Published On: dom, Ott 14th, 2018

In piazza per una nuova Genova: le richieste raggiungono anche l’Ocse

Ieri pomeriggio si è svolta la manifestazione “Riprendiamoci Genova”. Il corteo è partito alle 17.30 da Piazza della Vittoria per arrivare alle 18.30 in Piazza de’ Ferrari, dove si sono alternati diversi interventi. Solo la bandiera di San Giorgio a svettare sulle teste dei presenti (circa 2.000), slogan per chiedere “palanche” al governo e tanti striscioni per Genova a colorare l’evento.

Il carattere della manifestazione è quanto meno particolare, le persone infatti erano in piazza non solo per protestare contro la gestione governativa dell’emergenza Genova, ma anche e soprattutto per portare al governo e alle autorità locali delle proposte concrete per il rilancio di una città che sta pagando il conto di anni di abbandono e di lassismo politico. L’iniziativa ha avuto grossa risonanza sul web, tanto da incuriosire persino la Direzione per lo sviluppo dell’economia dei territori dell’Ocse. Mi sono fatto spiegare da Andrea Acquarone, uno dei tre organizzatori, natura e obiettivi di “Riprendiamoci Genova”.

“Tutto è nato dall’evento Facebook che io e gli altri due organizzatori abbiamo creato pochi giorni dopo la tragedia del viadotto Morandi. Ma è Genova ad essersi auto-convocata; l’evento non ha ricevuto spinte di nessun tipo, ma in pochi giorni è arrivato a numeri molto alti. Alla fine ha raggiunto circa 350.000 profili. E’ un’iniziativa nata davvero dal basso”.

“Quando abbiamo avuto l’idea non pensavamo ancora ai vari problemi ed errori che avrebbe comportato la gestione dell’emergenza, era troppo presto. Per questo questa manifestazione non nasce come manifestazione di protesta. Ci siamo detti: <<Il crollo del ponte è un simbolo. Indica che anche il 13 agosto c’erano grossi problemi in questa città>>. E quindi dobbiamo cercare di sfruttare il sentimento di comunità e la partecipazione che la tragedia ha risvegliato per cercare di fare alla svelta tutto quello che non abbiamo fatto negli ultimi decenni.

Partendo, a nostro avviso, da due punti cardine: il primo è spronare le autorità locali, cittadine e regionali a dotarsi di un piano di sviluppo strategico a medio-lungo periodo per la città. Quindi vincolare la città a un piano che vada oltre a un mandato amministrativo. Dopo un momento iniziale di pianificazione, nel momento in cui si decide quale deve essere la direzione di sviluppo della città, si devono mettere in piedi dei contratti che durino nel tempo e che quindi vadano avanti anche se cambia il sindaco, altrimenti si va a cabotaggio, come Genova negli ultimi anni, con conseguenze più che evidenti.

Il secondo punto riguarda la revisione strutturale del finanziamento del territorio, anche perché senza fondi è inutile parlare di progettazione. Il peso del porto su questo territorio è considerevole in termini ambientali e di traffico. D’altra parte il Morandi è caduto anche perché ci transitavano migliaia e migliaia di tir tutti i giorni e non era stato progettato per quello.

Il porto di Genova crea 5,8 di miliardi di imposte per lo Stato, ricchezza per tutto il paese. Chiediamo di prevedere una forma di compensazione per la città, come succede in altre realtà portuali d’Europa. Noi la abbiamo individuata nel trattenere il 10% delle imposte generate dal porto all’interno del nostro territorio. Ci pare una misura realizzabile, possibile.

Abbiamo fatto questa scommessa: vediamo se la gente scende in piazza per pensare al futuro. Da quando abbiamo avuto l’idea però un po’ di cose sono cambiate. La risposta del governo è stata giudicata insufficiente da gran parte della cittadinanza ed ha aggiunto delle problematiche e un punto di rivendicazione in più. Abbiamo fatto nostre le richieste che i rappresentanti del mondo produttivo e del lavoro hanno portato in audizione alla Camera dei deputati martedì scorso, cercando di rinforzarle col sostegno della piazza. In particolare, se, come pare, Autostrade per l’Italia è la società che riuscirebbe ad abbattere il ponte Morandi nel minor tempo chiediamo che i lavori siano affidati ad Autostrade. A Genova non frega nulla dei calcoli politici ed anche demagogici fatti sulla sua testa. Il ponte deve essere abbattuto subito e deve iniziare subito la ricostruzione. Si sta giocando sulla pelle della città e degli abitanti della Valpolcevera. Questo è un elemento che a lungo andare, ma anche a medio termine, potrebbe incendiare la situazione.

Il secondo elemento di protesta che abbiamo assimilato è appunto il grido della Valpolcevera”.

“L’Ocse, non so come, si è resa conto di queste istanze. Sono stati piacevolmente sorpresi dal fatto che Genova volesse manifestare per proporre una nuova idea di città. Ci hanno detto che vogliono programmare un “Genoa Day” a Parigi per cercare finanziamenti per uno studio su Genova e mettere in piedi un piano di sviluppo strategico”.