Published On: Lun, Feb 1st, 2016

Imprese agricole, i piccoli contadini costretti a fare corsi di formazione a Helsinki sulla patata di Fustenberg

E’ sempre più feroce la tempesta continua dei corsi di formazione. Persino là dove sono più utili (scuola e legge 626 sulla sicurezza, per esempio), l’impressione costante è che siano del tutto inutili, se non a coloro che li organizzano e gestiscono (a spese dei contribuenti tutti). La pretesa di insegnare ai contadini di piccoli appezzamenti, come accade in Liguria, qual è il colore delle patate di Fustenberg (impartendo auree lezioni a pagamento e obbligando chi magari risiede a Comuneglia o Perinaldo ad andare a seguire i corsi in sedi dolorose come Timbuctù o a Helsinki) rasenta la follia del Grande Fratello di Orwell, l’imbecillità di Bertoldino e Cacasenno (ma non la furbizia di Bertoldo), oppure le ingenuità di Bouvard e Pécuchet (che si improvvisano agricoltori in provincia mentre erano copisti a Parigi), oppure le avventure de L’Idiota di Dostoevskij (che idiota non era), oppure il candidismo di Rousseau (“la Natura vede e provvede, e rende l’uomo buono”)  e di Don Chisciotte (ma non la furba saggezza di Sancho Panza).

In sostanza si arriva a voler insegnare qual è la curvatura necessaria a banane e cetrioli (non è fantascienza, ma una norma imposta dall’Unione Europea) a contadini di 50 anni, figli di generazioni di contadini e magari usciti dalla scuola agraria.
Se poi fossero corsi locali e (semi)gratuiti, ok. Ma l’obbligo burocratico imposto per legge con annessa imposizione di pagamento e di trasferimento a Timbuctu, quelli proprio no.
Avendolo constatato per altri settori, inoltre, quasi sempre i corsi servono a chi li impartisce e non a chi li subisce. Sarebbe quindi bene che in Italia si iniziasse a riassegnare un minimo di libertà al cittadino, e non sui “diritti” formali ma sulle cose concrete, visto che ognuno nel suo lavoro ha convenienza a migliorarsi. Ognuno ha interesse a non usare male i costosi fitofarmaci per i propri campi, soprattutto se è una piccola proprietà, i cui prodotti sono mangiati dal produttore e dalla sua famiglia.

Un poco come succede per la patente, caso in cui il rinnovo è solo una tassa da subire e da pagare. Nel Regno Unito la patente dura quasi tutta la vita, dal momento che là i politici e deputati non considerano il cittadino come SERVO e cogl.one, ma PERSONA IN GRADO di andare da sé dall’oculista se non ci vede bene, e così non rischiare la vita guidando. Invece (è successo a chi scrive), in Italia alla visita di controllo per la patente possono capitare scenette come la seguente:

Il medico – Come si chiama?
– Firullo da Lodi…
– Quanti anni ha?
– 49
Ci vede?
– Sì.
– Ok… Qui c’è la parcella da pagare.

NOTA TECNICA DI COMPAG
Micro imprese agricole e hobbisti.
Illegale l’acquisto di agrofarmaci per privati e un milione di piccoli produttori agricoli.

Micro imprese agricole e hobbisti appassionati di gardening messi spalle al muro con l’entrata in vigore lo scorso novembre del PAN, la norma nazionale che regolamenta l’utilizzo degli agrofarmaci e che ne vieta la vendita a tutti i fruitori non in possesso di regolare patentino. Nulla sarebbe se detto patentino fosse ottenibile agevolmente, a fronte della frequentazione di un corso a pagamento formalmente tenuto da organi competenti. Ma l’offerta è frammentata, inadeguata, indisponibile perché demandata alla Regioni e, a cascata, alle strutture territoriali come, ad esempio, l’Ispettorato Agrario, la Forestale, la Ulss, la Vepa…  Ovviamente non organizzati e sordi. E allora?! E allora tutti con il prato trascurato, con le vigne dietro casa ammalate, con gli ulivi secolari dei bisnonni aggrediti dai parassiti. Situazione triste quanto vera, che impedirà ai produttori amatoriali di fornire le loro eccellenze al ristorante della zona, e al vignaiolo locale di vendere il prosecco all’amico di sempre o al cliente affezionato.

Con un panorama italiano composto da un milione di micro imprese agricole di cui ad oggi solo 300 mila in possesso di patentino, la paralisi è annunciata o, peggio, in corso. E a nulla serve il perdurare del grido d’allarme di Compag, associazione nazionale che rappresenta i commercianti di prodotti per l’agricoltura, che da tempo solleva il problema proponendo al contempo inascoltate soluzioni. Perché, infatti, non ovviare alle effettive o presunte difficoltà gestionali delle Regioni nella gestione dei corsi di abilitazione di operatori grandi e piccoli attivando dei corsi di formazione on-line, più facilmente fruibili e oltretutto meno costosi degli sporadici e geograficamente poco diffusi corsi frontali? Perché non offrire a hobbisti e imprenditori l’opportunità di scegliere in che modo accedere al patentino dal momento in cui la norma, pensata per ridurre i rischi derivanti dall’utilizzo degli agrofarmaci sulla salute umana e sull’ambiente, non esclude la formazione via web? Domande senza risposta. Domande che chi di dovere preferisce ignorare, come ignora la proposta di Compag di caricarsi l’onere di organizzare in toto la formazione on-line dalla Sicilia alla Valle D’Aosta per provare a salvare questa Italia dall’ennesima grave inadempienza, dalle devastanti conseguenze a discapito dei piccoli e non dei grandi. “Mai smetteremo di denunciare questo sistema incoerente e subdolo” annuncia con forza Fabio Manara, Presidente di Compag. “Mai accetteremo che il sistema agricolo nazionale debba sottostare a blocchi burocratici e a clientelismi locali”.

Urge un confronto con il Legislatore [perché scriverlo con la maiuscola come nei romanzi di Kafka?, NDR] e con le Istituzioni affinché la formazione on-line venga rapidamente riconosciuta e possa così essere abbattuta qualsiasi barriera territoriale.

Una speranza per l'agricoltura?

Una speranza per l’agricoltura: meno burocrati

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