Published On: Mer, Feb 5th, 2014

Pagine da In Coperta, libro sui leudi di Giovanni Descalzo

Proponiamo alcune pagine dal romanzi In Coperta, dello scrittore sestrino Giovanni Descalzo, utile a capire il mondo dei traffici commerciali su mare fino agli anni ’60 del ‘900. Ringraziamo Natalino Dazzi (autore di Quando fiorisce il mare) per la trascrizione su web.

  1. – LA ROSA MADRE

PARTENZA NOTTURNA

La goletta oziava da più giorni nel porticciolo, tra due brigantini, nello spazio in cui rimangono all’ancora lungamente i leudi degli zavorrai e dei vinacceri, in attesa, oltre che delle trattative per lo scarico, del vento propizio per avviarsi a Genova.

L’equipaggio ogni sera faceva un’ultima visita sul tardi per ricevere ordini e consultarsi; constatato che non vi erano novità, se ne tornava poi alle proprie case sulla riva senza impazienza per attendere nuove notizie il domani. A turno qualcuno rimaneva a bordo per la vigilanza. Dopo tre giorni di attesa finalmente il padrone diede l’annuncio:

– E’ giunto il “Sea Victory” e lo spedizioniere ci vuole in porto dopodomani. Se il vento sarà favorevole partiremo questa notte.

Sera di domenica. Due marinai più giovani, sposati da poco, fecero la passeggiata serale con la moglie lungo il litorale per godersi lo spettacolo del golfo festaiolo che aveva riverberi lungo le rive e qua e là dai vari paesi innalzava luminarie su campanili o festoni lucenti sulle colline. Sorgevano a quando a quando razzi multicolori che sventagliavano nell’aria bagliori e scintillii; visti da lungi, senza udire lo scoppio che li accompagna, sembravano apparizioni fantasiose, capricci di stelle e di comete percorrenti la volta celeste dal basso in alto.

Il porticciolo rivierasco, d’ora in ora più silenzioso vegliato dal minuscolo fanale verde del molo, sonnecchiava come la cittadina peschereccia, col leggero dondolio delle sue onde, che il breve riparo non attutiva del tutto, mandandole in ampio semicerchio a imprimere lenti rullii di cuna alle carene delle barche alla fonda. Dopo la mezzanotte, quando gia qualche pescatore deluso dalle prime calate tornava a terra. per non perdere inutilmente la nottata, l’equipaggio si trovò riunito presso la lancia , ognuno col suo fagotto contenente qualche indumento e pochi aggetti indispensabili per il breve viaggio.

All’arrivo del padrone l’imbarcazione si mosse portandosi presso la goletta distinta nell’oscurità per l’ampia striscia di biacca che la cingeva come una fascia; I pochi gradini della biscaglina furono saltati d’un balzo e, issata la lancia, mentre due si affaccendavano intorno alla randa, altri due salparono l’ancora col verricello, destando nella sonnolenza del porto un rumore di ferraglie. Nel buio, rotto so1tanto da insignificanti riverberi, la goletta al vento di terra gonfiò le vele e trovò l’uscita del porticciolo abbandonando la compagnia del naviglio assonnato, senza un saluto. Poco fuori, in rotta verso il promontorio di Portofino, incontrò la flottiglia delle paranze, veglianti sulle manaite. I pescatori furono i primi a farsi vivi allarmandosi:

– Badate allo nostre reti…

A bordo, accesi i fanali laterali, si stava terminando di riassettare la coperta, qualcuno però aveva sempre cura di affacciarsi per scrutare nel buio.

– Orza, va orza..

Di quando in quando una voce gridava al timoniere quel comando.

– E’ tutto orza il timone, non ho colpa io se la barca non obbedisce, c’è appena una bava d’aria !

Il timoniere si giustificava come poteva per scongiurare gli accidenti dei pescatori che temevano guai per i loro arnesi.

La goletta si chiamava Rosa Madre. La storia delle barche è talvolta lunga e complessa, piena di drammi e di vicissitudini, tal altra semplice ed elementare, riassumibile in poche parole.

Quanti velieri celebri trent’anni fa per memorabili  traversate, per aver retto a cicloni in pieno oceano, per  esser giunti disalberati innanzi a una rada o aver superato con fortunali capi e golfi famosi per la furia delle tempeste, non sono poi finiti miseramente nella più umile mansione portuaria? Taluni sono divenuti magazzeni  galleggianti, altri chiattoni o boe, perdendo nome e prerogative.

I nomi delle barche a vela di certi litorali hanno caratteristiche proprie e divengono poi noti tra i marinai per simboleggiare una speciale attività o una particolare attitudine.

La Sant’Erasmo, bilancella da carico dipinta in grigio-nero, varando era per tutti segno di assoluto buon tempo.

Leudi Giovanni Descalzo 1

Giambalin il proprietario, ormai molto vecchio, non voleva con sé che coetanei o quasi, che fossero oltre la cinquantina. Abbastanza a ridosso per il gruzzolo accumulato, partiva solo quando la sua lunga esperienza nautica lo rassicurava circa il tempo, in modo che le sue traversate, due o tre all’anno, alle isole del Tirreno,   rimanevano memorabili per le lunghe bonacce, le giornate di calma bianca, esasperanti per gli altri, e per il tempo impiegato, sempre il triple di una traversata comune. Una buriana anche di modeste proporzioni, lo faceva appoggiare nel più prossimo porto, disposto a ripartire solo quando fosse scongiurata ogni irrequietezza atmosferica.

Il vecchio e i suoi vecchi, continuavano così con molta saggezza a vivere sul mare, insensibili alla baia che davan loro i giovani pronti ad ogni rischio pur di sbrigarsi in fretta.

La Rosa Madre ai suoi bei tempi era stata un po’ sorella della Sant’Erasmo.

Partiva ogni tanto per la Sardegna e, invariabilmente, caricava formaggio, al punto che le sue stive, ancora dopo qualche anno di carichi tra i più eterogenei, conservavano il caratteristico piccante del formaggio sardo, come se dal paramezzale alla coperta il  legno ne fosse saturato.

Quando il nuovo padrone parlava della sua barca usava commiserarla come una creatura sfortunata:

– Hai fatto la signorina da giovine ed ora devi sgobbare duro.

Ma non sgobbava poi tanto duro perché, sebbene dovesse portare con poche soste e interruzioni, carichi di barili pieni di acido a di minerali, o stiparsi di lavagne di piastrelle, aveva avuto finalmente il sartiame  rifatto, le vele nuove, la carena rappezzata e aspettava gia un motore i1 quale le avrebbe dato un’aria snella e conferita una certa eleganza che ora davvero le mancava, essendo alquanto tozza, a1 punto da non obbedire con sollecitudine al timone, specie quando il vento era fioco.

Chi fa un giro attorno alla spiaggia o presso le calate ove le poppe dei velieri stanno quasi fissate con le doppie gomme, circa i nomi ha buona messe di osservazioni, scoprendo, pur attraverso alle apparenti bizzarrie, gentilezze e sentimenti imprevisti.

La Rosa Madre si chiamò così in omaggio all’ava del padrone. Esistono il Pietro Padre, l’Anna Sorella, la Bianca Madrina. Si può trovare persino i1 Merica, nomignolo del nonno che navigava con le feluche sulle coste del Sud-America abbandonandosi agli alisei.

Quando in un naufragio il Merica colò a picco, fu subito sostituito dal Sempre Merica, nome che basta da solo a denotare tutta la costante tenacia, quasi la caparbietà della razza ligure, per la quale ogni disavventura non è che un contrattempo momentaneo. non una ragione di arresto.

Sorpassate le paranze da pesca ed evitato il pericolo di investimenti, due marinai calarono a bassa prua, il padrone a un anziano nella camera. Rimasero in coperta il timoniere il mozzo. Quest’ultimo a prua si sporgeva a scrutare l’oscurità temendo sempre di trovarsi tra le reti e sentire i mugugni furiosi in coperta e al largo.

Ogni mozzo conosce queste ore di veglia, angosciose quando sono le prime, per quell’amor proprio dei fanciulli che vorrebbero subito essere esperti come gli adulti e sono i primi a non perdonarsi un fallo a una distrazione anche quando (rarissimo caso) viene generosamente taciuta o perdonata dagli altri.

Con la lunga pratica s’impara poi a distinguere nel buio ogni ombra.

Accade non di rado nei fanciulli che il sonno li colga così, mentre col viso innanzi, piegati sulla murata troppo alta, si spenzola a metà reggendosi sul ventre per vedere; si scuotono solo per lo schiaffeggiar più violento di qualche onda innanzi al tagliamare anche perché  un rovescio di beccheggio avrebbe potuto ribaltarli in acqua.

A poppa il timoniere fuma. Ogni tanto dà la voce alla guardia, ordina di tesare una cima per variare la manovra legando la barra, e la barca prosegue così con l’unico ausilio del vento.

Le cittadine della riviera, all’avanzare della Rosa Madre presentavano maggior copia di lumi, e mentre altre si approssimavano, dietro sparivano le prime. Più nessun addobbo di luci oltre le consuete lampade nell’ora ormai mattutina, non più fuochi e farandole, ma una quiete opaca, un sopore più greve della sonnolenza, anche perché le palpebre di chi contempla sono gravate ormai da un velo che si fa più denso quanto più l’ora avanza.

Spinta al largo, la Rosa Madre avanzò oltre il capo di Portofino ancora lontano. II timoniere indicò al mozzo la lanterna di Genova che appariva e scompariva lasciando nell’aria una scia luminosa, un riverbero fugace di dilucolo.

Avvenne il cambio poco dopo. Il timoniere e il mozzo, assonnati, si calarono a bassa prua un po’ infreddoliti, senza nemmeno sentire il tanfo del chiuso, godendone anzi il tepore. I due nuovi di turno si stiracchiarono per qualche minuto facendo versacci e starnutendo, considerarono i1 cammino fatto, poi uno si raggomitolò al timone mentre l’altro si accoccolava ridosso dell’albero per evitare un po’ la brezza fresca che lo colpiva.

Quando sorse l’alba e fece impallidire e poi spegnere i lumi della costa, nessuno contemplò quel silenzioso risveglio delle cose, troppo vecchio e consueto per meravigliare ancora.

Il  timoniere osservando le nebbie leggere che s’alzavano a nascondere le colline, pronosticava buon tempo.

 

A RIMORCHIO

 II venticello di scirocco, che ci aveva sorretto tutta la notte, si affievolì all’alba e cessò del tutto 4- prima di mezzogiorno. L’oscillazione ritmica della mazza, lo spostarsi della randa a intervalli con acuti scricchiolii di sartie e di cappii, accresceva quel tedio che prende in certe are i marinai costretti dalla bonaccia all’inerzia assoluta. Le onde lunghe, dal largo, erano le sole che imprimessero quel noioso rollio, senza il quale la goletta sarebbe stata completamente immobile.

Dietro era rimasto il promontorio di Portofino. Si avvistava l’ardito nido dei Doria incuneato in una fessura della scogliera, la Punta della Chiappa irta e protesa come un molo capriccioso, il paesetto di San Rocco con le sparse ville e, nella curva, a ridosso del promontorio, Camogli. Tutta la riviera sino a Genova ormai popolata quasi senza interruzioni, si poteva ammirare affacciandosi alla murata, e qualcuno indugiava a guardare le cittadine più che altro per scoprirvi indizii di vita marinara, sebbene lungo quelle spiagge, tranne in pochi tratti, quasi non esista  l’elemento peschereccio.

– So non ci si rimedia, domani lo scarico non si fa di certo — disse il più preoccupato, quello che non poteva sentirsi al dondolo pochi chilometri fuori del porto in attesa del vento, mentre sarebbe stato tanto bello infilar l’imboccatura e sgattaiolare subito a terra per ricomparire nelle ore piccole, magari saltando da un bordo all’altro.

Il più immusonito era il padrone, figlio dell’armatore. Conservava però una certa tranquillità conoscendo il costume di suo padre, al quale la situazione della barca non poteva essere ignota. Guardava spesso il litorale appuntando lo sguardo sulla linea ferroviaria per rendersi conto del passaggio dei treni che provenivano dalla riviera di levante. Consultava l’orologio e, tale e quale come fosse stato in piazza, domandava ora all’uno ora all’altro a bruciapelo:

– Quanti treni ci sono al mattino per Genova? L’inutile randa fu ammainata, e per non udire più 1’arrabattio dei pennoni furono bene assicurati tendendo anche le sartie. Con molta flemma il Moro stese la veletta sulla -camera assicurandola alle estremità nelle bitte e reggendola al centro con un’asta per consentire il passaggio senza curvarsi. Il freschee caratteristico di bordo fu così approntato e tutti, anche quelli che non avrebbero mosso un dito per issarlo, trovarono modo di accomodarcisi sotto per sfuggire almeno alla calura.

Sotto questa tenda, che è il pergolato dei marinai, si svolge la vita di coperta nelle ore di calma e in quelle di sosta nei porti. Ciascuno pensa e dice ciò che gli passa per la mente, e non è difficile che argomenti puerili o assurdi s’innestino senza apparente confusione a discussioni sui noli o sugli affari di traffico.

Sgabelli d’ogni foggia e panche di tavolati sistemate in ogni incastro, formano i sedili, e se le cose non vanno malissimo, ogni tanto compare il fiasco, ritto di solito tra i due bariletti d’acqua come fosse messo in fresco.

– Che pensa tuo padre? Non ha visto che è calma bianca…?

Lo stesso impaziente ogni tanto aveva bisogno di uno sfogo e non potendosela prendere coi presenti, recriminava contro gli altri.

Il padrone rispondeva con borbottii e con occhiate severe, uscendo a volte con epiteti poco carezzevoli:

– Stà zitto gattuccio; hai già la fregola? – E aggiungeva per indispettirlo: – Vorrei restarci fino a domani, tanto c’è tempo.

Ma diceva così a parole, perché dentro era il più desideroso di trovarsi alle Grazie, avviarsi alla Borsa Vecchia, confondersi con la folla degli spedizionieri e dei capitani, sentirsi spesso chiamare da qualcuno: – O Maurizietto, ebben…? – e parlare non solo del carico ma di tutte quelle complesse questioni armatoriali del piccolo cabotaggio che lo interessavano non meno del padre, rendendogli piacevole la sua vita di uomo di mare. Si sarebbe cosi intrattenuto del più e del meno con quella gente d’affari, sostando in piedi presso il banco di caffeucci ben noti, per offrire e accettare con cordialità.

Il pasto fu consumato all’ombra, quasi in silenzio. A mo’ di conclusione uno osservò:

— L’arietta di terra la sera non manca mai; sarà un po’ noioso ormeggiarsi, ma a notte entreremo lo stesso.

Qualcuno si dispose a coricarsi senza scendere ne a bassa prua né entro la camera. Nello prime ore del pomeriggio la goletta era doppiamente quieta e immobile ‘ come una cosa inerte e abbandonata in un elemento afono, animato appena da lucentezze azzurre e da riverberi solari.

Col nervosismo di chi non è appagato, pur non avendo ragione di inquietudine, il padrone scrutava ogni tanto verso il porto. Uscivano navi e rimorchiatori, prendendo ognuno la propria rotta. Uno di questi ultimi gli parve ad un tratto che non si allontanasse. Veniva infatti verso levante tenendosi a terra. L’osservò a lungo poi, con quell’acume proprio di chi ha buone esperienze e quella lucidità di chi è uso fidarsi alle consuetudini e sa il fatto suo. sembrandogli di riconoscere quel rimorchiatore, si lasciò sfuggire una esclamazione:

— E’ Garaventa: mi pareva grossa che non venisse.

La frase accompagnata da un greve pugno battuto sul tavolo, svegliò i dormenti e gli assopiti, che si levarono a guardare.

– Hai ragione, è lui. Tuo padre le pensa sempre tutte.

Al ciarlone che si ritrattava non getto questa volta nemmeno lo sdegno di un: << macacco >>, dispose subito per -una buona sistemazione in coperta e preparò il più robusto tonneggio.

Il rimorchiatore, come fu previsto, si diresse verso la  goletta. Era lo stesso delle altre volte, poiché ognuno ha le sue simpatie (magari di convenienza) e ogni barca le sue clientele per i bisogni del porto. Queste si mantengono senza tradimenti fino a che una ragione, quasi sempre di interesse, non le interrompe. Diventano un tacito impegno ad intervenire di preferenza a seconda  dei bisogni e a servirsene esclusivamente per tutte le necessità.

— Oh Maurizietto, potevate farmi telegrafare dopo la partenza; non avete previsto la bonaccia?

— Non avevamo fretta, ecco tutto, tanto si scarica domani.

Passato il tonneggio al rimorchiatore, questo riprese la via del porto. La goletta, scossa dal primo strappo, seguì docile la barca rumorosa che le apriva innanzi un valloncello nel quale cacciava la prua spumeggiando. Sfilarono velocemente altre cittadine della riviera, comparve il verde dei parchi di Nervi e presto Vernazzola, Boccadasse peschereccia e San Giuliano.

All’imboccatura del porto vi fu l’alt. Ben tre barche si fecero incontro alla goletta, ognuna tentando raggiungerla e accostarsi in diversa maniera. Dalla prima salirono i finanzieri; si affacciarono ai boccaporti, controllarono le bollette di carico e scesero quasi subito. La milizia portuaria fu ancora più spiccia , esaminò i libretti di navigazione corrispondenti ai marinai e discese. La terza barca, un po’ più lontana, arrancava per arrivare prima che la goletta riprendesse il via. Su di essa, in piedi nel centro, come solo sanno starvi i piloti lungamente provati a tutte le danze marine, vi era Maurizio, il padre del capitano, quello che era giunto come la Provvidenza per ordinare al rimorchiatore di recarsi incontro alla goletta.

Salito a bordo un po’ ansante come se lui avesse, oltre che incitato il vogatore, sospinti i remi della lancia, si sistemò subito sulla panca del timone presso il figlio.

Con una strappata siete giunti. Aspettare l’aria di terra poteva costringervi a lavorare tutta la notte.

E’ meglio essere freschi per domani. Visto che il vento era sparito ho preso il treno e sono venuto a Genova. Vi ho avvistati al di là di Recco a ho capito che ci sarebbe voluta tutta la notte.

Ripreso il rimorchio, lentissimo, la goletta sorpassò il porticciolo delle barche da diporto, il cantiere allestimenti, l’ormeggio dei velieri e si portò presso la capitaneria sistemandosi provvisoriamente vicino ai vinacceri prima di passare in darsena.

La manovra di ormeggio non fu facile né breve, con tutto quel groviglio di gomene incrociate in ogni senso per raggiungere le bitte. Bordo contro bordo erano già altre cinque barche, linde, attillate, in sosta da più giorni perché, in attesa della vendita, fungevano da cantine.

Il mozzo fu mandato subito per l’acqua fresca alla prima fontana e mentre il cuoco preparava la cena, il marinaio impaziente trovo modo di condurre a terra Maurizietto per le pratiche necessarie, riuscendo a svignarsela. La figura più interessante rimasta a bordo fu Maurizio. Seduto sul pancaccio, nel centro, come un patrono, ordinando a gesti, a grugniti, a parole convenzionali di un sapore personalissimo, disponeva tutto in ordine perfetto a preparava ogni cosa perché nulla intralciasse il lavoro. Figura gigantesca rispetto alle altre, pur nella sua mai smentita bonarietà, incuteva soggezione, quasi timore.

Giunto il mozzo con l’acqua fresca si alzò respingendo i servigi degli altri. Risciacquò il grosso pirone, lo ammezzò d’acqua e finì poi di riempirlo di vino, gesto che sbalordì un novizio il quale lo riteneva un solenne beone, odiatore di ogni compromesso in fatto di liquidi. Con l’avidità dell’arsura lungamente contenuta, bevve a garganella a lunghissimi sorsi, esaurendo in pochi minuti tutto il contenuto.

Leudi Giovanni Descalzo 2

IN PORTO

Effettuato l’ormeggio, in porto, conoscendo le uscite delle barriere, i posti di rifornimento, gli uffici e i recapiti, si riesce a vivere con una certa tranquillità. Il navigante, in generale, non ama molto i porti. E’ difficile determinare con esattezza questa antipatia ed elencare le cause che la producono perché, su ogni categoria di nave, variano e sono diverse anche secondo le mansioni.

In generale le preoccupazioni e il lavoro sono maggiori. II disagio deriva spesso dalla rottura dei turni regolari, per cui si deve sempre essere in attività anche quando si vorrebbe scappare a terra o svignarsela magari a casa, c’è però chi non se ne preoccupa di questo. I giovani trovano il mezzo di andarsene sempre, i più esperti di scansar fatiche, gli iniziati di spostarle, magari accrescendo i doveri dei sottomessi, sicché si riversano su pochi. All’infuori di tali motivi però altri ve ne sono strettamente inerenti alla psicologia del navigante, il quale, suo malgrado, conserva un fondo di nostalgia per l’immensità azzurra e un residuo, a lui stesso ignoto, di passione vagabonda.

Non si può pensare che così quando si sentono vecchi dire:

– Si respira bene soltanto fuori dello stretto. Questo Mediterraneo è proprio un piccolo lago.

Può sembrare un’immagine retorica, perché, naturalmente, con lo stretto si allude a Gibilterra, ma chi bazzica invece proprio soltanto nel Mediterraneo, a una giornata da Siracusa, verso l’Oriente, guardando appagato dalla sua bitta ove si gode il riposo serale, il sole che cala senza illuminare nessuna terra, dirà con una certa compiacenza:

Ecco il << piccolo oceano >>, la terra qui è a cinquemila metri sotto di noi.

Questa passione esiste veramente, e la troviamo tanto in chi, dopo lunghi anni, cessando di navigare si costruisce la casetta in un bosco di pinastri sopra le scogliere, quanto negli altri, meno fortunati, che resteranno nelle bettole del porto, attaccandosi ai panni di chi continua, quasi volessero aspirare l’asprezza dell’aria oceanica dalle loro parole.

IL grande porto è veramente, anche per gli estranei, una fucina mostruosa, immagine dei giganteschi appetiti umani, dell’immensa capacità divoratrice degli uomini, delle incredibili necessita d’ogni giorno. E In sintesi dei bisogni di un popolo. Esso ci dà in cifre la sua forza non solo produttrice, ma distruttrice. I bisogni elementari, le piccole voglie hanno qui il computo gigantesco per tutta la razza in cifre imponenti. Quei nonnulla dei quali quasi non ci si avvede, a1 lume della somma globale divengono entità smisurate.

La capacità individuale comparata alla totale attività di un grande porto, ammonisce più di qualsiasi lezione di economia e meglio di un corso di tale scienza vale l’esame attento di certe statistiche.

All’infuori dei dati e delle misure, è la mo1teplicità delle cose che si compiono che trasferisce la nostra pallida immaginazione individuale in zone diverse di osservazione, ove non saremmo trasportati da nessun altro spettacolo. Dai mulinelli dei montacarichi in moto alle torme degli scaricatori, dai chiattaioli silenziosi ai giornalieri affaccendati, dal barcaiolo all’ultimo topo di stiva, tutto è oculato lavoro e non v’è posto per i curiosi  per i platonici, ai quali solo è riservato l’osservatorio aereo della lanterna, dall’alto della quale quell’umano brulichio può apparire, in una visione ben ristretta, un formicaio in faccende per le previdenti provviste di stagione.

Nei depositi, chi ha osato affacciare lo sguardo, abbracciando in un attimo il complesso di ciò che stipano? Un sacco di granaglie, abbandonato per qualche scarto dei vagoncini in uno spiazzo tra i silo, offrendo il varco ai chicchi da un grosso squarcio della juta, un giorno fu vuotato in pochi minuti da uno stormo di colombi adunatosi in un attimo, per un prodigio, in quel piazzale deserto.

Quale furiosa voracità in quelle timide bestiole! Affannate, quasi sapessero di compiere un furto, erano piombate sul sacco, il primo stormo subito seguito da altri e altri, richiamati certo dal volare frettoloso e preciso dei primi. Sarebbe bastato forse on urlo, una sassata a scompigliarli, ma nessuno avrebbe osato interrompere quell’ebrietà divoratrice tanto  essa compendiava un’idea che in quel luogo è sovrana.

La fuga dei vagoni, degli interminabili treni, che intrecciano i loro binari ovunque, sulle gettate, sui moli, nei silo, è un po’ alla lontana la macina che frantuma questa massa di materiali eterogenei, la decompone, la distribuisce, la rende assimilabile. Ogni arrivo, ogni partenza, nei segnali convenuti, si trasforma in altra ‘ sostanza di integrazione alla mole definitiva, aggiunta o detratta con una frase meccanica, adeguata alla materia.

Eppure nessun simbolo, nelle immagini elementari e comuni, ha potuto ancora sostituirsi al porto per indicare raggiungimento di un punto di tranquillità, uscita dai mali a buon fine, mèta di arresto. Figura falsa come gran parte di quelle che ci vengono offerte facilmente dalla retorica d’ogni giorno a che per ozio mentale non sappiamo bandire dal dizionario giornaliero, che ha soltanto, per chi conosce il porto. un significato convenzionale, lontano dall’adesione alla realtà.

E’ mai possibile supporre un arrivo senza prevedere la partenza? E’ vero, una flotta inerte, rugginosa, tal volta staziona nei porti: sono le navi in disarmo, Tra esse, molte, gia condannate per l’anzianità, per il cattivo attrezzamento o per lo scarso rendimento degli apparati motori, in proporzione delle nuove costruzioni, attendono la fiamma ossidrica e il maglio demolitore.

Ma queste, che davvero sono giunte in porto, definitivamente, e più non partiranno, come sono tristi, come  appaiono, nel loro ingiusto destino, creature degne di compianto !

Aggirarsi tra esse è assai più malinconico che trovarsi in un cimitero. Si può salire su ognuna indisturbati, circolare sulla coperta, penetrare negli alloggiamenti, calarsi nei budelli. Nessuno ! Vi è silenzio, abbandono, muffa e deperimento. Nella saletta giacciono vecchie carte nautiche umide e ingiallite. Rimuovendole fuggono a precipizio torme di scarafaggi di bordo, gli inquilini ormai indisturbati che non amano la terra e s’intrufolano ovunque amareggiando la vita e il riposo dei naviganti.

Su alcune si trova qualche custode. sono, ordinariamente, vecchi marinai che le vigilano come creature malate e inerti, donando ad esse le ultime amorose cure.

Continuano a rimanervi sin quando, gia sventrate e deformate, riescono a trasferire nell’ultima cuccetta in piedi il loro giacig1io, come avessero pena di abbandonarle. Queste sono le navi giunte in porto: non certo, come vediamo, le più felici, se giungere vuol dire arrestarsi e arrestarsi morire.

– Sembra un porto di mare !

Così esclamano invece stupiti gli uomini del continente presi dalla febbre dell’attivismo, quando un cantiere, una stazione ferroviaria, o una città, nel complesso dei suoi lavori suggestiona la loro fantasia; e infatti non differisce che nella materia, questa operosità incessante.

Tentare una definizione del porto è arduo. Esso, in termini semplicisti, è la citta delle navi, e come questa raccoglie le cose più perfette e la quintessenza di quelle corrotte e impure, senza possibilità di selezione; cosi esso agglomera il prodotto delle migliori energie e delle più false attività. Chi ci vive partecipa di questa mostruosa miscellanea; transige a volte con l’onestà e col vizio, accoglie ed apprezza insieme al prodotto della sana fatica i proventi dei contrabbandi illeciti.

E’ forse un po’ per questa anima equivoca che l’odio del marinaio per il porto è sensibile. Esso è pirata o galantuomo. Sente l’onestà a suo modo, ma ne ha una.

L’aria aperta in cui vive non consente fermenti e con nubi nella sua anima, che conserva quel tanto di primitivo che la immunizza dai contagi malefici.

I transatlantici creeranno essi domani una definizione del porto mutandone la funzione e 1’aspetto.

Appariranno parassiti tutti gli altri minuscoli galleggianti incrostati alle banchine grigie; già li sdegnano, già li sorpassano alteramente torreggiando dai moli che sopravanzano dove sogliono accostare appena la poppa.

La folla che scende e che sale non sa nulla del porto.

Alla partenza qualcuno punta il binocolo sulle alture della città, di uno sguardo distratto alla folla dei pigmei ormeggiati in basso, senza ben capire la loro funzione, e se ne distrae appena fuori. All’arrivo segue incuriosita la manovra dei rimorchiatori, un po’ sorpresa di vedere un gigante tenuto al guinzag1io da un gnomo e da questo trascinato; chiede qualche particolare al primo lindo sguattero di passaggio nella corsia, e appena attraccata la nave, scende senza nemmeno avvedersi che si lascia dietro una se1va di pennoni e di ciminiere, tutta presa dalla fretta di salire in auto.

Sarei tentato di chiedere a Maurizio, che ha finito di ingollare la cena innaffiandola abbondantemente col pirone, un pensiero sul porto, ma potrebbe apparire audace non tanto la domanda, quanto il gesto di rivolgerla da mozzo ad armatore… Egli non sembra affatto preoccupato del problema. Domani si scaricherà la goletta, e forse ha gia impegni per tre viaggi consecutivi: ciò lo tranquillizza molto; in questo tempo avverrià dell’altro.

Certo con tali pensieri e la certezza dei suoi noli assicurati, si dispone a scendere nella camera, dando la buona notte al capitano del brigantino di fianco, col quale ha incrociato gli ormeggi.

 

IN DARSENA

 Attraccati presso gli altri velieri della stessa categoria, quando si giunge in porto si fa presto a familiarizzare.

Se qualcuno degli equipaggi deve scendere e avviarsi in città, passa la voce da una barca all’altra:

– Vi manca niente, padrone?.

Di solito nessuno profitta, ma il buon costume prevale sempre.

Se restare a bordo di sera, quando si è in porto, è alquanto noioso, perché si è già fin troppo sedentari in navigazione, nondimeno, avendone desiderio, si può nelle ore tarde cogliere qualche aspetto tipico della vita che ci circonda e imparare a conoscere e comprendere  sempre meglio questo lupanare marino, centro di tutte le cupidigie e di tutte le frodi, ove il contrabbando è spesso una ragione di vita e l’adulterazione delle merci talvolta una necessità.

Presso di noi, proprio sotto la poppa, mentre il tramonto allungava le ombre delle navi nell’acqua calma, si attracca un chiattone carico di bordolesi, piccole botti oblunghe. Da un brigantino fu passato il tubo e con una pompa a ruota si cominciò a travasare il vino. Ogni tanto la manovra veniva sospesa, e attraverso l’enorme imbuto a secchio conficcato nell’apertura, alcuni buglioli di un liquido… assai comune passavano a ricolmare del tutto il recipiente. Con meticolosità 1’operatore silenzioso calava di tanto in tanto un provino nella miscela, e se la gradazione era inferiore al previsto, forse aggiungeva alcole.

– Speriamo almeno che sia pulita, eh… maestro!

— Non c’è pericolo, è potabile; bisognerebbe proprio essere disonesti a servirsi di quella del porto.

— Meno male..

Dialoghi confidenziali di questo genere si possono svolgere da un bordo all’altro e nessuno se ne adonta.

E’ seccante per chi naviga però pensare che gran parte di quelle manipolazioni le deve consumare proprio lui, in quanto si fanno appunto alla vigilia delle partenze  per le forniture di viaggio.

Se la stagione lo consente, quando cala la notte, quasi tutto l’equipaggio porta i pagliericci in coperta e si corica sotto il velario che ha servito durante il giorno per il sole, onde evitare un po’ la guazza notturna. Il silenzio è a volte perfetto. Solo a tratti, ma raramente, il passaggio lento di qualche barca che scivola silenziosa desta. fruscii acquei e leggeri sciabordii.

La sveglia è data in cento modi. Ha preludi all’albeggiare e si intensifica fino a giorno fatto. Profittando dell’inerzia nella quale i velieri, non sempre sottoposti a lavoro affrettato, possono vivere, si può di buon mattino scalare gli alberi e accoccolarsi nella coffa per godere il risveglio.

Genova dorme ancora. Da Carignano, tra i campanili e le cupole, il chiarore si diffonde sempre più intensamente. Zone di nebbie cineree lentamente si sfaldano, si diradano, dileguano, lasciando piena visibilità allo sguardo. Alte caminiere di piroscafi fumano, e già i rimorchiatori mattinieri si affrettano, sparendo tra le alte murate dei bastimenti e riapparendo prodigiosamente più in là, liberi di trovarsi la strada in piccole valli liquide, tra uno scafo e 1’altro.

Qualche nave parte dando l’addio, s’avvia lenta all’uscita con andatura maestosa, tenendosi nella zona sgombra. Straniera o italiana che sia, più di un oblò incornicia visi di marinai che anche solo con lo sguardo salutano. Altre arrivano con aria spavalda e pare che col loro rauco richiamo urlino la fretta di avere il proprio posto.

Presso di noi la nave dei garaventini si addobba di pavesi varii, bianchi e grigi. I piccoli marinaretti della nave-asilo, che la sera prima hanno fatto persino furiose cazzottate, magari a tre, costringendo qualche ufficiale ad intervenire, che hanno giocato fino a buio esigendo che i perdenti portassero i vincitori in groppa per la doppia lunghezza della nave, scalette comprese, sono già alzati e provvedono a pulire la biancheria: tutti quei pavesi svolazzanti sono maglie e mutande.

Quando a bordo, nella piccola cucina il caffè è già pronto, bisogna dar bando alle fantasticherie, scendere alla realtà di ogni giorno, ed essere pronti alle nuove esigenze.

Si deve passare in darsena per effettuare lo scarico della goletta e occorre prepararci allo spostamento.

Sulla nostra barca si sono dati convegno tutti i gatti del vicinato. Chissà per quale richiamo: se per l’odore di formaggio sardo ancora vivo in certe parti della vecchia stiva o perché essendo noi gli ultimi arrivati, avevano curiosità di esplorare una nuova nave?

II nostro micio, sempre indifferente, dopo avere soffiato o ruzzato un po’ coi visitatori, si è appartato sul coperchio della camera come per tener d’occhio cambusa e cucina e, sonnacchioso e sornione, ha lasciato fare. La curiosità dei gatti non mi pare facile ad appagarsi, perché dopo brevi sparizioni all’ora dei proprii pasti ricompaiono avendo eletto la nostra coperta a quartier generale dei loro convegni. Nessun marinaio li molesta; i loro antagonisti sono così odiosi e importuni, che essi godono per questo ampie simpatie e assoluta immunità.

Appena arriva il rimorchiatore e il tonneggio è gia buttato, non posso a meno di godermi la scena. Certo almeno mezza dozzina di felini rimarrà a bordo. Devo distrarmi un momento, avendo l’ordine di far passare un cavo, ma prima che la barca subisca un millimetro di spostamento, per un istinto… marinaro acquistato dalla razza, la goletta è spopolata e ogni gatto ha raggiunto a salti la propria sede. Questo è per me uno dei maggiori prodigi di intuizione, se vogliamo, d’intelligenza.

Dal gruppo dei velieri alla darsena lo spazio è breve.

A sentir parlare di questo luogo dai genovesi (la maggior parte dei quali non l’ha mai visitato), c’è da impressionarsi sulle sue proporzioni, perché se è il luogo più sicuro del porto, essi non intendono certo che sia un deposito di ferrivecchi, di navi in riparazione o in ozio, come spiegano, di solito, anche certi dizionari. Parlano della darsena come di una immensa bocca di traffico, come di una prodigiosa fucina di scambi. Dicono: in darsena, facendo echeggiare talmente le sillabe, allungandone i suoni e indugiandovisi con la pronuncia larga, che si pensa ad essa davvero come all’espressione massima dell’attività marinara.

Vi giungemmo a passo di zattera, e la prima brutta impressione fu causata dall’acqua stagnante, non semplicemente torbida, ma ingombra dei più eterogenei galleggianti in molle tra le oleosità della superficie.

Eppure quella era la famosa darsena. Tre piroscafi, due dei quali di modesto tonnellaggio, la stipavano, non lasciando il passo a nessun altro. Ci volle del buono per poterci schiacciare tra loro e trovar posto sotto l’argano di quello che doveva ricevere il nostro carico.

Prima dell’inizio del lavoro la darsena pareva tanto più insufficiente, si aveva l’impressione che cominciato il movimento dei montacarichi che soprastanno ai magazzini, tutto dovesse essere confusione e arresto per insufficienza di spazio, sembrando impossibile le manovre delle gru e dei loro lunghi bracci calanti i cavi nelle stive, per pescarvi o riporvi le merci.

Come può impressionarci la capacità dei depositi: sessanta o più mila tonnellate, quando una sola nave ha ora tale possibilità, sia pure teorica? I mulinelli delle gru, le più perfette, in questa ridda di innovazioni meccaniche appaiono azioni alternate di giocattoli, ma non di meno ci si accorge presto che la darsena è sempre quella, degna ancora della sua funzione e, dopo un solo giorno di sosta in essa, ci appare giustificato l’orgoglio di chi la cita come 1’organismo più tipicamente portuale.

Appena si aprono i boccaporti per scoprire i pozzi delle stive, le antenne radio delle navi vengono ammainate e tutto ciò che sopravanza e potrebbe ostacolare il lavoro, in pochi minuti si snoda e si abbassa al livello minimo. Pochi cenni del gruista, altri degli imballatori, brevi mosse sobrie e misurate di chi sorveglia e dirige, bastano a dare regolarità al lavoro che, appena s’inizia, subito raggiunge un’intensità prodigiosa. Cataste di casse ben impigliate nei cappii salgono, scendono, volteggiano in aria con una. regolarità imprevedibile. Sacchi, balle d’ogni mercanzia, piramidi di latte: nel cielo della darsena è tutto un incrociarsi esatto di cavi d’acciaio scorrenti quasi silenziosamente, di pulegge in moto su pertiche d’acciaio rigide, slanciate sopra i boccaporti.

In mezzo a quel lavoro oculato, severo, senza il trambusto previsto e il groviglio confuso che si temeva, la goletta, unica rappresentante della vecchia marineria che non conosce se non gli scaricatori manuali, più modesti degli affaccendati caravana, appariva un po’ a disagio.

Dalla murata del piroscafo si sporse 1’argano e iniziammo anche noi il nostro lavoro, partecipando istintivamente della fretta meccanica che gli ordigni in moto comunicavano. Avevamo delle botticelle, facili ad essere imbrigliate, e smuovendole per portarle all’imboccatura le rotolavamo facendo leva a forza di braccia.

Il piroscafo inglese che riceveva il carico da tre altre parti, riusciva ad assommare insieme le varie mercanzie e a stiparle nelle capaci stive senza ombra di disagio. Soltanto i nostri barili, che giungevano dal basso, quantità trascurabile in proporzione di ciò che riceveva, si accatastavano sulla coperta per essere poi, in un breve colpo di mano finale, calati al loro posto nell’ultima ora, prima della sospensione del lavoro.

Dalla prua, appeso ad una tavoletta simile alle altalene dei ragazzi, un marinaio si calava lentamente lungo la parete verticale dello scafo, con un semplice sistema di funi e di carrucole manovrate da lui stesso, sino a fior d’acqua, per rinnovare i numeri che segnano l’immersione, armato di un barattolino di minio e di un piccolo pennello. Osservando attentamente l’abbassarsi di quelle linee rinfrescate e di quei numeri, si sarebbe potuta seguire l’entità del lavoro. Sommerse alcune cifre, ben note agli interessati, la nave armai carica sarebbe ripartita.

 

MOZZI IN PORTO

Il marinaio, che dedica in navigazione tutte le sue cure alla barca con accurati lavaggi di coperta al mattino e scrupolosa pulizia in ogni cantuccio, trascura spesso se stesso. Sui velieri, per fare economia di acqua dolce, temendo si esauriscano la piccola cisterna e i due bariletti di scorta, si è costretti, frequentemente, a lavarsi il viso con quella marina, che lascia sopra la pelle un che di oleoso e serve male al bisogno. Quando però giunge in porto si rifà della privazione, perché se deve scendere a terra vuol azzimarsi a dovere, e per prima cura, appena rasato, si striglia sguazzando senza economia.

Poveri mozzi allora ! Va benissimo se la pompa è sulla calata e le fontanelle poco lontane, ma se si è attraccati al largo, nel branco dei navigli, e si deve lavorar di lancia per districarsi e andare alle bocche lontane, la faccenda si complica.

In certi piccoli porti, privi d’ogni comodità, i mozzi dei velieri devono sfibrarsi in questo lavoro: raggiungere la riva con le pesanti lancie, assicurarle alla meglio, correre in paese coi barili, tornare schiacciati sotto il loro peso non è lieve fatica; e questa è sempre l’ultima della giornata, dopo quelle di bordo, fatta quando abbuia, sotto l’ingiunzione dei marinai che non ammettono ritardi e non risparmiano mugugni.

Provvista la lancia dei barili di scorta vuotati nei recipienti vari d’uso giornaliero, il secondo giorno dopo l’arrivo in porto ci recammo in due a far provvista.

Adocchiata non lungi dalla Capitaneria una bocchetta alla quale succhiava un rimorchiatore provvisto di un lungo tubo, puntammo su quella.

– Ce la passate la manichetta, padrone, quando avete finito?

– Eh, altro… Preparate i barili.

La risposta esauriente ci tranquillizzò, non sarebbe stato necessario cercare oltre e ci sarebbe stato facilissimo compiere il lavoro grazie al tubo.

– Pronti eh… Guardate che ha un getto abbondante.

Il fuochista del rimorchiatore, dopo quell’avvertimento, girò senz’altro il tubo su di noi, e il primo inconveniente fu che ci toccò una doccia a getto irruente, non essendo possibile frenarla e maneggiare il tubo altrimenti. La bocchetta dell’acqua, sulla calata, aperta del tutto, eruttava la sua cateratta, sicché era impossibile regolare la riempitura. Per colmo di dispetto i buchi dei barili erano piccolissimi e quello laterale, che avrebbe facilitate l’immissione scaricando ‘aria, avera il tappo talmente schiacciato che non era possibile estrarlo nemmeno coi denti.

Persuaso di averci fatto un immenso regalo il fuochista s’era calato da basso nel suo rimorchiatore, senza aiutarci a trarci d’impaccio. L’enorme bocca gettava cinquanta volte più di quanto non occorresse per le nostre botticine che non erano delle caldaie, e noi fradici si diguazzava tra i paglioli che galleggiavano su quella fresca e pulita inondazione,

Quando dal borbottare ci accorgemmo che l’acqua era a buon punto del barile, spostavamo subito l’eruzione cacciandola sull’apertura dell’altra finché, convinto che ci fossimo serviti a sufficienza, il donatore chiuse la fontana e risalì a ritirare la tubatura

Visto che galleggiavamo, abituato certamente a quelle scene, disse con multa naturalezza:

— Quella vi servirà per lavarvi, che voialtri ne

avete sempre bisogno. La potrete raccogliere nella baia di bordo, per quell’uso va benissimo.

Non aveva tutti i torti, ma quando si giunse con la lancia riempita a metà e i barili mezzi vuoti, 1’accoglienza fu multo allegra, specialmente per il nostro aspetto di annegati.

Quando qualche personaggio autorevole: il padrone, il nostromo o qualcuno degli anziani va in combutta, condurvelo con la lancia è quanto mai piacevole. Esistono in porto ritrovi galleggianti che, senza essere ne bettole ne caffè e senza offrire grandi agi, consentono però di trascorrere ore liete, scambiando quelle notizie di cui il marinaio è avidissimo: ogni particolare diviene poi tema di ampio sviluppo nelle lunghe ore del sedentarismo forzato.

Taluni convegni offrono possibilità di informazioni addirittura preziose. Si potrebbe, in base a quelle, compilare un bollettino giornaliero di tutte le attività segrete del porto, taciute, se non ignorate, sia dalle autorità che dagli enti. Ragguagli intorno alle società indiscrezioni sul loro andamento, previsioni per 1’avvenire, nella si ignora ne si trascura ne sfugge. E’ verissimo che spesso non si tratta che di pure fantasie e di ardite supposizioni, ma nondimeno, molto spesso, i segnalatori accorti azzeccano giusto a le loro parole vengono non di rado avvalorate dai fatti, per cui non possono sempre ritenersi pure coincidenze.

E’ il sesto senso dei portuari che si sviluppa o si acuisce quasi per atavismo.

Dei centri ove si ritrovano, oggi l’uno domani l’altro, e dove un po’ tutti presiedono, notevole è quello dei chiattaioli e l’altro dei rimorchiatori.

II padrone vi si reca col pretesto di farne assaggiare un bicchiere di quello dell’Isola – autentico e genuino per gli amici – o per altro piacevole motivo, o trova modo di saper quanto gli occorre meglio e più facilmente che a una agenzia. La caldaia sempre in pressione, stando sotto vento, infastidisce con i suoi aliti afosi, ma un po’ discosto, sotto la tenda che offre una deliziosa frescura, si può trovar posto sugli improvvisati sgabelli o in bilico sulla battagliola, e, masticando il sigaro e inumidendosi le labbra, ragionare.

– Mi hanno detto che nella stiva di quel vapore là in faccia c’è da fare un carico di legname.

– E giunto con dei barili di asfalto. Sono tavole che servivano tra uno strato e l’altro. Sono in buon stato.

– Le avete viste voi?

– No, ma me l’ha detto Gaitan, il topo di stiva.

Anzi, per suo conto c’è un residuo di due sacchi di grano , a qualcos’altro. Se le prendete voi potete arrangiarvi con lui, è un galantuomo, tanto devono ripulire tutto perché ripartono vacanti.

Il padrone sa gia quello che deve fare; e non farà il viaggio di ritorno vacante, lui. Quelle tavole poi, se saranno utilizzabili, saprà a chi cederle, e quando ritorna lieto fa persino delle confidenze al mozzo, che durante la conversazione ha trovato il modo di esplorare tutto il reparto Tra i marinai ce n’è sempre qualcuno che ha un parente sopra una nave.

— E’ arrivato il Priarossa e c’è mio cugino in cucina; bisogna che vada a portargli un po’ di biancheria, tanto devo sapere sue notizie. Prepara la lancia con la lanterna perché torneremo tardi.

Il mozzo non è mai spiacente in simili circostanze.

Si parte alla ricerca del Priarossa, si arriva sotto la biscaglina e ci si arrampica allegramente in coperta giustificandosi e qualificandosi subito col primo marinaio.

La lancia se ne rimane silenziosa a ruzzare bonariamente contro i fasciame.

Vengono in tavola certe parti di nasello con intingoli particolari, certe pietanze inusitate, da comandante, dolci, frutta, tutta una provvista succolenta di cibi che paion non consumati apposta per destinarli agli ospiti attesi, i quali, con scarsi complimenti e rare proteste, parlando dei proprii interessi, divorano santamente.

Sbucano anche dello sigarette speciali, dei frutti esotici, delle chincaglierie curiose. La visita si protrae; tanto a bordo non c’è quasi più nessuno, dato che la maggior parte dei naviganti ha profittato del arrivo per andare a casa.

Si cammina adagio su e giù lungo la passeggiata senza ammirare le luminare dei piroscafi. finché, con effusioni di saluti, si riparte avendo cura di accendere la lanterna posata sulla poppa per evitare la multa.

Muovendoci da un punto all’altro, a rimorchio, per portarci a rifare il carico sotto un piroscafo, ancorato un po’ lungi, dopo aver sbarcata la prima mercanzia, ci accadde un giorno di incontrarci con un conoscente che avrebbe dovuto profittare del passaggio presso la sua barca per accostarsi a noi e calare nella nostra lancia a rimorchio, due latte di biacca. uscite da chissà  quale combinazione clandestina.

Procedevamo lentissimi, perché è tutt’altro che facile spostarsi in porto tra la ressa delle navi, tirandoci dietro la lancia con un lungo tonneggio. Il canotto, che doveva raggiungerci e depositare nella barchetta le due famose latte, si avvicinava e la manovra appariva facilissima né poteva destar sospetti. A un dato momento un marinaio sentì la necessità di perfezionare l’ impresa calandosi nella lancia per ricevere il contrabbando. La tirò quasi sotto la poppa poi, affrettatamente, senza darmi tempo di agguantarlo, mi consegnò il tonneggio dicendomi di tenerlo teso perché potesse calarsi.

Era un cavo d’erba, di quella tale lisca che cresce sul promontorio di Portofino e viene messa a macerare ed è attorcigliata a San Fruttuoso, e che insieme con la meravigliosa resistenza per cui è pregiata dai pescatori ha la proprietà particolare di scorticare le mani, perché conserva un po’ la ruvidezza tagliente che le deriva dal suo accestire nella puddinga.

Puntato solidamente coi piedi, m’impegnai con tutte le forze per reggere quello che si calava. Lo sforzo non era indifferente perché, al peso del marinaio, bisognava

aggiungere lo sballottamento, il rimorchio e lo sforzo di arresto, quando il canotto fosse giunto a contatto con la lancia attaccandovisi. Aspettavo d’attimo in attimo di sentire allentare il peso, quando il padrone che seguiva. la manovra guardando in basso, da dietro alle mie spalle, avendo visto il marinaio con le latte sospese in atto di buttarle sul pagliolo, gridò, ad incitarlo perché s’affrettasse:

– Molla, molla…

Siccome non ne potevo più, ed ero proprio sfinito mollai. Figurarsi lo scompiglio, perché purtroppo non ero io che dovevo mollare, e ciò facendo tuffai nella brodaglia di fuori darsena il marinaio ancora appeso al tonneggio, mentre annaspava coi piedi per afferrarsi alla lancia, rischiando di compromettere 1’impresa, con le conseguenze prevedibili.

 

MUGUGNI

 Eravamo appena attraccati sotto una nave mercantile, mentre ancora si dovevano fare le trattative per caricare residui di legname giacenti nel fondo della sua stiva, quando, saputo della nostra permanenza in porto oltre il consueto, la nostra coperta divenne la piazza del villaggio di tutti i compaesani imbarcati sulle varie navi.

Il nostro carico di sabbia non c’è verso di poterlo vendere

-Macché  sabbia, è ghiaione il vostro. Certamente come sabbia non lo venderete mai più.

Non han venduto di peggio, sta’ certo..

Gli zavorrai si querelavano lagnandosi incessantemente. Giunse un marinaio che molti riconobbero

— Eccolo qua, non si può fare un viaggio senza averlo a bordo.

Dopo i convenevoli, freddi assai, il malcapitato comincio le sue lamentele:

— A bordo non si può proprio più1 andare avanti, e pazienza per io resto, ma non ci danno nemmeno abbastanza da mangiare.

Per concludere, riuscì a invitarsi e a trangugiare avidamente due considerevoli fondine di minestrone, e non riparti se non quando fu calato lo sportello della cucina.

Metteva conto di esplorare l’alta nave che ci sovrastava cosi che l’albero non arrivava all’altezza della coperta. Il lungo barcarizzo sempre ammainato consentiva facile passaggio, e a bordo nessuno osserva un marinaio che gironzola con l’aria tra annoiata e incuriosita.

Affacciarsi sulle stive di queste enormi carrette quando esse sono vuote, vuol dire farsi cogliere da vertigini, e ne sanno qualche cosa i giornalieri. Gli operai che si aggirano sul fondo, parlando e rimovendo tavolati, generano rumori che risuonano ampiamente deformandosi in un’unica eco gutturale. Ci si pub calare dalla scaletta interna con agilità da ginnasti, aggirarsi nei passaggi laterali, scendere sino al basso da dove l’apertura del pozzo appare angusta e quasi buia, e sempre ci accompagna una sensazione di vertigine, specie quando la nave è sgombra del tutto e non rimangono che insignificanti residui del carico, vera spazzatura, che soltanto certi topi di stiva specializzati sanno degnamente apprezzare.

I guardiani di quelle carrette sono  quasi sempre vecchi naviganti che hanno saputo acquistarsi la piena fiducia degli armatori, e non potendo più essere utilizzati proficuamente in navigazione, vengono trattenuti  nei depositi, nei magazzini e mandati a bordo all’arrivo delle navi per quei lavori supplementari che essi solo sanno compiere alla perfezione. Sono loro che vigilano ovunque, che vedono tutto e scorgono ogni particolarità rilevandola e denunciandola. Impareggiabili nel rassettare le stive, sono gli unici che riescono a metterle in grado di ricevere qualunque carico. Conoscono  i più segreti buchi della sentina, esplorano minuziosamente nei bassifondi, frugano in tutti i gavoni.

Come tutti gli anziani, i quali presumono di saper fare meglio degli altri ogni cosa, soltanto perché l’hanno fatta per lunghi anni, non accettano consigli, non ammettono che altri possa loro insegnare.

A tarda sera si calò tra noi Gaitan per venire a passare in pace un’ora. Era visibilmente rabbuiato come dovesse sfogare qualche incontenibile rancore. Parlò del paese ma distrattamente; s’intrattenne su alcune questioni circa la possibilità per noi di ottenere presto il permesso di sbarazzare la nave dei residui di legname, permesso che la dogana tardava a rilasciare, ma ciò che gli premeva era ben altra cosa, che sentiva la necessità di dire non potendosela più tenere, e che sciorinò appena gli si offerse 1’occasione:

– C’è in porto anche la nave di Michele – aveva detto distrattamente il padrone — viene da Malaga.

– Sai che ha un figlio imbarcato su questa carretta?

– So che è primo ufficiale, ma non sapevo dove.

– E’ un accidente, sai, te lo dico io. Primo ufficiale capisci? E perciò bisogna ubbidirgli. A dargliene molti, avrà vent’anni.

L’argomento non avrebbe interessato gli altri ascoltatori, ma il vecchio topo di stiva aveva necessità di indugiare su quello, – Tu sai che gli armatori hanno in noi piena fiducia.

Siamo noi i primi a salire, a prendere in consegna la nave, a curarci della sua sistemazione. Questo ragazzo appena giunti ci ha chiamati arrogantemente disponendo lui ogni cosa. Ebbe il fegato di farmi osservare che gli imbuti sulle gomene, perché i topi non salgano a bordo, non erano ben messi, e strisciando si è sporto ad aggiustarli lui. Nessuno ha potuto fiatare.

II povero vecchietto s’era sentito offeso nelle sue particolari prerogative, ma concluse indulgentemente:

– E’ una dannazione vedi, ma ha un fare che bisogna obbedirgli. Sa persino acconciare [1]: è un marinaio sul serio. Malanni di giovinotti, oggi hanno proprio ragione loro…

II giorno dopo a bordo fu temporale. S’annunciò male la giornata quando dalla nave non ci fu consentito il carico dei residui e si dichiarò burrascosa appena venne il rifiuto della dogana a consentirne la cessione, non potendosi quel legname di imbottitura considerare alla stregua delle spazzature consuete.

Sarebbe stato necessario ripartire e per di più un discreto venticello ci avrebbe permesso di uscire subito e proseguir bene, ma un marinaio, certo che le cose sarebbero andate per le lunghe, e in ogni modo, sicuro che il carico richiedeva tempo, se 1’era svignata tornando in riviera col treno. Fu necessario telegrafargli per sollecitarlo, ma non poté giungere che a sera, quando il vento, ormai del tutto mutato, spirava da scirocco condannandoci all’attesa.

Alle spalle dell’assente fiorì il più rugginoso e pittoresco florilegio di epiteti che sia possibile combinare col dialetto genovese, ricchissimo di toni e d’immagini e con una gamma di colori inimitabili e… intraducibili.

Una barca dei soliti vivandieri che s’intrufolano tra una nave e l’altra offrendo gasose, frutta, pani imbottiti e, a una cert’ora, anche minestrone e stufatino, per comodo dei giornalieri che non vogliono scendere a terra nell’ora dei pasti o dei marinai pigri e sprovvisti, rasento la nostra goletta e mise in evidenza la sua mercanzia.

Il barcaiolo ripeté il suo richiamo, ma intuì così bene il temporale di bordo che, scostandosi senza ritentare, mormorò tra sé: – Oggi si mangia con musica di grancassa…

Quando l’assente giunse, inconsapevole di quanto era accaduto, dovette godersi la filza dei mugugni che non vennero già in coro per esaurirsi presto, ma furono propinati a dosi, in cadenze varie, alternandosi ora 1’uno ora l’altro, con l’aggiunta del malumore per le disdette personali avute a causa di tale contrattempo, debitamente esagerate.

– Hai portato lo scirocco, tra l’altro, e bisogna rimanere in porto un’altra notte, e domani avremo peggio…

– Si sarebbe giù su Portofino a quest’ora..

– Puoi pregare per le nuove leggi che se no rimanevi a terra…

– Accidenti alle pratiche di sbarco, bisogna fare mille passi e non si arriva mai a far bene con questi libretti..

Dopo la notte relativamente tranquilla, senza il turno di guardia né di timone, la filastrocca prosegui saltuariamente il giorno dopo quando, contro tutte le previsioni di vento contrario seguite da bonaccia, si volle uscire lo stesso e fu necessario chiedere il rimorchio.

Al primo bordo, tirato in lungo, s’andò quasi su Vada, ma al ritorno non si montò nemmeno Nervi. Tentato un secondo bordo, appena all’inizio (si era già alle tredici) anche lo scirocco cessò del tutto lasciandoci al dondolo in faccia alla riviera.

Fu ripresa la catena dei mugugni con maggiore intensità. II fatto che la giornata fosse di sabato, vigilia di una solennità in paese, fece andare in bestia più d’uno, inacidendo i rimbrotti con tirate agre che avrebbero fatto perdere la tramontana al disgraziato, se provvidenzialmente il padrone non avesse temperato gli eccessi.

Rassegnati ormai all’inerzia per tutto i1 resto della giornata, parte si calarono a bassa prua e i rimasti in coperta si assopirono dando tregua agli sfoghi.

Un rimorchiatore diretto sulla stessa rotta apparve improvvisamente a mettere fiducia nei frettolosi. Calatisi in due di furia nella lancia, si prepararono al passaggio come nelle regate e l’abbordarono appena a portata di voce:

– Dateci una strappata, da superare almeno Portofino…

– Impossibile, andiamo a Camogli per un rimorchio e abbiamo furia.

Nuova delusione e maggiore recrudescenza di mugugni anche all’indirizzo della disdetta e di chi la recava.

A sera, dopo il pasto, quando tutti rimessi e un po’ riconciliati per averlo potuto consumare in una certa pace si appartavano a fumare la pipa o il sigaro, vi fu il monologo finale.

Moro, per un’abitudine inveterata ormai ben conosciuta, cominciò a misurare la coperta dal carabottino al timone, a passi né lenti né frettolosi, senza pipa né sigaro, e persino senza masticare tabacco. Questa singolare abitudine di ridire su tutto e su tutti, ogni sera, quasi riepilogando l’attività della, giornata e il pro e il contro di ogni fatterello, di far previsioni empiriche o deduttive e lamentele d’ogni genere, é prerogativa di qualche anziano. La stranezza sta nel fatto che la revisione viene compiuta a monologo, perché nessuno interviene, lasciandolo dire, non solo per un senso di compatimento e di sopportazione, ma più per indifferenza.

Quella sera, prima di calarsi in cuccetta, il Moro recitò il monologo a soggetto obbligato. E vero che a volte affiorava il timore che sarebbe mancata la verdura per il minestrone, che lo stoccafisso non bastasse, che il vino sarebbe stato insufficiente, ma tutto verteva sempre sulla vittima la quale, a supplizio ultimato, reclamò di restar sola al timone tutta la notte, senza cambio: almeno il giorno dopo avrebbe avuto i1 diritto di dormire.

 

  1. – CON GLI ZAVORRAI

 MAESTRALE

        Quale spettacolo più festoso di una pavesata di vele lungo una spiaggia? Le lunghe antenne oziose dei gozzi, dei latini, dei leudi, tirati in secco, cosi pigiati gli uni sugli altri da lasciar solo brevi spazii irregolari per con-sentire il passo ai pescatori, raccolgono le vele sopra una selva di pennoni. Quando dopo la pioggia giunge una giornata di sole, ecco le vele spiegarsi, ondeggiare, gonfiarsi d’aria come nelle impoppate, asciugando, mentre i polacconi garriscono e i matafioni sbattono a rullo tambureggiando.

Fra tutte le spiagge liguri quella che offro una più completa visione di vele è quella di Sestri Levante.

L’insieme degli argani, dei parati sui quali le barche vengono tirate, dei sostegni su cui poggiano. può apparire a tutta prima aggrovigliato e confuso, ma basta assistere anche alla più indifferente manovra per accorgersi che, attraverso a quello che ritenevamo un disordine di oggetti disparati, i marinai passano e lavorano senza impigliarvi né i loro cavi né i loro strumenti.

Specie subito dopo l’inverno, quando ancora la primavera non ha osato affermarsi, la spiaggia e più che mai ingombra, ma e già pronta per la febbrile attività da cui presto sarà animata. Gli attrezzati leudi dei vinacceri, solidi come edifici e ben fissati, quasi radicati alla riva, sono quelli che con una imponente stabilità torreggiano sugli altri. Hanno la coperta ingombra di botti e anche ai fianchi non mancano tinozze e bigonce.

Qualche vecchio gozzone, sguernito, deperisce nell’inazione; attende e sogna senza speranza i tempi che forse non torneranno più, quando un irrequieto equipaggio accatastava nella sua stiva i barili per la salagione delle acciughe, preparandosi alla campagna d’Africa. Cerimonie passate di partenze e arrivi sempre lieti; ora è 1’unico superstite decrepito, mentre i protagonisti invecchiano deprecando le leggi restrittive della Francia che in Tunisia e in Algeria ha bruciato loro gli arnesi di fatica, rimandandoli a casa nella miseria.

I gozzi e i latini da pesca sono sempre con la carena umida; quasi ogni giorno scivolano in acqua perché la loro vita è sul margine del litorale e il loro via vai è continuo in tutte le stagioni. Ingombri di reti, di  palamiti, di nasse e di attrezzi varii, sono sempre pronti Taluni hanno già a poppa un motore e molte barche minori sostengono le lampare che ormai sona il migliore ausilio nella pesca.

Disseminati un po’ ovunque fra tutti i compagni minori e maggiori, i leudi degli zavorrai sono i più trascurati e i meno guarniti nell’attrezzatura e in certe particolarità estetiche. Il loro fasciame, spesso sverniciato e sudicio, mostra in taluni ossature nude come lacerazioni, legnose e scabre, per cui la forma quasi più non fa pensare al liuto, da cui certo deriva anche il nome. Sono le barche del lavoro duro e faticoso, che non è mai possibile tenere in ordine e che, pur dovendo essere preparate a tutte le eventualità, non ricevono mai più delle cure strettamente indispensabili, come se i pescatori non avessero amore per loro.

Se dopo una lunga inerzia invernale il mattino si annuncia con tempo buono, e carezzevole e tepido arriva il maestrale, ecco l’allarme. Gli equipaggi, fino alla notte ignari, in un attimo si costituiscono, si formano, chiamandosi, svegliandosi, dandosi la voce e la baia in cento modi. I primi arrivati, scovate le zappe arrugginite negli umidi fondi, corrono presso i leudi insabbiati dalle mareggiate, scavano solchi intorno, li liberano e proseguono a far ala innanzi per preparare la via.

Spesso ampie dune accumulate dalle onde sbarrano la via del mare, ma queste presto cedono alle zappe e lo scavo profondo come l’alveo di un torrentello, non tarda ad accogliere gli scivoli spalmati di sevo per il varo.

Lavorano e si consigliano, scavano e pensano alle provviste, ordinano a non fanno un cenno che non contribuisca ad accelerare la partenza.

Questa furia meravigliosa di opere sorprende gli spettatori casuali che sempre ritengono il marinaio un essere pigro a svogliato, amante dell’ozio e tardo nel pensiero e nei movimenti.

Tutti i leudi hanno intorno questo muoversi incessante di gente frettolosa, e già nelle prime ore, prima ancora che i1 sole, sgombrate le nebbie delle colline, sbuchi dalla valle di Monte Pu, inondando la piana per giungere sino alle case dell’istmo, sono pronti per raggiungere il mare. Si fanno le cordate attorno, si smuovono facendo leva con la schiena, in catena, dandosi la voce concordi per assommare gli sforzi, innalzando un coro fragoroso e compatto di issa, dai, forza, tira, tonanti come ovazioni di turbe finché, dopo i primi movimenti pigri, la barca dall’ampio ventre a liuto cede allo sforzo gemendo come se si sradicasse e, da prima lenta indi veloce, raggiunge l’acqua di corsa tuffandovisi e si allontana sollevando una scia spumosa.

Far domande mentre tutte queste operazioni avvengono è quasi impossibile: rispondono con grugniti o monosillabi.

– Andate alla foce del Magra?

La domanda è oziosa. Se non ci si va col maestrale quando è mai possibile andarci? Quando fa scirocco?

Iniziando un discorso a questo modo si corre il rischio di sentirsi rispondere male.

La foce del Magra è d’arenile inesauribile, il solo ove si possa scialare con un permesso poco costoso, ma è lontana e per raggiungerla occorre buon tempo: ecco perché lavorano di furia per non perdere. un attimo a vedere se sia possibile far più viaggi mentre il tempo favorevole accenna a durare.

– Sono in ritardo per venire anch’io?

Alzato il viso per guardarmi un attimo, il1 padrone del leudo più prossimo alla riva, appena mi riconobbe, urlò:

— Potevi presentarti a mezzogiorno ! Vieni, ma sbrigati.

Di corsa andai a casa per provvedermi qualche indumento da lavoro e comprimere in un pacco tutta la frutta e i cibi trovati sotto mano. Ripresa la via della marina, appena in vista della spiaggia, vidi nel golfo già tre barche che alzavano la vela e una che filava verso il molo.

— Ti aspettano. Corri sulla punta che verranno a prenderti con la lancia. Se non ti scorgono, proseguono senz’altro.

Un marinaio, passando, mi dette quell’avvertimento.

Sempre di corsa mi avviai alla strada del porto avendo cura di stare sull’argine per essere notato.

Il leudo già doppiava la punta can la vela gonfia ma, appena allargatosi, necessariamente sarebbe stato costretto a una diversa manovra per prendere la via di levante.

Fu appunto nell’indugio in cui la manovra aveva costretto la barca a una sosta che vidi staccarsi la lancia e dirigersi sulla scogliera. Vi saltai dentro e raggiunsi il leudo quando già tutto era pronto per la corsa ed altri ci seguivano sorpassando il molo, il maestrale inturgidì l’amplissima vela latina facendo gemere e stirare gli stralli e le sartie nello sforzo, imprimendo una forte velocità alla barca, la quale, sebbene non avesse la prua tagliente ma piuttosto schiacciata e tonda, avanzava senza fatica schiaffeggiando le piccole onde

L’azzurro dell’aria tanto più tersa in quanto nei giorni precedenti e ancora nella notte era caduta la pioggia slavando l’atmosfera d’ogni polvere, al passaggio del vento che aveva disperse le nebbie si fuse col blu marino in quelle tonalità vibranti che solo la riviera conosce.

A bordo il tramestio non cessò subito. Queste partenze repentine costringono per alcune ore ad un lavoro di assestamento che comincia dalla collocazione di cavi e arnesi di coperta at loro giusto posto, perché siano a portata di mano in ogni eventualità e non ingombrino, e finisce con l’inventario degli oggetti di cucina.

Gli unici arnesi di cui la barca é sempre provveduta, almeno in giusta misura, sono quelli occorrenti per il carico. Zappe, badili, coffe, non difettano mai, come non mancano tavolacci per passerelle e, qualche volta, sacchi e incerate per riparare la schiena dallo stillicidio quando la sabbia fosse bagnata. Tutto il resto ha meno importanza e può accadere che manchi la pentola, che non vi sia un piatto e un bicchiere e che non si sappia come accendere i1 fuoco.

Allora, dopo un’accurata sistemazione, constatate le necessità alle quali non si è provveduto, si pensa subito di riparare raggiungendo magari qualche barca can la quale si procede di conserva o aggiustandosi eroicamente alla meglio.

Per colmo d’ironia una volta mancò il sale, al quale nessuno aveva pensato. II cuoco, o meglio, iI più anziano, tentò l’esperimento con l’acqua marina, aggiungendone una certa dose a quella che bolliva, ma ottenne il risultato di fare un minestrone con un sapore talmente nuovo, cosi poco gradevole e amaragnolo che, assaggiatone un cucchiaio, fu il primo a rovesciare la pentola in mare attaccandosi indispettito alla galletta.

Di mano in mano che ci allontanavamo per fare rotta  diritta, le altre barche, veloci, ci venivano dietro come avessero iniziata una gara e ci inseguissero. Da altri paesi della riviera si videro vele spiegarsi, finché fu tutta una flottiglia diretta a sud, procedente di conserva, festosa nell’azzurro,  incalzante,  leggera   come uno stormo di alcioni sceso sulla superficie del mare in una prova di bravura, felice di farsi sorreggere e trasportare dal vento.

 

VENTO IN POPPA

La penisoletta di Sestri Levante, che chiude il Golfo Tigullio col semicerchio perfetto della sua spiaggia più ampia, già era scomparsa. Oltrepassata la Punta Manara con la piccola edicola della Madonnina sulle rupi, si spiegava la rada di Riva Trigoso, folta di gru sospese attorno agli ampi Cantieri del Tirreno, e già sulle Baffe stavano per avvistare Moneglia quando, assettata ogni cosa in coperta il padrone fece on accurato inventario delle suppellettili di cucina, necessario a causa  della partenza affrettata.

Il fornelletto,. nella cucina di ferro addossata presso la copertura della camera, fu travato abbastanza in ordine. Nella cassa non si rinvenne che un paiolo nessuna pentola, né una casseruola. né un toganme  e nemmeno una caffettiera, sicché la prima constatazione fu alquanto deprimente. Quel recipiente unico era così abbondante, che pareva più adatto a preparare la tintura per le- reti che a servire per la cucina. L’interno era però assai pulito e ben stagnato, per cui non nacquero diffidenze.

– Bisognerà arrangiarsi, cari miei. Brodo, stoccofisso, minestrone e caffè, sarà necessario prepararli nel paiolo!

Proseguendo l’inventario si scoprirono due piatti, uno dei quali di latta. A bordo eravamo in cinque , ma nessuno si preoccupò di questa constatazione. Si rinvennero due cucchiai e due forchette a persino un bicchiere. Per fortuna soltanto le suppellettili erano scarse, perché alle provviste si era pensato abbondantemente e, per maggior prudenza, più d’uno aveva involto con qualche indumento di ricambio quanto aveva trovato nella propria madia.

Lavorare sta bene, e lavorare sodo magari, ma che non manchi vino, stoccofisso e galletta, altrimenti i mugugni trasformano la stiva del leudo in una cassa armonica continuamente risonante di accordi da contrabbasso.

Ciò che, dopo le abbondanti provviste, fa lietissimo, quasi felice il marinaio, è iI vento, s’intende quando non

soffia contro la prua. Quel mattino il maestrale fresco gonfiava la nostra vela in modo così imponente che, oltre a spiegarla intera col polaccone, vi fu aggiunta  una veletta di strallo, che fu sistemata a destra con un lungo remo sporgente fuori dal bordo, puntato contro il verricello e adattato ad antenna per I’occasione.

Il leudo, al quale di solito basta 1’enorme vela latina pendente dalla lunghissima antenna, addobbato in quel modo, visto da terra appariva certo con una diversa fisionomia, un compromesso tra la goletta e il navicello, ma le ragioni estetiche non contano, conta il vento: e quando soffia da poppa e punge il desiderio di arrivare presto, si spiegherebbero anche i mandrilli , per catturarne la maggior quantità possibile.

Moneglia, la patria di Felice Romani, nascosta dal viadotto ferroviario che impone una catena di archi innanzi alle case celandole alla vista del mare, fu presto

oltrepassata. Si videro in alto le abitazioni di Le meglio circondate da vigneti, a quando apparve Deiva qualcuno, profittando dell’abitudine di bordo di anticipare spesso i pasti di due ore, indottovi certo dagli stimoli dell’appetito stuzzicato dal lavoro mattiniero e dalla delizia del viaggio, propose di preparare il pranzo.

Deiva, nell’ampia vallata che degrada a1 mare dalle alture della Pietra di Vasca, mostrò in alto la traccia ardita della strada provinciale che per il passo del Bracco scende alla Spezia, mentre il persistere del vento ci allontanava mutando lo spettacolo con lenti trapassi di sempre nuove visioni.

Framura apparve inerpicata in alto, a coi suoi gruppetti di case provocò un’osservazione maligna da parte di un marinaio:

— Vedi là? non vi é un paese, ma cinque. – E disse i nomi di ciascun nucleo di case, generando contraddittorii e battibecchi. Quando parvero d’accordo sull’esatta nomenclatura dei casolari, il primo, che voleva ad ogni costo dirne una, osservò:

– Sai come li chiamano quei gruppetti tutti insieme?

Le piaghe di Cristo.

Il più accanito oppositore, volendo fare il saccente, scrollò le spalle, tacciandolo di asineria e gli disse con aria di compatimento:

— Non sai nemmeno che le piaghe di Cristo sono le Cinque Terre !

Distrasse da questa disputa di erudita malignità il richiamo del timoniere che, guardandosi dietro, teneva d’occhio le altre barche sulla stessa rotta, temendo di essere superato.

– II Paolotto si è- tenuto più a terra e per ora l’ha indovinata, ma sul Mesco ci rifaremo noi e ripiglieremo il comando.

Infatti un leudo di quelli che avevamo lasciati dietro in quella specie di inseguimento a chi prima arriva alla foce del Magra per zavorra, giovandosi sapientemente del vento e forse anche essendo miglior corridore, scivolava agile di conserva alla sinistra e tendeva a superarci. Non potendo -più in nessun modo accrescere la velatura e quindi la nostra velocità, dovemmo assistere impotenti al lento graduale avanzare del competitore, già sicuro e imbaldanzito dalla. vittoria.

Bonassola, come molti paesi della riviera, nido di artisti, mostrò il degradare verde delle sue colline sulle quali lentamente salgono le ville che tendono, verso levante, a congiungersi con quelle di Levanto, sostituendo a boschi e vigneti, altane fiorite e giardini.

A bordo però lo spettacolo della riviera interessava poco. Bisognava riprendere la testa della flottiglia, non tanto per arrivare prima al carico (c’é tanta sabbia nell’arenile aprano!) quanto per non subire le beffe Ogni ritocco per tendere le drizze e far reggere in pieno il vento alle vele, fu fatto accuratamente. Ormai il Mesco era prossimo e potendolo montare subito, il vantaggio, senza dubbio, sarebbe stato nostro.

Aprimmo la baia di Levanto, la cittadina  che insieme alle propaggini della Superba e ai Paesi del Tigullio forma il miglior ornamento della Riviera di Levante.

In fondo alla vallata che s’inizia angusta e tosto apre amplissima, uliveti e pinete coprono il declivio sino al Bardellone altre. gli ottocento metri, formando un manto verde, lo strascico del quale scende e adorna la cittadina affacciatasi al mare per accrescerne grazie.

Insensibili ad ogni attrattiva i compagni orano ora attenti a due cose allettanti in pari misura: alla gara impegnata a fondo e al pasto quasi pronto.

Come s’era previsto, il leudo competitore, già prima di aprire la baia di Levanto, perdette la freschezza del vento che, esitando sul Mesco, non mantenne sempre turgida la vela. Corretta la rotta per rimettersi al largo sul nostro cammino, fu costretto a bordeggiare a perdere quindi tanto da essere superato con qualche vantaggio e lasciato nella scia. Si seguiva la sua manovra con tale attenzione che ci trovammo sull1a punta senza quasi avvedercene.

Una flottiglia. di caccia della nostra Marina ci apparve quando, lieti della vittoria, guardammo innanzi.

Erano al largo a facevano evoluzioni. Scorgemmo altre navi a fior d’acqua e non tardammo a capire che erano sommergibili usciti dal Golfo della Spezia, forse per prove d’immersione.

Rinunciammo a seguire le manovre delle navi solo quando il pasto fu a punto. Radunati attorno alla cucina, si vide allora come la genialità marinaresca sia inesauribile

Il minestrone di quello in cui sta ritto il cucchiaio (specialità di bordo), fu servito come si poté. Uno si giovò del mortai  come piatto e un altro, raschiata e pulita a lungo con mille cure una specie di scodella di legno, somigliante assai a una votazza, si presentò con quella stoviglia. Lo stesso, difettando le posate, con un pezzo di erica scovata chissà dove, s’era inciso una forchetta, per nulla dissimile da quelle vendute dai mestolini dell’Impruneta.

Il cuoco, dopo avere distribuito anche i due piatti ben colmi, si riserbò il paiolo. Ne aveva il diritto, ed era il  più abile a maneggiarlo. Scottandomi le ginocchia, poiché non avevo trovato dove allocare il piatto, volendo far cerchio col gruppo, guardai il collega al quale era toccato l’altro di latta per osservare come se la cavava e vidi che lo teneva in equilibrio sulla mano sinistra inguantata nel soffice berretto.

Pasto eccellente. E sempre primi, col vento che da più ore continuava senza un’esitazione a soffiare da poppa. Ecco la felicità del marinaio. Quando il padrone prese il fiasco e si cercò l’unico bicchiere, non ci fu verso di scovarlo  un marinaio lo aveva rotto inavvertitamente e poi buttato in mare. Cominciò allora a bere a garganella, premendo il polpastrello del pollice sull’imboccatura in modo che il vino usci gorgogliando. Fece poi circolare il fiasco e ciascuno, volta a volta, lo imitò.

 

FANTASIE MERIDIANE

Anticipato il pasto, ci trovammo poco dopo le dodici in ozio. essendo ormai la barca assettata e non dovendo attendere che l’arrivo all’arenile apuano. II leudo con l’orifiamma immenso della sua vela gonfia di vento produceva sulla superficie blu del mare leggera schiume che duravano appena da prua a poppa sulla cresta delle scie, le quali si dilatavano sempre più scomparendo mentre ci allontanavamo. Le altre barche, sparse in flottiglia, quale più a terra, quale più al largo, secondo la direzione tenuta alla partenza, seguivano a pari velocità, ma ogni ardore di inseguimento e di gara era smorzato dalla sazietà del pasto e dalla luce abbagliante del mezzogiorno.

Uno propose di scendere a bassa prua per riposare, ma dopo pochi minuti quell’unico risali in coperta e cominciò un’operazione che fu subito imitata. Rovesciato un quartiere dei boccaporti, stese in quella specie di cuna leggermente curva il suo pagliericcio, collocò nella testata superiore il cuscino a si sdraiò avendo cura di restare al rezzo della vela. Poco dopo solo i1 timoniere rimaneva seduto sul pancaccio, attento a non scadere un metro dalla rotta, mentre tutti ce ne stavamo affacciati alla murata nelle comodissime amache di nuovo modello.

Oltrepassato il Capo Mesco non potevamo più considerarci primi. Innanzi a noi e di fianco ben altre tre barche, spuntate forse dalle calanche vicine, ci precedevano e nessuno senti il desiderio di iniziare assurdi inseguimenti, già paghi di essere assistiti con tanta assiduità dal maestrale che aveva esitato appena sulla punta e subito aveva ripreso sorreggendoci con una freschezza che nessuno avrebbe osato sperare.

Dreino, congedato da poco, cominciò a narrare qualche episodio militare ponendo un entusiasmo incredibile nel mettere in rilievo le infinite volte che gli toccò la sorte di castagnare (era un sottocapo) qualche cialtrone.

– Però, ora voglio cambiare vita; se mi tocca un buon imbarco me la filo. Voglio vederla anch’io quell’America…

Non vi fu chi l’approvo. Tutti rivieraschi, provati a fatiche continue da zavorrai e pescatori, nessuno si sognava di poter mutare quella vita in un’altra ancora più incerta e malsicura… tanto meno in quel momento in cui tutto era così delizioso.

Sulle Cinque Terre le ombre erano rare. Soltanto in cima alle colline ove avanzavano affacciandosi al mare, quasi con cautela, boschi di pinastri, zone oscure rompevano la lucentezza dei bag1iori caldi che il sole faceva piovere anche sui valloncelli. Ognuno di noi poteva rammentare lunghe giornate di bonaccia durante le quali i riverberi finivano per diventare opprimenti, proprio in faccia. a quei paesucoli grigi, ma ora tutta la riviera ci sfilava innanzi varia e aerata, quasi ambisse rivelarsi nuova e diversa e volesse disingannarci sulla sua fama di paese lontano dalla vita moderna.

Monterosso, aperto per primo, s’allontanava. Vernazza provocò un ricordo in chi vi aveva approdato più volte per asciugare quando veniva a levante ad inseguire le acciughe:

– Laggiù vi é la Buca del Diavolo, ma l’unica cosa che mandi al diavolo sul serio é il vino. Con la vernaccia non si scherza…

Il paesino di Corniglia, come sollevato dagli antri dove  i confratelli si sono incuneati, schiacciandosi a pigna nel fondo di vallette, sopra rivi che impongono alle case archi a puntellarle per reggersi, sfilò innanzi e col suo terrazzo che le consente di contemplare il mare, dal quale però si tiene prudentemente lontano. La  calanchetta di Manarola fece accidentare un altro pescatore. Quell’imbarcatoio in pendio, per cui i gozzi occorre sollevarli con carrucole, non gli andava a genia, non essendo riuscito ad approdarvi una notte in cui, colti da un acquazzone sopraggiunto con la maretta, avevano deciso di prendere terra per non tribolare fino a giorno.

Su Riomaggiore presi io la parola, ricordando un pittore toscano di cui avevo letto le gesta, che ha immortalato il borgo non solo coi pennelli..

– … A quei tempi, sapete fino a che punto erano beati in quel paese? Fino al punto da non essere costretti ad andare a scuola.

Qualcuno ricordò vagamente e senza nostalgia le poche classi elementari, ma dubitò della verità della mia asserzione, sicché dovetti comprovarlo con la storiella che avevo appreso.

– Nei documenti municipali, si poteva notare una firma assai complessa: Per il sindaco analfabeta: croce dell’Assessore anziano.

– Le consuetudini del paese poi, secondo quel pittore che si chiamava Telemaco Signorini, avevano dato luogo a leggi speciali, uniche, anzi. Chi portava a cuocere il pane sul tavolone, al solo forno esistente, era costretto a camminare rasente i muri gridando di continuo:

— Passa il pan…, – e coloro che dalla finestra gettavano le immondizie nel rio che passa al centro del paese, avevano il dovere di dire ad ogni lancio: – Al beut ….  in modo che, avvertiti i primi e i secondi, ogni operazione si poteva svolgere senza eccessivi inconvenienti.

Il santuario di Montenegro, isolato sul poggio con attorno sparse poche capanne e casupole di rifugio più che di abitazione, biancheggiò a lungo sporgendosi sul mare più degli altri santuari di Soviore, di Reggio o della Salute sugli stessi crinali. La costa si faceva disabitata per buon tratto ma non mancò chi su di essa ebbe a dire la sua.

– Tra la Punta Merlino e quella del Persico, attorno agli scogli Galera, Ferale e Grimaldo, vive un enorme polipo, di più tonnellate

– Bomba ! – scoppiò un altro. – E tu l’hai visto ?

– Dio me ne guardi, perché sarebbe capace di affondare anche un leudo se si appiccicasse…

Lo scetticismo dell’interruttore non poté aver buon giuoco perché tutti gli altri più o meno avevano sentito favoleggiare del mostro, ma che proprio vi fosse stato, e di tali proporzioni, nessuno lo credette mai, tanto meno poi che esistesse ancora. La leggenda della sua morte per opera di San Venerio, l’eremita dell’isola del Tino, era appena affiorata nei discorsi che l’apparire di Porto-Venere mutò l’argomento.

Affacciata sul mare, poderosa come poche altre costruzioni antiche pervenute intatte sino a noi, la mole della fortezza che domina il paese dà un’impronta di rude solidità con le sue forme massicce a tutto l’estremo promontorio. Esprime ancora assai bene la dura volontà di Genova che nel dodicesimo secolo, volendo affermare il suo dominio sulla riviera e proteggerla dai nemici del mare, vi disseminò le grandi fortezze che possiamo ancora facilmente scoprire, dopo aver ricacciato nelle valli i feudatari che non sapevano adattarsi al suo governo.

La chiesetta di San Pietro fece pensare a quella invisibile, più in alto.

– E’ San Lorenzo, quello sulla graticola, messo proprio sulla facciata? – fu chiesto; e qualcuno osservò che la chiesa possedeva gioie acquistate anticamente dai navigli che venivano spesso dall’Oriente, carichi di oggetti preziosi.

– Si racconta che a Portovenere i lupi affamati, molti secoli fa, scendessero fino alla riva ad assalire i battelli, ma la storia più interessante del paese é quella dell’assalto dato dagli Spagnoli. Quando gli abitanti si videro minacciati da tante navi, spalmarono di sevo tutti gli scogli accessibili intorno al borgo. I soldati, carichi di armi, saltavano dalle barche e prima di potersi afferrare alle pietre scivolavano in mare andando a bere definitivamente, trattenuti a fondo dal peso delle armature, mentre i difensori facevano dall’alto gli sberleffi e lapidavano, aiutati anche dalle donne, i pochi disgraziati che erano riusciti a sbarcare più a terra rovesciando loro addosso sassi e macigni.

Fra tutte le storie e le leggende però Portovenere fece ricordare a qualcuno un episodio non facile a dimenticarsi.

– Eravamo arrivati nel porticciolo da poco, costretti ad appoggiare per il cattivo tempo, quando quelli del paese ci riferirono che una barchetta era trascinata al largo della Bocca Stretta, nell’apertura a mare. Era un contadino che col suo piccolo gozzo era andato a potare la vite nell’isola Palmaria. Poco pratico di cose marine, non curando del vento che si era levato e che nella gola soffia violentemente, fu investito dalla corrente e anziché approdare all’isola vicinissima, fu trascinato fuori del canale. Appena passato il riparo del promontorio e dell’isola, un mulinello capovolse il gozzo e il povero diavolo riuscì appena -a trattenersi a galla afferrandosi alla barca.

La scena avvenne sul mare aperto a tutti da Portovenere erano affacciati a seguirla disperandosi. Una baleniera tentò da prima avvicinarsi al naufrago, ma il più anziano, visto che la barca poteva essere travolta, fidandosi poco dei giovani che aveva a bordo, non affrontò l’uscita. Le donne allora si diedero a urlare: – Vigliacchi! – Tutto il paese era in fermento.

Noi avevamo il latino carico di manaite bagnate e il freddo della notte non ci era ancora uscito dalla pelle, e per di più avevamo sonno. Tutto quel gridare pero fini per attirarci e visto anche noi quel disgraziato , che andava alla deriva sulle onde sempre più agitate, appena il Picca propose di andare, non ci tirammo indietro.

– Fu un’imprudenza che poteva costarci cara, ma, conoscete il Picca? Vista la baleniera impotente, gli si accese il sangue, cominciò a imprecare anche lui, sicché saltammo sul latino a sei remi, a nervi tesi, scapolammo la punta. Non fu poi tanto difficile avvicinare il gozzo, ma fu complicata la manovra per restare a vento e agguantare il disgraziato contadino. Venne su pesante come un sacco di spugne imbevute. Disteso sulle manaite pareva morto

Tutto il paese era schierato in alto. Gli scogli,la chiesetta di San Pietro, i muri intorno, erano gremiti, ma il vento ci staffilava in tale maniera che non riuscivamo a sentire nessuna voce, né potevamo arrischiarci di guardare la gente  per non manovrare male. Appena giunti fu necessario aggottare tanta acqua che, poca più, ci avrebbe buttati a fondo.

Il marinaio non completò la narrazione, né accennò alle benedizioni della folla e alle dimenticanze …  degli altri. Nessuno seppe il nome di quei pescatori sebbene il fatto si fosse svolto tanto pubblicamente, ma forse non mancò chi si prese in loro vece la  medaglia al valore civile con chissà che motivazione eroica ..

Portovenere stava per essere oltrepassata e dovendo prepararci a traversare il Golfo della Spezia tra la Palmaria e il Tino, rinunciammo al comodo osservatorio  rimettendo sulle bocche spalancate dei boccaporti che mostravano la stiva vuota, le loro coperture, divenute per quel pomeriggio culle deliziose.

Leudi Giovanni Descalzo 3

Quella sera, prima di calarsi in cuccetta, il Moro recitò il monologo a soggetto obbligato. E vero che a volte affiorava il timore che sarebbe mancata la verdura per il minestrone, che lo stoccafisso non bastasse, che il vino sarebbe stato insufficiente, ma tutto verteva sempre sulla vittima la quale, a supplizio ultimato, reclamò di restar sola al timone tutta la notte, senza cambio: almeno il giorno dopo avrebbe avuto il diritto di dormire.

Riomaggiore,_1892-1894_prints_Telemaco_Signorini

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