Published On: Lun, Gen 28th, 2019

L’accademia della Crusca tra infarinatura del diavolo e populismo linguistico: si può dire “Scendi il cane!”

La polemica sulla licenza di uccidere la lingua italiana da parte della Crusca (si può dire “Esci il cane !“, “Scendi il bambino” etc.) è in parte rientrata perché la Crusca ha ribadito che si tratta di “tollerare” nella parlata ma non di “rendere lecito”.
Non per ciò la questione è meno grave, perché rivela una deriva incontenibile che si fonda sul modello che forma l’opinione pubblica. Un tempo erano i libri, i grandi autori, i docenti. In sintesi, le Autorità sapienziali. Quando esistevano modelli universalmente riconosciuti da acculturati e “ignoranti”, ci si poteva fare delle idee su qualsiasi argomento utilizzando il proprio ambiente e le proprie conoscenze dirette (la comunità dove si viveva) e indirette (libri, arte, musica, scienze).Ma oggi, quando le nostre idee sono il frutto di una inoculazione multisensoriale, efficace e continua, le “Autorità sapienziali” sono sostituite dall’Orda dei giornalisti, dai Comunicati stampa, dal chi latra nullità dai microfoni di una radio. Di conseguenza, il livello di ignoranza è cresciuto a dismisura.
La lingua italiana è presa a calci mentre cresce l’inglesizzazione (non forzata ma in ossequio alla moda) tanto che ormai l’italiano è un quasi pidgin molto inverecondo e per nulla formativo (con l’italinglisc parliamo male sia l’italiano sia l’inglese). A tutto ciò si aggiunge la deriva populista, frutto di una legge di mercato (tra l’altro non sempre esatta) che si basa sul successo del blockbuster, di ciò che “piace al popolo”. Pertanto, trionfa l’assioma: “Ciò che piace agli ignoranti avrà successo”.
Lo si è visto col kitsch di massa nelle produzioni radiotv, con l’Assunzione nell’empireo della comunicazione dei blog di massa e poi dei social media. E’ un populismo linguistico, artistico, e a volte persino scientifico, una “volgarizzazione di massa”, che ha dato ai Sancho Panza cattedre universitarie irreali ma ben più funzionali di quelle classiche. E’ quindi una conseguenza che anche la Crusca finisca in mano a simili derive, a panzane e panzanelle.
L’adorazione del “Popolo scarpone” dissolve ogni regola, non solo quelle civili (con la oclocrazia, il governo della “plebaglia” di Masaniello, di cui parlava Polibio in antitesi alla democrazia), ma anche quelle grammaticali. La variazione linguistica non testimonia più che la lingua è viva (infatti il lessico utilizzato dalle masse è quasi ridotto al lessico degli scimpanzé) ma, al contrario, che la lingua è ridotta a borborigma, a dialetto. Per gli NPC (No Playing Characters), coloro che non hanno la capacità di connettere e di comunicare contenuti di qualsivoglia soglia, funzionano i MEMI (le immagini iconiche che veicolano un messaggio basico). Le parole, quindi, non servono più se non -appunto- per “scendere il cane”.


NOTA DI CRONACA (Da Domenicale del Sole 24Ore)
Il Ramayana. È ora tutto leggibile in italiano quello che è considerato il poema epico per eccellenza, meditazione profonda sul divino, sul potere, sulle passioni e sulla eterna dinamica del bene e del male. Giuliano Boccali, esperto di letteratura e filosofia orientali, così riassume per i lettori della Domenica Il Ramayana: “La Storia di Rama è l’intero universo in forma di parole, secondo la visione profondamente incorporata nella cultura letteraria indiana: poema epico per eccellenza, castone di miti e racconti, scrigno di descrizioni della natura e dello scontro delle passioni umane, parabola del potere. Si apre l’opera e, dopo poche strofe, ci si trova immersi in un’atmosfera di meraviglia per l’esuberanza delle immagini, la potenza dell’invenzione fantastica, poi, con il dipanarsi della trama, per la geometria della vicenda e dei destini. La sua cifra è l’iperbole – Rama da solo sbaraglia un esercito di quattordicimila demoni – e giustamente è stato detto che il Ramayana non è un singolo poema sia pure immenso, ma un’intera letteratura; dall’India, la storia del principe ereditario di Ayodhya, dell’amata sposa Sita e del mostruoso Ravana, demone dalla dieci teste, ha infatti fecondato per millenni la letteratura dello stesso subcontinente e in varie forme si è diffusa fin dall’antichità in Asia Centrale, in Cina, nel Sud-Est asiatico, in Malesia, in Indonesia giungendo fino al Giappone e alle Filippine”.
E nulla può rappresentare il sentire indiano riguardo al Ramayana meglio di queste parole appartenenti al poema stesso (I vol., 1, 103) che valgono anche da augurio per il lettore: “Chi reciti le imprese di Rama, questo racconto che assicura lunga vita, che procura fama, che accresce la forza, si affrancherà da ogni male; leggendo e meditando questo racconto, meritorio per chi lo ascolta e per chi lo recita, l’uomo si libera da ogni pena”.