negli ultimi decenni del Novecento associerà il litorale ligure a epidermici ricordi vacanzieri di sole e di azzurro marino. Emblematica è la sorte toccata alla casa bianca. Negli anni Sessanta passò in altre mani e fu trasformata in pensione familiare per villeggianti e forestieri. A ricordo però del lungo soggiorno dell’ospite illustre, sulla sua facciata è stata apposta una lapide che lega per sempre, di là delle vicende personali, i nomi dello scrittore olandese Arthur van Schendel e del poeta sestrese Giovanni Descalzo a questo impareggiabile lembo di Liguria[63].

Dina  ARISTODEMO

NOTE

Desidero esprimere la mia gratitudine alla signora Corinna van Schendel jr., figlia di Arthur van Schendel jr. e nipote dello scrittore, che ha messo a mia disposizione il materiale documentario e fotografico conservato presso l’Archivio della famiglia Van Schendel di Amsterdam e mi ha aiutato a ricostruire alcuni momenti della biografia della zia Corinna.

La traduzione dei testi olandesi che verrano citati nell’articolo è mia.

[1]  Si veda Viaggiatori stranieri in Liguria, a cura di E. KANCEFF,  C.I.R.V.I., Geneve, Slatkine, 1999.

[2]  Il premio “Hans Christian Andersen – Baia delle Favole”, per la narrativa infantile, arrivato quest’anno alla 43a edizione.

[3]  H. SARNOW, Sestri Levante und seine Umgebungen. Führer durch Ligurien von Recco bis Spezia, Mit einer Karte der Umgebung, Würzburg und Leipzig, Woerl’s Reisebücherverlag, 1897, 36 pp. + 12 pp. n.n.

[4] A Descalzo dodicenne, ‘garzonetto’ in una cartoleria, un turista olandese aveva confessato che per tutta la vita aveva risparmiato ‘un fiorino ogni bimestre’ per poter venire in Riviera e sincerarsi dell’esistenza di  un paese così bello come quello raffigurato in un quadretto, appeso alle pareti di casa sua, in Olanda. Ora che aveva visto Sestri l’olandese dove ammettere che il paesaggio reale era “molto più bellissimo!” G. DESCALZO, Contatto con l’Olanda, “Giornale di Genova”, 15 novembre 1934.

[5]  C. BO, La memoria vive a Sestri. Quando quest’ angolo di Liguria era terra promessa per scrittori, poeti, artisti, “Corriere della Sera”, 1 luglio 1996.

[6] J. GRESHOFF,  Het boek der vriendschap in J.G., Verzameld werk, Amsterdam, Van Kampen en Querido,  1950, p. 169.

[7]  Le prime impressioni italiane risalgono però al lontano 1881, quando al rientro dalle Indie olandesi, il piccolo Arthur passa da Napoli ed è colpito dalla musica sentita sul battellino che li portava a terra (“uomini con fazzoletti rossi in testa che suonavano con la chitarra Funiculì-funiculà, la prima melodia ch’io abbia mai sentito nei miei ricordi”; a Roma, un ramo con un’enorme arancia e a Milano, in Galleria, un automa, un negro, su un piedistallo). Così nel volume di ricordi, postumo, Jeugdherinneringen. Een document, Amsterdam, Meulenhoff, 1989, p. 17. Il viaggio del 1905 ebbe come mèta, forse, Venezia. Nel maggio del 1908, lo scrittore soggiornò sul lago di Como durante il viaggio di nozze. Non esiste a tutt’oggi una dettagliata biografia di Arthur van Schendel. L’unica che presenti una certa completezza è quella di G.H. ‘s-GRAVESANDE, Arthur van Schendel. Zijn leven en werk, ‘s-Gravenhage, Uitgeverij BZZTô, 1981.  Un interessante album che segue le tappe del percorso biografico e letterario dello scrittore, con  fotografie e riproduzioni di lettere, dipinti e disegni, è stato pubblicato dal Museo della Letteratura dei Paesi Bassi che ha sede all’Aja:  Arthur van Schendel, a cura di C. VAN SCHENDEL e G. BORGERS, con un’introduzione di H.A. GOMPERTS, Amsterdam, De Bezige Bij, 1976.

[8]  I Van Schendel abitarono nel 1932 e poi nel 1933 in via Carlo Alberto (oggi via XXV Aprile) ai nn. 2 e 4. Nel 1934 presero alloggio alla casa bianca con ingresso in via Garibaldi, 18.  La  denominazione ‘casa bianca’ potrebbe avere origine anche dalla famiglia Casabianca che vi abitò nell’Ottocento.

[9]  Jan Greshoff (Nieuw-Helvoet 1888 – Città del Capo 1971), giornalista, critico letterario e poeta, animatore della vita culturale in Olanda e in Belgio, autore di 25 libri di poesia, si trasferì alla vigilia della seconda guerra mondiale in  Sudafrica.

[10]  J. GRESHOFF, Afscheid van Europa. Leven tegen het leven, ‘s-Gravenhage/Rotterdam, Nijgh & Ditmar, 1969, p. 23. Cfr. anche J. GRESHOFF, Het boek der vriendschap, cit., pp. 182-187.

[11]  J GRESHOFF, Arthur van Schendels Dubbelleven, in J. G., Volière, ‘s-Gravenhage, Stols, 1956, p. 24.

[12]  Per la traduzione italiana di queste opere cfr. infra, n. 19.

[13]  Cfr. P. ANGELINI, Arthur van Schendel et l’Italie:les notes sur la Renaissance, “Études germaniques”, 1965, pp. 512-13.

[14]  La prosa intitolata Giovinezza potrebbe far pensare alla situazione politica italiana di quegli anni, ma i primi due versi dell’inno fascista sono per Van Schendel lo spunto per una riflessione sulla bellezza della giovinezza ‘che pur fugge tuttavia’ del Magnifico e sui temi dell’Addio giovinezza! (Verdichtsel van zomerdagen, Maastricht, Boosten & Stols, 1925, pp. 5-15).

[15] September aan de Italiaansche zee, in De zomerreis, Den Haag, Boucher, 1938, pp. 56-57. La prosa era stata pubblicata in “Het Vaderland”, 16 settembre 1934.

[16]  J. GRESHOFF, Sestri Levante. Il sonetto fa parte del ciclo  Jean-Jacques in 1933 composto a  Sestri Levante nell’agosto 1933 e pubblicato nella rivista “Groot Nederland” 1993, 10, pp. 289-302. Pubblicato poi in J.G.,  Verzamelde Gedichten. 1907-1967, ‘s-Gravenhage/Rotterdam, Nijgh & Van Ditmar, 1967, p. 155. Il titolo Sestri Levante figura però apposto al sonetto soltanto nel volume antologico Dichters van deze tijd, Amsterdam, P. N. Van Kampen en Zoon, 1947 , p. 92.

[17]  Menno ter Braak (Eibergen 1902 – L’Aja 1940), saggista, critico letterario, teatrale e cinematografico, fondatore, con Eddy du Perron , di “Forum”, la più autorevole rivista culturale di quegli anni. Fra i suoi testi più famosi: Carnaval der burgers (1930) e Politicus zonder partij (1934). Nel 1936 fonderà il ‘Comitato di vigilanza degli intellettuali antinazionalsocialisti”.

[18]  M. ter BRAAK, La democrazia di nessuno ossia del Cristianesimo paradossale nell’Europa moderna, traduzione di Corinna van Schendel, con una nota biografica di C. van Schendel e introduzione di Carlo Bo,  Milano, Edizioni di Uomo, 1945. Cfr. la recensione di F. De Bartolomeis, “Il Ponte”, 1947, n. 1, pp. 71-74.

[19] Giacomo Prampolini (Milano 1898 – Pisa 1975) tradusse in italiano la novella Blidmonde,“Nuova Antologia” 1925; la raccolta di novelle Angiolino e la primavera, Milano 1927; i romanzi Een zwerver verliefd e Een zwerver verdwaald sotto l’unico titolo Tamalone, Milano 1928; I fiori dell’amore, Milano-Roma 1931; Het fregatschip Johanna Maria con il titolo Il canto dell’ultimo veliero, Genova 1933; Jan Compagnie, Milano 1936. Brani di altre opere di Van Schendel tradotti da Prampolini si leggono anche in La letteratura olandese e fiamminga (1880-1924). Antologia a cura di Giacomo Prampolini, Roma 1927, pp. 76-105.

[20] Per l’amicizia tra David A. Bueno de Mesquita (Amsterdam 1889 – Firenze 1962) e Giovanni Descalzo, documentata dall’assidua corrispondenza conservata ora nell’Archivio Descalzo della Biblioteca della Società economica di Chiavari, si veda F. RAGAZZI, Giovanni Descalzo, un poeta, gli artisti e il mare in Giovanni Descalzo. Un poeta fra gli artisti, a cura di F. Ragazzi, con la collaborazione di F. De Nicola, Sestri Levante, Gammarò editori,  2008, pp.19-22.

[21] In data 6 gennaio 1932 Descalzo descrive nel suo diario l’incontro, a Roma, con Sibilla Aleramo: “Era in casa; non m’ero preavvisato, ma fui accolto con simpatia. Sapeva di me, mi disse, da qualche anno. Gliene aveva parlato Van Schendel” G. DESCALZO, Pagine di diario(1930-1932), a cura di Francesco De Nicola, Genova, ed. San Marco dei Giustiniani, s.d., p. 24.

[22]  Negli anni del suo soggiorno a Firenze, Van Schendel aveva  avuto contatti con il gruppo di “Solaria” e aveva scritto un breve contributo in italiano, Svevo, per il fascicolo della rivista dedicato a Italo Svevo (marzo-aprile 1929). Cfr. ora A. van  SCHENDEL, Svevo, in Verzameld werk, Amsterdam, Meulenhoff, vol. 8, 1978, p. 414.

[23] Dopo l’incontro con Montale a Firenze, Descalzo annota nel suo diario, in data 14 gennaio 1932 : ” […] da anni Van Schendel gli aveva parlato di me con molto entusiasmo” G. DESCALZO, Pagine di diario, cit., p. 32.

[24]  Cfr l’articolo di Descalzo, Arthur van Schendel, “L’Italia letteraria”, 17 dicembre 1933. Dopo la morte Descalzo  ricordò lo scrittore olandese con altri due articoli: Arthur van Schendel, “La Fiera letteraria”, 21 novembre 1946 e Poeti stranieri in Liguria: Arthur van Schendel, “Il Corriere del Popolo”, 20 aprile 1947.

[25]  Pagine di diario, cit., p. 47, 62 e 70.

[26]  Ivi, p. 76.

[27] Arthur van Schendel jr. (Ede 1910 – Amsterdam 1979), dopo gli studi di storia dell’arte alla Sorbona,  si stabilì in Olanda. Ebbe  un ruolo di primo piano nel mondo museale olandese e internazionale. Dal 1959 al 1975 ricoprì la carica di direttore del più importante museo dei Paesi Bassi, il Rijksmuseum di Amsterdam.

[28] Corinna van Schendel (Ede 1909 – Amsterdam 1985), traduttrice e docente d’italiano, tra l’altro al Conservatorio dell’Aja e all’Università di Utrecht.

[29] Lettera da Bellevue, 17.1.1932. Cfr. infra, n. 31.

[30] 14 luglio 1932 (Pagine di diario, cit. p. 73). Scrive ancora  il 20 agosto 1932: “L’unica cosa che potrà salvarmi sarà l’amore di una donna che stento a riconoscere fra le molte che passano. Corinna avrebbe forse, più di tutte, virtù ed elementi felici per il mio temperamento” (Ivi, p. 80).

[31]  Le missive di Corinna van Schendel a Giovanni Descalzo, in tutto 69 pezzi, comprendono un arco di tempo che va dal 1929 al 1950 e sono conservate nell’Archivio Descalzo della Biblioteca della Società Economica di Chiavari.

[32]  Per il viaggio realmente effettuato da Descalzo in Olanda  nella primavera del 1934 e i suoi reportage pubblicati dal “Giornale di Genova” nel novembre e dicembre dello stesso anno, si veda  D. ARISTODEMO, Impressioni olandesi di Giovanni Descalzo, in Atti del Convegno di studi su Giovanni Descalzo (Sestri Levante 25-27 settembre 1981), a cura di F. DE NICOLA , Foggia, Bastogi, 1982, pp. 101-107.

[33]  Fin dall’inizio della loro relazione Ilaria aveva detto a Giacomo: “Tremo al pensiero che il babbo intuisca l’origine della nostra maggiore confidenza. Tu non conosci le sue sorde ire, potrebbe farti tanto male e non saprei consolarmene” (G. DESCALZO, Tutti i giorni, Milano, Ceschina, 1950, p. 290).

[34] “Partì subito, insensato e sconsigliato, senza preavviso, per giungere alla porta di sorpresa […].

Non stupore, non meraviglia, non gioia l’accolse, ma sgomento e quasi paura: – E’ stata una pazzia. Non farti vedere Dio mio. I tuoi fiori, le tue lettere han già detto abbastanza a mio padre che è qui anch’esso e non ti perdonerà più quest’altra imprudenza…” (Ivi, pp. 322-323).

[35] Ivi, p. 327.

[36] Ivi, p. 329.

[37]  De groene heuvel (La collina verde), vv. 1-7, in  A. van  SCHENDEL, Herdenkingen, Amsterdam, Meulenhoff, 1950, p. 61. Il volumetto, postumo, contiene un’introduzione di G. H. ‘s-Gravesande.

[38]  Taal (Lingua), vv. 1-6, Ivi, p. 73.

[39]  A. van  SCHENDEL, Notturno, (Nachtmuziek), trad. di Corinna van Schendel,  “Circoli”, 1933, n. 5, pp. 37-44;  La donnina del perché, trad. di  C. van Schendel, “Letteratura”, 1938, 4, pp. 93-97.

[40]  “[…] si tratta di un’opera densa di pensiero. La materia, pur concentrata sul concetto giuoco, tocca i campi più svariati della cultura dalla filologia alla filosofia e alla religione. […] Pur rendendomi conto delle non poche difficoltà che avrò da sormontare mi sono decisa ad accettare la traduzione perché sarò lieta di poter contribuire alla diffusione in Italia di un’opera di tale importanza culturale” Lettera di Corinna van Schendel a Giulio Einaudi, 5 dicembre 1938. (Cito dalla minuta conservata  nell’Archivio della famiglia van Schendel, Amsterdam). Le vicende belliche, il sequestro della Einaudi,  ritardarono la pubblicazione della traduzione che riuscirà a veder la luce solo nel 1946.

[41]  La guerra è stupida, Milano, Milano-sera editrice, 1949, con dieci disegni e sovraccoperta a colori di Fiorenzo Tomea. Il romanzo è stato ristampato nel 2005, dalla Vienne-Pierre edizioni, con un’introduzione di Gioia Sebastiani. Le citazioni  qui di seguito nel testo sono tratte da questa edizione.

[42] Su Marise Ferro (Ventimiglia 1905- Sestri Levante 1991), giornalista e scrittrice, si veda l’introduzione citata di G. Sebastiani e M. CEDROLA, Marise Ferro, in La fama e il silenzio. Scrittrici dimenticate del Primo Novecento, a cura di F. DE NICOLA e P. A. ZANNONI, Padova, Marsilio, 2002, pp. 51-57.

[43] La guerra  è stupida.,  p. 117.

[44] Ivi, p. 124.

[45] Alcuni particolari del racconto messo in bocca a Zelia dalla Ferro pare non corrispondano all’accaduto che, per esempio, ebbe sicuramente luogo all’Aja e non ad Amsterdam (Il capitolo in La guerra è stupida è intitolato: ‘I quattro ebrei di Amsterdam’). Per una versione diversa del ruolo di Corinna van Schendel, si veda ora L. HANSSEN, Sterven als een polemist. Menno ter Braak 1930-1940 , Amsterdam, Balans, 2001, p. 561. Dal diario – inedito – di Corinna (scritto a Sestri dal 25 agosto 1943 al 21 settembre 1945 e conservato presso l’archivio di famiglia ad Amsterdam) non risulta quando e come il tragico episodio sia stato narrato a  Marise.

[46] La guerra è stupida, cit., pp. 194 – 197.

[47] Nel 1948 esce la traduzione di Vino generoso di Svevo (Weldadige wijn, “Libertinage”, 1948, 5, pp. 28-42) con una presentazione dello scrittore, ancora sconosciuto in Olanda, da parte della traduttrice. Altre successive traduzioni di Corinna van Schendel dall’italiano: Agostino di Moravia, La vita di Cellini, le opere di Monteverdi e la compilazione e traduzione di una fortunata antologia di novellieri italiani (Meesters der Italiaanse vertelkunst, Amsterdam, Meulenhoff, 1955).

[48] (Come vive Emilia l’italiana), “Vrij Nederland”, 3 novembre 1949, p. 11.

[49]  “Libertinage”, nov.-dic. 1949, n. 6, pp. 40-41.

[50] Emmy Andriesse (1914-1953), ebrea, visse in clandestinità durante l’occupazione tedesca e fece parte inoltre del gruppo di fotografi chiamato “Fotocamera clandestina’ perché eludeva il divieto di fotografare all’aperto.  Cfr. Amsterdam tijdens den hongerwinter. Foto’s van Emmy Andriesse, Cas Oorthuys, etc., Amsterdam, Contact-De Bezige Bij, 1947.

[51] A. GIBELLI, Gli anni Cinquanta a Sestri Levante nelle fotografie di Emmy Andriesse, “Il Secolo XIX”, 2 dicembre 2005, p. 13.

[52] G. FICARA, Riviera. La via lungo l’acqua, Torino, Einaudi, 2010, p. 16.

[53] L’archivio fotografico di Emmy Andriesse è conservato nel Gabinetto delle stampe della Biblioteca dell’Università di Leiden. Le foto relative a Sestri sono state esposte alla mostra “Sestri Levante 1950. Le foto dell’olandese Emmy Andriesse” (Sestri Levante, 3 dicembre 2005 – 6 gennaio 2006). Cfr. ora il catalogo, Sestri Levante 1950. Le foto dell’olandese Emmy Andriesse, a cura di D. CITI, S. COLDANI, N. DAZZI, Genova 2005.

[54]  Per l’amicizia tra Corinna e la Andriesse cfr. C. van SCHENDEL jr., Corinna ed Emmy, in Sestri Levante 1950, cit. p. 137.

[55]  Maaike Braat-Roolvink (Arnhem 1907- Amsterdam 1992), si dedicò soprattutto al disegno e all’incisione. L’esperienza sestrese rappresenta forse un unicum nel suo percorso artistico. Nei viaggi successivi  la Braat disegnerà paesaggi innevati e ghiacciai, le cime solitarie dei fiordi norvegesi e delle Dolomiti.

[56]  De vissers van Sestri, geschreven, getekend en op steen gebracht door MAAIKE BRAAT, Epe, tip. Hooiberg, 1953, 27 pp.

[57] Molto opportunamente i curatori della mostra sulla Andriesse hanno inserito nel catalogo anche dei disegni che figurano nell’album di Maaike Braat.

[58] Cas Oorthuys (Leiden 1908- Amsterdam 1975), fin dagli anni Trenta impegnato in reportage di carattere sociale, fece parte, durante l’occupazione tedesca, insieme con l’Andriesse, del movimento “Fotocamera clandestina” (cfr. supra n. 50).

[59] Lettera di Marise Ferro a Corinna van Schendel, da Milano, 3 dicembre 1957 (Archivio della famiglia Schendel, Amsterdam).

[60] Dit is de Italiaanse Rivièra, Foto’s van Cas Oorthuys. Tekst van Marise Ferro, Amsterdam-Antwerpen, Contact, 1958, 96 pp.

[61] Ivi, p. 61. Sono consapevole del fatto che la mia ritraduzione in italiano, dall’olandese, non riesce a restaurare il testo originale scritto dalla Ferro!

[62] “Le nostre passeggiate divennero quasi quotidiane. Non erano passeggiate, Zelia ed io lo sapevamo, ma evasioni. […] Zelia si fermava spesso per guardare. Non parlava, non faceva commenti, guardava. Il suo occhio di nordica sagace valutava tutte le gradazioni dei colori, dei vapori delle efflorescenza dell’aria, di fraganze e di suoni. ” (La guerra è stupida, cit., p. 118 e p. 119).

[63] “Qui dimorò dal 1933 al 1945 / l’illustre scrittore / olandese Arthur van / Schendel e lavorò / instancabile ispirato / dal borgo e dal / panorama. Amico / di G. Descalzo fu / sua guida sulla / via della poesia”.

Immagine tratta dalla raccolta del Letterkundig Museum (Museo letterario) olandese

Corinne van Schendel, Sestri Levante

Corinne van Schendel, Sestri Levante

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  1. UMBERTO BURANI ha detto:

    Sono lieto che fra le tante glorie Sestresi sia stato riservato un posto (anche se non di prima fila) a Giovanni Descalzo. Ho lavorato al suo fianco dal 1946 al 1948, lui modesto impiegato del Comune e corrispondente locale del Secolo XIX, e io ragazzo diciottenne, già suo “capo” in Comune e apprendista collaboratore del Secolo. Mi regalò una raccolta dei suoi scritti e delle sue poesie, raccolta andata poi perduta nei miei numerosi traslochi in Italia e all’estero; qualcuno può aiutarmi a ritrovare questo prezioso materiale? Credo varrebbe la pena di curarne la pubblicazione. Il materiale in mio possesso era la copia di un originale inviato al Secolo XIX, non ricordo a quale fine; sarà magari difficile rintracciarlo, ma perché non provare? Correva l’anno 1947…

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