Published On: Ven, Ago 26th, 2016

Liguria, le incomprensioni coi turisti, “profughi” estivi da Piemonte e Lombardia. Cinque errori da non fare, dalla “pizza bianca” al mar dei Sargassi

Il ligure, di suo, non è che sia portato per il turismo. O meglio: amerebbe un turismo d’élite – sul tipo Belle époque – con poche persone, selezionatissime e che, soprattutto, spendono un sacco. Purtroppo una sfortunata congiuntura astrale, unita alla deriva dei continenti e alla tardiva industrializzazione italiana, l’hanno posta vicino alle metropoli di Torino e Milano, i cui abitanti sono ben lieti di avere le spiagge che si estendono dalla Spezia a Ventimiglia a poco più di un’ora d’auto.

Il ligure, che non potendo più puntare sul turista dell’alta borghesia britannica come nei primi del ‘900 aveva puntato tutto sulla metallurgia pesante, si è giocoforza convertito a questo nuovo turismo. Odiandolo però profondamente. Colpiti dalla sindrome del ginecologo – che lavora dove altri si divertono – gli abitanti della “terra leggiadra” cara al Cardarelli attendono l’estate (e in particolare gli ultimi giorni della settimana) con la stessa gioia con cui i loro avi attendavano gli sbarchi saraceni. Il mix che si innesca in estate nella mente di un ligure è qualcosa che dovrebbe essere oggetto di studio di psicopatologia clinica. Il nostro eroe, infatti sa che una discreta quota del PIL regionale dipende dal turismo (questo nonostante i turisti “mordi e fuggi” che si portano con loro dall’acqua minerale al panino), eppure non può fare a meno di odiare il caos, gli slang dei foresti e le loro pretese. Di norma il ligure tende a equiparare il turista “milanese” a un “profugo mediorientale”, il che rischia continui corto circuiti, per esempio se il milanese è un leghista, che per giunta paga la mitologica torta di riso che “è finita”…

Lo scontro ligure/turista rischia di travalicare il conflitto interiore del primo e trasformarsi in conflitto tout-court quando il pregiato ospite si lascia andare a frasi o addirittura discorsi che urtano la suscettibilità dell’indigeno. Oggi, per esempio, ho avuto modo di ascoltare una coppia di Chivasso che discuteva dei pregi e dei difetti della focaccia: solo il mio ottimo carattere mi ha fatto desistere dall’affrontarli munito di una catena d’acciaio. Tuttavia, la “top five” delle frasi peggiori è, a mio avviso, questa:

1) “Mi dà quel pezzo di pizza bianca?” Frase tipica del torinese abbruttito. Può essere risolta con una semplice occhiataccia del panettiere o scatenare un pogrom antituristico. Nella maggior parte dei casi il malcapitato viene rimbrottato rimarcandogli che “la focaccia non è manco parente di quello schifo che chiamate pizza bianca”.

2) “Certo che il mare della Sardegna (o altro luogo a scelta) è un’altra cosa!”. Dopo aver fatto notare che effettivamente, se la geografia non è un’opinione, la Liguria non è la Sardegna (o altra località), si consiglia per il futuro di recarvisi evitando la nostra regione.

3) “Sulla riviera romagnola sanno come divertirsi, qui invece è un mortorio”. Vedi sopra.

4) “Sono X anni che vengo in Liguria: ormai sono un po’ ligure anch’io”. Talvolta il malcapitato prova ad accennare un’ulteriore frase in dialetto con risultati raccapriccianti. Il tutto è accolto con sorriso accondiscendete: per essere considerati liguri è necessario rispondere ai criteri più selettivi dello “ius soli”.

5) “Questo pesto sa di aglio”. Piccolo episodio, visto e vissuto in prima persona. In una gastronomia di una località turistica, un milanese si rivolge alla titolare lamentando che il loro pesto aveva l’aglio. La donna, sulla sessantina, dapprima parte con una risposta garbata ed evasiva poi, alla risposta del turista (“Noi lo facciamo senza aglio e con le noci, è più buono e digeribile”), accade quello che non ti aspetti: la donna esce da dietro al bancone e prende il mangiatore di pesto farlocco per un braccio, accompagnandolo fuori e dicendo: “Vada a vedere dal ferramenta, magari ha quello che cerca”. Applausi.

In tutto questo c’è anche da considerare una buona fetta di imprenditori e amministratori (liguri) che hanno fatto scelte edilizie che hanno devastato la nostra terra – da cui nasce il termine “rapallizzazione” proprio per indicare la cementificazione estrema -, mente ancora oggi si preferisce puntare al tutto e subito anziché a una seria programmazione del territorio con scelte spesso schizofreniche come, per esempio, quella della piattaforma di Vado. Ma questa – come si suol dire – è un’altra storia.

Testo di Matteo Lai, pubblicato da
Campionari di parole e umori
loc turisti profughi

Displaying 1 Comments
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  1. Marco ha detto:

    HO GIRATO ABBASTANZA IL GLOBO TERRESTRE DAL NORD EUROPA AL MEDIO ORIENTE ALL’AMERICA DEL NORD.DAL GIAPPONE ALLE KISOLE DI CAPO VERDE. MA MAI MI SONO SOGNATO DI VOLER GUSTARE LE SPECIALITA’ ITALIANE IN QUEI PAESI, MA SOLAMENYE CIBI LOCALI, ACCETTANDO CHE ALLE VOLTE NON ERANO PROPRIO DI MIO GUSTO MA CHE SICURAMENTE COI LORO INGREDIENTI, IO NON AVREI POTUTO CERTO FARE MEGLIO.PURTROPPO LA MADRE DEGLI IMBECILLI Eì SEMPRE GRAVIDA

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