Published On: Lun, Apr 1st, 2019

La chiesa bizantina di Villa Oneto, testimonianza greca sulla costa ligure. Perché in genovese No si dice Nu o Na?

Nuova luce sui resti della chiesetta della Nativitànei boschi di Villa Oneto in Fontanabuona. Secondo le ricerche dell’arch. Osvaldo Garbarino risalirebbe all’alto Medioevo.

  Della presenza greca, in contrasto all’invasione longobarda dalla pianura padana verso la Liguria (bizantini e longobardi si fronteggiarono per almeno un secolo, finché i “tedeschi” non riuscirono ad arrivare alla costa. RImangono tracce di questa guerra di trincea, in moltissime evidenze, a partire dai cognomi (“Pagani”, “Paganini”, Gandolfo etc. erano cognomi “tedeschi”), dai nomi di località (San Michele di Pagana), dalla dedicazione delle chiese, dai luoghi (quartiere grecino a Varese ligure, Monte Bardi a Riva Trigoso (Longo-Bardi), e inoltre dal fatto che in genovese No si dice in due modi diversi: NA e NU. Per sapere il perché leggere questo nostro articolo.

Della enigmatica “chiesuola” di Villa Oneto dedicata alla “Natività di N.S. Gesù Cristo”, i cui suggestivi resti si trovano in una isolata zona boschiva al di sotto dell’abitato di Villa Oneto, parrocchia di Camposasco, in comune di San Colombano Certenoli, dobbiamo parlarne perchè a Chiavari, presso la Società Economica, si è svolto un convegno che ha affrontato l’argomento e  quindi è stata fatta una visita sul posto.  All’individuazione dei ruderi, avvenuta nel settembre del 1956, avevano fatto seguito interessanti notizie raccolte da persone anziane della zona e i primi interventi per rimuovere il pietrame di crollo, con la sorpresa di trovarsi di fronte ad una struttura insolita, a croce greca con absidi ai quattro lati. 

      Fu proprio questa singolarità a richiamare l’attenzione degli studiosi, che vennero a vedere e restarono perplessi ma non osarono affermare esplicitamente quanto pensavano, ossia che la chiesetta potrebbe avere un’origine assai lontana nel tempo e risalire addirittura all’epoca in cui i Bizantini avevano posto base in Liguria. Le sue caratteristiche sono infatti tipiche di numerosi esempi che in particolare si ritrovano in Grecia, ma anche nella vicina Provenza, nell’isola di Lerins, nonché in alcuni antichi battisteri. Tuttavia la tipologia non è ritenuta un elemento sufficiente per farne la datazione,  e non è neanche bastato, a questo proposito, il ritrovamento, avvenuto nel corso dei lavori effettuati con un finanziamento della Soprintendenza negli anni 1970-71, di un vasetto di vetro, di alcuni frammenti d’una piccola lucerna con tipica decorazione “a rosette” e di due bordi di tegolone chiaramente attribuibili ad epoca tardo imperiale, perchè questi reperti, essendo contenuti in terra di riporto, non sono stati considerati come prova archeologicamente valida. E tanto meno hanno avuto sufficiente credito alcuni microtopònimi presenti negli immediati dintorni, come “i nu Pagàn“, “u munesté“, “u campusantu“, nè la tradizione locale che sostiene una remota antichità della chiesetta e la presenza di monaci “venuti da lontano”.

   Fatto sta che, per non compromettersi la reputazione con una datazione altomedievale non sicura, gli esperti – tutta gente molto qualificata – non hanno mai voluto pronunciarsi nettamente preferendo definire la costruzione un “capriccio architettonico” di qualche sacerdote benestante del XVI-XVII secolo, attribuzione che effettivamente appare poco sostenibile. A supportare questa loro convinzione c’è stato anche un infruttuoso, ma peraltro assai limitato, saggio di scavo effettuato nel 1994 che ha dato l’impressione sia stato fatto unicamente per suffragare quella che potremmo definire, con termine di attualità, “la tesi negazionista”.

     A portare finalmente una parola nuova, tale da suscitare un rinnovato interesse verso questo singolare edificio, sottratto recentemente  ad un abbandono venticinquennale grazie al Centro culturale del Lascito Cuneo e ad una generosa elargizione dalla signora Carla Bertolini di San Colombano Certenoli, è stato, nel convegno di Chiavari, l’arch. Osvaldo Garbarino, che ha illustrato i risultati delle ricerche da lui fatte sulle murature.  Ebbene, Garbarino, analizzando le strutture in elevato ha riscontrato tecniche costruttive differenti, corrispondenti a diverse fasi di crollo e di successiva ricostruzione. Di conseguenza, non essendo, queste fasi, riferibili evidentemente ad un periodo successivo al XVII secolo, in quanto verso la metà del ‘700 l’edificio è stato abbandonato, è inequivocabile che vadano collocate nei secoli precedenti.  

       La difficoltà sta adesso nel determinare una datazione precisa, che certamente per ora è impossibile ma che l’arch. Garbarino attribuisce ai secoli anteriori al Mille. A sostegno di questa sua convinzione porta anche una importante considerazione di carattere architettonico-liturgico. All’interno della chiesa vi sono infatti due elementi particolari, due passaggi laterali realizzati con un artificio murario veramente insolito che trovano riscontro in edifici religiosi della Grecia e la cui presenza è connessa ad una forma di liturgia (con l’uso dell’iconostasi) tipica dell’antico rito greco-bizantino.  In uno studio di prossima pubblicazione di cui abbiamo avuto in visione il testo, Garbarino conclude con queste parole: “L’abbazia di Oneto è un edificio d’impianto senz’altro non cinque-seicentesco, come era stato ipotizzato, ma ben più antico, più volte ricostruito sulle primitive basi murarie. Se poi, visti i particolari aspetti liturgici emersi dall’indagine, l’edificio originario costituisca o meno un raro caso di chiesa orientale, è di fatto una affascinante questione che andrà ulteriormente approfondita”.  

       Siamo dunque di fronte ad un piccolo “tesoro” poiché in Liguria non esiste alcun altro esempio del genere.  “Quanto gli archeologi non hanno trovato sotto terra – ha rilevato a fine convegno il prof. Giovanni Mennella, presidente della Sezione Tigullia dell’Istituto di Studi Liguri – Garbarino lo ha trovato nelle murature superstiti e nei rifacimenti che si sono succeduti nel tempo. C’è quindi da augurarsi che future ricerche archeologiche possano consentire di attribuire all’edificio una più precisa datazione.    (Renato Lagomarsino).