Published On: sab, Nov 3rd, 2018

Marcia contro l’infamia: 3 novembre 1943, deportazione degli ebrei di Genova

Non c’è futuro senza memoria“. Anniversario della deportazione degli ebrei genovesi
5 NOVEMBRE 2018 – GENOVA
Partenza della marcia della memoria da Galleria Mazzini, con arrivo presso la Sinagoga, ore 17.30
Le persecuzioni contro gli ebrei cominciarono sotto l’imperatore Tito, non solo con la distruzione del Tempio, ma anche con la vendita di decine di migliaia di ebrei come schiavi in tutto il Mediterraneo.
Una testimonianaza delle diverse persecuzioni si può trovare nel libro “I cognomi degli ebrei in Italia”, edito dalla editrice Israel di Firenze nel 1938 (alla vigilia delle infami Leggi razziali): leggere QUI.

La deportazione degli ebrei di Genova
Il 3 novembre 1943 scatta la retata della sinagoga di Genova. Attirati con uno stratagemma al tempio,
diversi ebrei genovesi vengono arrestati dalle SS e quindi portati a Marassi. Molti però si salvano, grazie
all’allarme di una donna che, accortasi della trappola, facendo cenni dalla finestra al principio della via,
riuscì ad avvisare i malcapitati di quanto stava succedendo. Nei giorni successivi gli arresti riguardano varie
abitazioni di ebrei genovesi e coinvolgono anche le Riviere.
Sono oltre cinquanta gli ebrei catturati nei primi giorni di novembre in Liguria. Il 1° dicembre vengono
inviati a Milano, e da lì in treno ad Auschwitz.
Di quel primo gruppo si salva solo Giuseppe Di Porto, ebreo romano che aveva cercato scampo a Genova,
ma che in città fu catturato dai tedeschi.
Complessivamente furono 261 gli ebrei genovesi deportati (più del 20% degli iscritti alla Comunità), alcuni catturati in città, altri mentre cercavano di raggiungere luoghi sicuri, come la Svizzera. Tornarono solo in venti.
Le celebrazioni a Genova
Da sette anni la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità ebraica di Genova, ricordano i tragici eventi del
novembre 1943 con una marcia silenziosa, illuminata dalle fiaccole e accompagnata dai nomi dei campi di sterminio, che tocca tutti i luoghi che fecero da scenario a quegli eventi: da Galleria Mazzini – il punto dove venne arrestato il rabbino Emanuele Pacifici, ricordato da una “pietra d’inciampo” – alla Sinagoga di passo Bertora, che il 3 novembre di 73 anni fa venne profanata dalla retata nazista che diede inizio alla
deportazione degli ebrei genovesi.
Si tratta di un evento che coinvolge tutta la città (soprattutto i giovani, le scuole, persone di diversa
nazionalità e religione) che nasce dall’antica amicizia di Sant’Egidio con gli ebrei: a Roma, dal 1994, una
manifestazione ricorda ogni anno la deportazione della comunità israelitica, il 16 ottobre 1943, ed è
diventata ormai un appuntamento per tutta la città, con una grande presenza anche delle comunità
immigrate.
Nel 2010 Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana, ricordò la figura del nonno Riccardo, rabbino di Genova catturato e ucciso in Galleria Mazzini nel novembre 1943. «La memoria della Shoah nelle nostre città – spiegò allora Pacifici – non deve essere solo fatta di un ricordo doloroso, ma deve essere una festa, soprattutto per noi ebrei: deve dire che noi ci siamo ancora e che la vita ha vinto sulla morte. E ricordare le discriminazioni di allora serve per costruire un futuro diverso».
Tra i compagni di questa memoria, anche i testimoni delle storie luminose di “giusti” che tentarono di porre un argine al male e all’indifferenza. Tra questi, la signora Anna Maria Repetto, sorella minore e custode della memoria di monsignor Francesco Repetto, segretario dell’allora arcivescovo Pietro Boetto, uno dei
sacerdoti genovesi insigniti del titolo di “Giusto tra le Nazioni” per aver salvato decine di ebrei.

                                        TESTIMONIANZE
Giuseppe Di Porto
«A Genova dormivamo di giorno e lavoravamo di notte. andavamo alla stazione a vendere caramelle e
cioccolate ai militari. Guadagnavamo discretamente, in particolare Amedeo doveva mandare qualche soldo a Roma per la moglie e il figlio. Ci sistemammo da alcune persone, non ebree, conosciute a Roma che ci avevano offerto ospitalità. Cercavamo di aiutare anche quelle famiglie. Ma tutto questo fino ai primi di novembre.
La notizia della “razzia degli ebrei” era giunta anche a noi. Fortunatamente le nostre famiglie si erano
salvate, e speravamo che non succedesse nient’altro.
Ci sbagliavamo. Il 3 novembre 1943, mentre io e mio cugino eravamo a passeggio per la città ci dissero che avevano fatto una grossa retata al Tempio di Genova. Avevano preso anche il rabbino Capo Riccardo
Pacifici, nonno dell’attuale presidente della comunità ebraica di Roma.
Tornammo subito a casa, anche per avvertire le famiglie da cui eravamo ospitati. Fu lì che, mentre
preparavamo le valigie per scappare, fummo arrestati dalla milizia nazi-fascista. Sulla porta di casa ci
chiesero anche chi fossero le persone con cui abitavamo. noi dicemmo di non conoscerli, e fortunatamente quelle persone si salvarono.
Fummo subito trasferiti nel carcere genovese di Marassi. lì incontrammo molte persone. Fu già questa
un’esperienza durissima. In carcere con un po’ di disponibilità avremmo anche potuto arrangiarci, ma noi non avevamo assolutamente nulla da scambiare o da offrire. Tra noi c’erano anche alcune persone anziane, molte donne e bambini e tutti quelli che erano stati catturati al Tempio, in attesa di trasferimento.
Di lì a poco fummo fatti salire su dei camion e portati a Milano. Restammo al carcere di San vittore fino al 5 dicembre 1943, quando ci portarono alla stazione ferroviaria per essere nuovamente “trasferiti”.
I nazisti ci dissero che chi avesse tentato la fuga sarebbe stato ucciso, e per ognuno che fosse scappato
avrebbero fucilato altre dieci persone.
Pensai che anche potendo fuggire, non avrei mai potuto portarmi sulla coscienza il destino di altre dieci
vite.
Eravamo una cinquantina di persone ammassate in un carro bestiame. C’erano tante necessità fisiologiche. i bambini che piangevano, le persone che si lamentavano. Ci siamo fermati un paio di volte, ci davano un po’ d’acqua, ma nulla da mangiare, la fame era tanta. Per quello che so io, durante il viaggio non è scappato nessuno. arrivammo a destinazione il 10 dicembre, ma siamo scesi soltanto la mattina dell’11.
Riesco a raccontare con molta difficoltà delle atrocità cui assistemmo in quei momenti. la tragedia umana di madri che urlavano, di mogli e mariti che venivano separati, di bambini e anziani trascinati dalle grida, dalle frustate e dalla bastonate dei tedeschi».
Tratto da GIUSEPPE DI PORTO, La rivincita del bene, edito dalla Provincia di Roma nel 2009

Gilberto Salmoni
«Mi chiamo Gilberto Salmoni, sono nato a Genova il 15 giugno 1928 e abito a Genova. Sono stato arrestato dalla Milizia, dalla guardia della Repubblica di Salò alla frontiera svizzera, il 17 aprile 1944. Eravamo in alta montagna con tutta la famiglia: papà, mamma, mio fratello, mia sorella e il marito di mia sorella e con due guide di Bormio, Pedrazzini e Fumagalli. Abbiamo camminato tutta la notte, in bassa quota pioveva e in alta quota nevicava. Eravamo arrivati al Passo della Forcola sui 2.770 metri di altitudine. Le guide ci hanno detto che potevamo riposarci cinque minuti in una capanna e invece siamo stati sorpresi dalla Milizia.
Siamo stati portati alla caserma di Cancano, della milizia confinaria, e poi al carcere di Bormio. Lì siamo stati due notti. Ci hanno interrogato e ci hanno sequestrato gli oggetti, orologi e soldi, che poi abbiamo
ritrovato, in modo del tutto regolare. Quello che ci ha interrogato teneva un pugnale in mano, ma così, più per darsi delle arie che altro. Il Carcere di Bormio era un carcere di paese, con un ladro attaccato alle catene e alla palla, come nelle vignette.
Dopo due giorni ci hanno portato a Tirano e siamo stati consegnati alla gendarmeria tedesca. Il giorno
dopo, ammanettati e accompagnati dai carabinieri, siamo andati in treno a Como, dove ci hanno
consegnato alle SS. A Como siamo stati circa cinque giorni poi siamo stati portati a Milano a San Vittore. […]
Io non ho detto che eravamo stati arrestati come ebrei. In effetti la mia famiglia era una famiglia mista,
c’era una nonna cattolica, poi con dei documenti saltavano fuori altri misti. Noi eravamo battezzati. Vi
abbiamo passato un bel po’ di tempo, almeno una decina di giorni. […] Poi di lì siamo andati a Fossoli, che era un campo di transito, non era organizzato per seviziare le persone e farle lavorare. Era organizzato per trasferire la gente. Eravamo separati dalle donne della famiglia, però c’era la possibilità di vedersi. Lì ha giocato la documentazione che avevamo. Infatti gli altri ebrei che erano stati trasportati sono partiti, il giorno dopo o al più due giorni dopo, per Auschwitz. Noi invece siamo rimasti a Fossoli per un periodo abbastanza lungo, fino allo sgombero del campo. Quelli giudicati “misti” erano trattenuti lì. Nel periodo in cui siamo stati a Fossoli c’è stata la chiamata per un trasporto mi pare di settanta persone, che poi sono state fucilate al poligono di Carpi. La cosa è risultata subito evidente perché i loro bagagli erano partiti ma poi sono tornati indietro. […]
Fossoli era un campo relativamente tranquillo, anche se una volta un prigioniero politico che era riuscito a scappare è stato ritrovato e massacrato dalle botte, davanti a tutti, in piazza d’appello. Poi ci è stato detto che basta, che eravamo stati abbastanza in villeggiatura, che avremmo dovuto andare in un campo ben organizzato.
Così hanno organizzato il nostro trasporto e siamo stati portati a Verona. Allora si passava il Po sulle barche, perché i ponti erano interrotti. C’era una corriera fino alla riva, poi un’altra corriera sull’altra riva che ci portava a Verona. A Verona, alla stazione di Porta Vescovo, ci hanno separato con determinati criteri che erano già stati stabiliti a Fossoli.
Mia madre, mio padre e mia sorella erano in un vagone, io e mio fratello in un altro. Le due guide invece
erano già andate a Mauthausen, però una è scappata durante il viaggio e si è unita ai partigiani della zona di Bormio. Mio fratello ed io siamo stati fatti scendere a Innsbruck con l’incarico di portare il caffè ai prigionieri e in quel momento abbiamo visto che sul vagone dove c’erano i miei c’era scritto Auschwitz e già si sapeva bene che non c’era da aspettarsi niente di buono. Sul nostro c’era scritto Buchenwald, che per noi era un nome sconosciuto. Non so come e quando ci siano arrivate queste voci, però so che quando poi siamo arrivati a Buchenwald e ci hanno portato alle docce, alcuni dicevano “vediamo se esce il gas”. Quindi non so dire come, ma erano già informazioni acquisite.
A Innsbruck quindi i vagoni sono stati separati. Siamo arrivati in piena notte a Buchenwald.
Ci hanno rinchiuso in una baracca buia e già piena di gente. Non si respirava, ma non avevamo il coraggio di aprire le porte. Era già una situazione drammatica. La mattina siamo stati immessi nel ciclo di inserimento nel campo, quindi spoliazione, doccia e depilazione. Ci hanno dato l’abbigliamento che consisteva – allora era agosto – in una camicia, una giacca, un paio di calzoni buttati a caso e un paio di zoccoli. Con l’avvicinarsi dell’inverno ci hanno poi dato un cappotto e degli zoccoli che si chiudevano. Poi ci hanno dato il numero, che abbiamo cucito in qualche modo e siamo stati mandati al blocco di quarantena. Il mio numero era 44.573 e quello di mio fratello 44.529, numeri sparsi, a caso, che per noi sono stati un mistero, fino a quando dopo la liberazione siamo andati a vedere i nostri documenti e abbiamo visto che quel numero era la quarta volta che veniva riutilizzato».
Tratto da GILBERTO SALMONI, Testimonianze dal lager, per Rai Educational