Pubblicato il: lun, Mag 22nd, 2017

La plastica minaccia il mare e la salute: negli USA la vietano, in Italia si dorme

Le cassette per contenere il pesce pescato sono in polistirolo: un’ampia quantità di queste finisce nei mari italiani. Ne scriviamo da anni, e avevamo elaborato un progetto con UCINA, purtroppo naufragato nel caos organizzativo di Confindustria Nautica, con la spaccatura che ha diviso i cantieri e gli imprenditori e diviso in due il Salone Nautico. Slow fish riparla del problema, ma servono fatti, non più parole…

Plastica e mare
Le materie plastiche nel Mediterraneo e nei mari europei: situazioni e soluzioni

I temi della sostenibilità impongono iniziative e policy efficaci. L’ambiente marino è un caso di scuola, in cui urgono politiche semplici per risolvere questioni complesse come quelle della relazione tra attività economiche, turismo e ambiente. Il caso da cui vogliamo partire è quello degli imballaggi in EPS (polistirolo) i cui effetti sono immediatamente verificabili.

  • Il carico di EPS in mare:

1- Sono almeno 10 milioni le cassette di EPS (polistirolo espanso) utilizzate ogni anno per il solo settore ittico. Uno studio condotto da Legambiente e Accademia del Leviatano nel 2014 ha individuato una media di 27 rifiuti galleggianti in ogni kmq. dei nostri mari.

In Francia utilizzano per la pesca cassette di plastica rigida che durano un anno e non due giorni come l’EPS usato in Italia. Risparmiano e non inquinano, mentre i “nostri” 10 milioni di cassette di pesce (ognuna costa ca. 60 cent.), essendo in EPS tendono inevitabilmente a finire in mare in percentuali significative.

2- L’EPS di cui si parla (schiuma di polistirolo) è molto leggero, galleggia, e si scompone facilmente in particelle sferiche che impattano su oltre 250 specie marine che le scambiano per cibo. Circa il 20% dei rifiuti di plastica galleggiante che si trovano nei nostri mari proviene da cassette di EPS utilizzate per la pesca.

3- Obiettivo dell’iniziativa promossa dal Salone Nautico 2015 è la riduzione del 20% degli inquinanti galleggianti, attraverso  la sostituzione di cassette in EPS con quelle in plastica rigida -utilizzata da tempo sui pescherecci francesi, perché dura un anno, mentre le cassette in EPS sono utilizzabili solo per pochi giorni).
Ne deriverebbe tra l’altro un minore costo per l’industria ittica.
Inoltre andrà attivata una filiera industriale di riciclo dei materiali EPS, economicamente e tecnologicamente sostenibile.

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5- In molte zone costiere degli USA (i.e. California e New York) si è vietato l’utilizzo dell’EPS negli imballaggi e nei contenitori per il cibo utilizzati nei supermercati e nella grande distribuzione.

  • Inquinamento da materie plastiche

Si sta evidenziando anche nel Mediterraneo attraverso le floating garbage (isole galleggianti di rifiuti plastici) e le floating washing garbage (causate da microfibre immesse in mare attraverso le acque provenienti  dal lavaggio domestico) o marine litter. Queste “isole galleggianti” sono formate dai vortici delle correnti marine.

E’ evidente l’impatto negativo sulla catena alimentare, sulla pesca, sulle specie protette nel Santuario dei Cetacei tra Costa Azzurra, Liguria, Toscana e Corsica, e sul turismo nautico e balneare.
Quante micro e nano plastiche ci sono in mare? E quali effetti hanno sulla catena alimentare? Da dove provengono e quali sono le soluzioni applicabili? Un gruppo di scienziati ha cercato di rispondere a queste domande durante Slow Fish in un ciclo di conferenze dedicato ai nuovi contaminanti dei mari.

Impatto sulla salute?
I numeri sono impressionanti. Secondo Legambiente il 96% dei rifiuti galleggianti in mare è composto da plastica (di cui il 16% sono buste) e l’89% della fauna marina rischia di ingerirla. Non stiamo parlando solo di tartarughe che scambiano borse di plastica per meduse, ma soprattutto di detriti che con il passare del tempo e per effetto del calore diventano frammenti microscopici ed entrano a far parte della catena alimentare dei pesci. Le microplastiche hanno dimensioni inferiori ai 5 mm e a loro volta si frammentano in nanoplastiche, addirittura invisibili all’occhio umano, rilasciando in mare composti chimici tossici quali ftalati, perfluorurati, ritardanti di fiamma, per citarne solo alcuni.

Marco Faimali, responsabile dell’Istituto di Scienze Marine del Cnr, è netto: «La media di microplastiche nei mari è troppo alta: in alcune zone del mondo si arriva ad averne 100 chili in un solo chilometro cubo». Ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica entrano in contatto con l’ambiente marino. Le microplastiche penetrano nel plancton che è alla base dell’intera catena alimentare marina. Un fatto preoccupante perché l’accumulo di sostanze tossiche negli esseri viventi aumenta man mano che si risale la piramide alimentare.

Il 60% della letteratura scientifica sull’argomento è stato prodotto negli ultimi 15 anni, segno che la ricerca si sta focalizzando sempre di più sull’analisi dei contaminanti marini ma che ancora c’è molto da fare. Tra le evidenze scientifiche, sottolinea, Alberta Mandich, endocrinologa ambientale del Dipartimento di scienze della terra di UniGe: «Abbiamo alimentato due batterie di spigole con mangimi differenti: uno convenzionale e l’altro con aggiunta di microplastiche». Risultato? Nel primo caso la percentuale di mortalità è rimasta ferma intorno al 3%; nel secondo è schizzata al 63%. Infertilità, intersessualità, indebolimento delle barriere protettive dell’organismo sono effetti degli inquinanti che interferiscono con il sistema di produzione ormonale.

Ma allora, quali sono gli effetti sull’uomo quando mangia pesce? Claudia Bolognesi, responsabile dell’Unità carcinogenesi ambientale dell’Ospedale San Martino di Genova, prova a rassicurare: «Gli studi non confermano l’assorbimento di microplastiche da parte dei tessuti umani», ma allo stesso tempo ammette che «i dati tossicologici sono ancora pochi». Il fatto è che il rischio da parte dell’uomo di assorbire microplastiche non proviene solo dall’ingerimento di pesce. Le microplastiche sono contenute in oggetti di uso comune: nei cosmetici, per esempio, quali esfolianti facciali, dentifrici, shampoo, trucchi e creme solari. Prima di finire in acqua, queste sostanze entrano in contatto con l’uomo. Tracce di microplastiche sono state rinvenute anche nel miele e nella birra. E nei farmaci. Per questo la scienza si sta concentrando anche sugli effetti degli interferenti endocrini sull’organismo umano, sugli effetti che tali sostanze hanno sul sistema riproduttivo e sul latte materno.

Insomma, i contaminanti nelle acque marine sono un segnale allarmante. Ciò nonostante non esistono ancora leggi che fissino dei limiti di microplastiche nell’ambiente e nei prodotti alimentari.