Published On: Lun, Mar 4th, 2013

Massucco (dirigente turismo e Pmi del Pd Tigullio) si dimette dall’Assemblea nazionale

Pubblichiamo la lettera con cui Marcello Massucco, responsabile dei settori Turismo e Piccola e media industria del Pd Tigullio, si è dimesso dall’Assemblea nazionale del partito democratico.
Massucco si era schierato con la mozione Renzi nelle primarie sul candidato da presentare alle elezioni politiche.
Non è tuttavia il caso di fare gli psicanalisti politici, andando a ritroso. Serve piuttosto guardare avanti, e le motivazione addotte da Massucco sono opportune e non riguardano soltanto il Partito democratico (che ha almeno il merito di discuterle -a volte anche troppo), ma tutta la politica italiana e tutti gli elettori. Chi si sente al sicuro, nel velluto delle proprie convinzioni, spesso non sa che si tratta del velluto di una bara delle idee.
In questi giorni si parla di un governo (meglio sarebbe “governicchio”) che “faccia le riforme necessarie” e ci traghetti verso nuove elezioni.
Sarà un caso, ma finora le parole “rilancio dell’economia“, “sviluppo“, incentivi per le imprese estere che si installano in Italia, incentivi per le start up (le nuove imprese) NON si sono sentite. Tutti -anche i nuovi partiti e movimenti!- pensano invece alle alchimie… “Con te non ci sto più, guardo le nuvole lassù“. “Noi non ci metteremo mai mai con X!”
C’è chi marcia all’indietro, al grido “O Coma o Morte!“.
Intanto lo Stato rischia di diventare un Stato Vegetativo permanente. Intanto non si riesce più a tirare avanti, mentre si guardano con invidia i parvenus che magari sfoggiano le loro ricchezze ereditate, rubate, meritate, chissà.
Una nazione con burocrazia ed età media altissime, che non fa più figli e quindi con poche braccia produttive e molte improduttive, è destinata all’annichilimento, come fu per l’Impero romano.
Solo che i Barbari questa volta siamo noi.
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Dimissioni dall’Assemblea Nazionale del Partito Democratico – Alla presidenza.
Cara Presidente, il risultato delle elezioni politiche non lascia dubbi. Se vincere in politica, è guadagnare consenso, convincere, diventare maggioranza: abbiamo perso, come d’altronde diceva Bersani martedì in conferenza stampa.

Già in occasione dei referendum del 2011, avevo posto l’accento sulla necessità di offrire forti risposte ai cittadini sui temi posti dal nascente M5S: acqua pubblica, energie rinnovabili, costi della politica. Temi che dovrebbero essere cari al centrosinistra.
Più di recente ho convintamente sostenuto – insieme a pochi altri in questo gruppo dirigente – Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra. Dopo le Primarie del 2 dicembre, pur essendo stato accusato più volte nei mesi di essere di “destra”, di non avere a cuore il PD, di essere troppo “intemperante” per una parte di Partito, non solo ho sostenuto lealmente i candidati sul territorio, ma ho anche partecipato attivamente alla campagna elettorale con più incontri pubblici per sostenere la linea del segretario Bersani. Non sono all’opposizione permanente: sono stato in prima linea, perché non sono capace di sedermi sul fiume, come qualcuno invece pensava dei “renziani”.
Atteggiamento che mi é costato parecchio – non tanto in termini di rapporto con i cittadini – ma proprio in termini personali, perchè è una linea che purtroppo non sento mia. Linea sbagliata, come sostenni già (spesso accolto da salve di fischi) nelle iniziative pubbliche del partito sul territorio. Linea che non ha saputo ascoltare i cittadini, bloccati da quella
presunta superiorità della sinistra che tanto male ci ha fatto in questi anni. Siamo ancora lì. A misurare la nostra arroganza, quella che pensa di saperla meglio del Paese, del povero popolo bue.
Ma la responsabilità non è ovviamente di uno solo, ma di un intero gruppo dirigente: che è stato miope, teso solo ad interpretare se stesso invece della società. Avremmo dovuto e potuto fare diversamente nel metodo, nelle ragioni che hanno condotto il 95% dei dirigenti del partito a scegliere Bersani in un moto di protezione di un’identità, di un esistente, di un “usato sicuro” che evidentemente non riesce a intercettare i movimenti che si vanno sviluppando nella pancia del paese. Per superare questo momento ci servirà, io credo, un PD più incline ad assumersi dei rischi, più ispirato, aperto, radicale e visionario, come ha giustamente ricordato il vicepresidente nazionale Ivan Scalfarotto. Perchè un gruppo
dirigente – per definirsi tale – deve capire cosa serve al Paese intero, non solo ai suoi iscritti.
Bersani ha riconosciuto l’inadeguatezza della proposta elettorale ma temo che ci sia qualcosa di più, e di più profondo. Se si punta tutto sulla costituzione di un partito di massa radicato nel territorio, e poi non ci si accorge di interi pezzi di elettorato che non solo non arrivano (mentre nel frattempo 7 milioni di elettori berlusconiani smobilitano!) ma se ne vanno anche 3 milioni dei nostri, vuol dire che era illusoria l’impostazione di base.
Che non si ha assolutamente il polso del Paese, nonostante i nostri migliaia di circoli e militanti. Servono forme nuove, di Partito e di partecipazione: serve aprirsi alla società ed ai cittadini, con l’umiltà di chi vuol ascoltare e non impartire verità di fede. E’ Partito solido, ma è tornato a pezzi – per citare Cristiana Alicata.

Quando qualcuno farà un progetto che pensi a tutti gli altri italiani come suoi potenziali partecipanti, quando qualcuno farà un progetto non per far vincere la sua solita curva, ma per far giocare la nazionale, quando qualcuno penserà alla condivisione del progetto con più persone come a un tesoro e non come a una minaccia, quando il nemico non sarà più
una priorità né una necessità. Quando nessuno troverà insopportabile questa ovvia ambizione, definendola ingenua, collaborazionista e via dicendo solo perché non è abituato al confronto tra idee diverse o perché ha poco coraggio: solo allora saremo veramente nel Partito Democratico che immagino.
Si è fatto invece esattamente quello che si diceva prima delle Primarie: i voti degli “altri”, i voti dei delusi, i voti di destra.. non li abbiamo nè cercati nè voluti, perché ritenuti “sporchi”. Davvero si pensava che chiudendo la porta in faccia alle persone alle Primarie, poi gli stessi cittadini ci avrebbero votato alle elezioni? Si è pensato che gli italiani la dovessero
pensare come noi, che dovessero giocoforza piegarsi alla vetusta visione economica di Fassina, invece che essere noi ad interpretare la complessa società italiana. Un atteggiamento tipico di una mentalità che si immaginava passata da tempo, spiace davvero dirlo.

Da un lato non abbiamo saputo intercettare la richiesta di moralizzazione della politica (taglio degli stipendi, dimezzamento dei parlamentari, legge elettorale) espressa da chi ha votato M5S. Come dimostra l’analisi dei flussi elettorali dell’Istituto Cattaneo, il 40% dei suoi voti proviene dal PD. Non mi dilungherò a citare – non dico il caso nazionale MPS – ma l’indecente vicenda dei rimborsi dei consiglieri regionali liguri, quasi estorti a forza dalle mani dei consiglieri con la pressione della stampa. Demagogia? Non lo so, ma è quello che chiedono i cittadini, come si può essere credibili nei confronti dei cittadini – chiamati a sacrifici dolorosi dai provvedimenti di austerità: a versare centinaia di euro di IMU, ad andare in pensione anni dopo il previsto – se non si nomina una volta, una soltanto, in due mesi di campagna elettorale la necessità di eliminare i privilegi? La politica non dovrebbe essere servizio nei confronti dei cittadini?
Dall’altro lato, anche tra noi non si comprendono le ragioni del successo di Berlusconi. Sono i nostri storici ritardi nel non comprendere che gli artigiani, le partite IVA, le microimprese sono il motore di questo Paese, ed hanno gli stessi problemi e fatiche degli operai e degli impiegati. Tasse, crisi dei consumi e burocrazia. Finché non considereremo risposte serie a questi problemi – e non vezzi posti da evasori fiscali – non andremo da nessuna parte, come spiegava benissimo Michele Brambilla ieri sulla Stampa. Non parlo con il senno di poi, perchè – per dirla con Francesco Guccini – “bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà”.
Sgravi fiscali, aiuti contro la crisi, semplificazione burocratica: sono i tre temi che abbiamo lanciato nei mesi scorsi sul territorio per le amministrative di primavera, nei confronti di questo elettorato deluso dalla destra. E non li abbiamo scelti a caso. Peccato che a livello nazionale siano stati invece guardati con sufficienza. Probabilmente parte della tenuta del mio territorio deriva anche dall’aver saputo parlare in un modo nuovo ai cittadini in questi ultimi mesi, dall’aver offerto una proposta di classe dirigente più adeguata ai tempi. Non dico migliore, ma semplicemente adeguata ai tempi, in grado di leggere la realtà con categorie diverse da quelle classiche del secolo scorso.
Vorrei anche fare una riflessione sul voto locale, in vista delle amministrative. Non si creda che la parziale tenuta sia un segnale per farci dormire sonni tranquilli. Cito solo un dato: sui 700 voti dei giovani 18/25 anni – al netto di un po’ di voto disgiunto – la coalizione PD ha preso 34 voti, il PDL 84, Monti 103, il M5S 366 voti. Sono numeri vergognosi per un
partito di sinistra, che quantificano il fallimento della nostra proposta nazionale nel proporre una speranza ai giovani di questo Paese.
Riguardo alla situazione territoriale poi, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Non si puó scaricare su una nuova generazione errori amministrativi vecchi di oltre un decennio, e chi li ha fatti cerca invece di farci perdere le elezioni inciuciando con gli avversari di centrodestra. Avendo del tutto rimosso il loro personalissimo fallimento. Come
se niente fosse. Come se fosse normale in politica andare avanti così, con le vicende personali anteposte alle idee. Io non ci sto. E nei prossimi mesi non mancherò di spiegare ai cittadini come stanno le cose, svelando queste alchimie davvero degne di Cagliostro.
È il tempo delle scelte chiare e nette. Se – come pare – l’indirizzo è quello di un governo che faccia alcune riforme sui costi della politica e sulla legge elettorale, per poi tornare presto al voto; è necessario elaborare una nuova proposta programmatica, nuovi volti, nuove idee per realizzare quello che analizzavo sopra. Ma davvero nuovi! A livello locale e
a livello nazionale, o distruggeremo il residuo consenso di questo Partito. Non possono essere sempre gli stessi, che prima dicevano “nero” e dopo essere stati presi a schiaffi dai cittadini iniziano a dire “bianco”. Ma dov’è la credibilità di questa classe dirigente, che intende sopravvivere a tre Repubbliche? È necessario far partire un vero processo di
rinnovamento, perché – se vogliamo vincere tra pochi mesi o tra un anno – questo Partito deve cambiare davvero, non basterà l’ennesima riverniciata. Chi è stato causa e parte del problema, non può accreditarsi nuovamente anche come la soluzione. Non è un problema personale, non è un giudizio su nessuno di noi: semplicemente i cittadini vogliono voltare
pagina (e non si può dire che non ci abbiano concesso prove di appello), ma voltarla davvero.
Pochi giorni fa anche il Papa ha rinunciato al proprio incarico, ricordandoci umilmente che nessuno è insostituibile. Le dimissioni quando si perde sono un atto obbligato, morale, generoso per il futuro. Qualcuno deve pur iniziare. Io – e lo faccio per amore di questo Partito – non mi sento più in condizione di condividere una linea del gruppo dirigente
nazionale che ritengo suicida. Mi metto a disposizione del PD, non mi ritiro su nessun Aventino: come ha detto Bersani ieri “non mi interessa fare il capitano o il mozzo, questa è la mia nave”; ma rimetto il mio mandato di membro dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico. Perchè serve trasparenza, onestà e credibilità nei confronti dei cittadini, adesso si cambia o si muore.
Sestri Levante, 28 febbraio 2013
Marcello Massucco
Responsabile Turismo e PMI
Federazione PD del Tigullio
marcello massucco responsabile turismo pd tigullio

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