Published On: Sab, Mar 3rd, 2012

Mangiare sul leudo un capretto di Montecristo e poi pranzare con papa Giovanni XXIII

Carlo Bregante

Carlo Bregante è una miniera di informazioni sulla vita della Costa. “Comandante” di leudi, camionista nei momenti di relax, bagnino, proprietario di stabilimenti balneari: ha lavorato in ogni parte del mare e della terra.

Da ragazzino si trovava a bordo del leudo guidato dal padre, quando la barca incappò in una forte burrasca. Stavano percorrendo, come facevano spesso, la rotta tra Sestri Levante e l’isola d’Elba, dove avrebbero selezionato il vino da poi vendere nelle 100 osterie della città del Tigullio, dove allora si mangiava poco ma si beveva molto.

Il nostromo -che era il secondo uomo onnipotente a bordo- decise di mettersi al riparo sottovento alla costa di Montecristo. Carlo, che poteva avere dodici anni, stava soffrendo il mal di mare e chiese al padre di essere sbarcato sull’isola, per trascorrervi la notte. Il permesso gli fu accordato e il ragazzo si portò una coperta e un pezzo di pane. La mattina dopo venne svegliato -non dal Conte di Montecristo o dall’abate Faria- ma da un capretto selvatico che stava mangiando il suo pezzo di pane duro.
La vista dell’animale gli ridestò la fame, e Carlo decise di catturare l’animale e di portarlo in dono all’equipaggio, così da poterlo mangiare. Si dannò e si graffiò tutto, ma alla fine riuscì a richiamare gli uomini rimasti a bordo mentre intanto catturava la preda.

Il capretto fece la più classica delle fini: in pentola, col contorno di qualche patata.
In quelle barche si mangiava tutti attorno a un’unica pentola, che fungeva da unico piatto. Ognuno aveva il suo spicchio di recipiente, e doveva stare attento a non infrangere i confini invisibili con gli altri commensali. Ognuno attingeva con le mani e qualche forchetta. Ma Carlo sentiva di avere dei diritti su quello stufato di capretto, mentre intanto che il mare continuava a infuriare su Montecristo. Così commise un imperdonabile errore. Aveva adocchiato un bel pezzo di carne, dall’altra parte della pentola piatta dove stavano mangiando. Allungò veloce la mano e lo afferrò.
Non l’avesse mai fatto: il nostromo disse solennemente: “Non lo fare mai più”, poi prese la forchetta, e con quella infilzò la mano di Carlo, che porta ancora oggi il segno di quella punizione. Lui in quel momento non ci vide più per il dolore e la rabbia. Si alzò in piedi, afferrò il recipiente, e lo buttò a terra.
A quel punto si vide una scena unica: per prima cosa tutti gli uomini si buttarono a terra per recuperare i pezzi di carne e di patate, ognuno arraffando più che poteva, dal momento che ormai non c’erano più regole. Terminato quell’orrido e velocissimo pasto, padre e nostromo saltarono addosso a Carlo e lo punirono severamente con le loro mani pesanti.

Dovete sapere che Carlo era anche il nipote dell’arcivescovo Ferdinando Lambruschini, il quale spesso lo invitava a Perugia o ad Assisi, per un saluto e un ricordo della città dov’era nato.
Un giorno lo portò a pranzo in Vaticano, e Carlo -che nemmeno se lo immaginava- si ritrovò a mangiare col “papa buono”, cioé Giovanni XXIII. Fu uno dei pasti peggiori della sua vita. Non riuscì nemmeno a seguire la conversazione: era troppo impegnato a lavorare con coltelli e forchette e a seguire le regole dell’etichetta, tutte cose che conosceva perfettamente ma che lo facevano sudare e lo mettevano in imbarazzo. Alla fine del pranzo, mentre scendeva le scale del palazzo con lo zio, lo pregò di non invitarlo più a quelle pur santissime tavolate, perché per lui erano come le pene dell’inferno, a causa del timore di far cadere una posata o provocare chissà quale altro guaio. L’arcivescovo sorrise e fece cenno di sì col capo, prima di congedarlo.

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