Published On: Lun, Nov 25th, 2013

La vittoria dei dipendenti AMT è la sconfitta di cittadini, dipendenti e della logica

C’è un equivoco, quando si parla di privatizzazioni. Chi si oppone alla dismissione delle aziende pubbliche si erge a difensore del patrimonio di tutti. “No alle svendite” è il minimo che si possa pretendere, quando si debbono preservare le risorse della collettività.

Ma le aziende pubbliche non sono “patrimonio di tutti”. Sono patrimonio di pochi, gestite coi soldi di tutti.

Lo dimostra molto bene la vicenda di Genova, dove alla mera possibilità della privatizzazione dell’azienda del trasporto pubblico locale i sindacati hanno risposto con uno sciopero selvaggio che ha messo in ginocchio la città.

Nonostante quello che si dice, la crisi di Amt non è conseguenza dei tagli al trasporto pubblico locale, che – per quanto modesti – l’hanno semmai fatta emergere ed esplodere. Le difficoltà dell’azienda sono figlie della dinamica precedente, che ha visto i costi di produzione crescere in misura abnorme negli anni precedenti, e che l’hanno resa un clamoroso caso di inefficienza persino rispetto agli standard italiani. Uno studio dell’Istituto Bruno Leoni (PDF ) ha mostrato che i costi di produzione sono quasi doppi rispetto a quelli delle altre aziende liguri, a causa principalmente della spesa per il personale e per i carburanti (a sua volta connessa a una flotta vecchia e, forse, a una performance non brillante dell’ufficio acquisti). Amt, dunque, può ben essere definita un caso estremo: ma se distogliamo lo sguardo dagli estremi e ci concentriamo sulla media, il risultato non cambia. Un altro paper dell’IBL (PDF ) mostra che i costi unitari del Tpl italiano sono del 35% superiori a quelli dei paesi con forme timide di concorrenza, e più che doppi rispetto alle nazioni europee che hanno aperto il settore alla competizione.

L’unica fase di potenziale miglioramento dei conti aziendali, nel caso genovese come in molti altri, coincide con l’ingresso di azionisti privati (Transdev-Ratp). Ma i francesi sono scappati a gambe levate quando è stato chiaro che l’amministrazione locale ne contrastava i progetti di risanamento. La ragione è ovvia: l’amministrazione non puntava a massimizzare né il suo interesse di azionista, né quello dei cittadini ad avere un buon servizio a costo contenuto. Piuttosto, lavorava per massimizzare il consenso elettorale, obbedendo di fatto ai diktat sindacali e assecondando gli interessi dei fornitori di Amt.

Mai come in questi giorni, è stato chiaro che la proprietà “pubblica” serve in realtà a garantire veri “padroni” privati. E, purtroppo, mai come in questi giorni è stato lecito dubitare dell’effettiva determinazione a privatizzare del governo nazionale.

A fronte degli annunci circa dismissioni prossime venture, Letta sui fatti di Genova ha fatto il gioco del silenzio. Di fronte al ricatto di quanti per quattro giorni hanno paralizzato un’intera città per continuare a drenare risorse pubbliche a vantaggio di un’azienda tecnicamente fallita, neppure i Ministri più loquaci hanno detto mezzo parola.

Il trionfo dei sindacati genovesi [e della cultura corporativa, si ricordino i “camalli“, ndr] contro una forma pur timida e parziale di privatizzazione, nell’indifferenza del governo nonostante la chiara violazione dell’ordine pubblico, rischia di segnare la fine di una “stagione di privatizzazioni” mai cominciata. (Testo dell’Istituto Bruno Leoni)
In sintesi: il trasporto falsamente pubblico impedisce lo sviluppo della concorrenza del libero mercato. Le troppe assunzioni hanno portato al collasso tutte le aziende “pubbliche”.

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