Published On: mar, Lug 3rd, 2018

Parole d’amore – un racconto di mare

Invitiamo a leggere, commentare e giudicare QUI questo racconto, che parte dalle cifre stilistiche di C. E. Gadda e Gianni Celati, e parla di linguaggio, idiozia, microfollia, travisamenti, amori. Il tutto nello scenario della baia di Portobello a Sestri Levante.

PAROLE D’AMORE
È Claudia perfettamente bella.  Suoi capelli rossicci, occhi di giada e bocca sensuale che potresti scambiare per un frutto.

Purtroppo lo sguardo è distratto da pensieri che fuggirono esuli mentre le labbra prorompono, di rado, in suoni di parole disarticolate. Potrà avere vent’anni, un anno o due meno di me. La osservo ogni giorno -anche quando la pioggia appanna i vetri di camera mia- mentre s’ingegna su una strada panoramica che sale bruscamente costeggiando la baia sulla quale dorme il borgo.

Suoi genitori seguono dopo qualche metro, sempre continuando a ciarlare sull’annata delle olive oppure sulle disavventure culinarie della signora Lapinskij, ma come se niente fosse, come trattassero di film inesistenti, letture o riassunti di conversazioni spiate dietro il riparo autoctono delle persiane. Ahimé inoltre la voce è penosamente sgraziata e i loro vacui argomenti sono affrontati con tale ignobile bizzarria che spesso nel corso dei miei rapidi anni, mentre crescevo e intraprendevo intraprendenti studi di medicina, mi sono chiesto se Claudia non facesse bene a starsene così zitta e assente e se invece i suoi genitori non fossero i veri matti della famiglia.

Osservavo i movimenti di quei tre dalla finestra di camera mia (abitavo in una graziosa villetta affiancata da qualche agave e radi fiori mal coltivati e bruciati dal salino). Quando la stagione si faceva più gentile li guardavo fingendomi assopito dalla panchina che guarda la spiaggia (ora non tutto è come allora).

Piroettavano sempre. A volte Claudia si fermava e i suoi andavano avanti, a volte erano invece i genitori a fermarsi attorno a un’argomentazione succulenta (per esempio, l’apparizione televisiva della figlia dei Matteucci) mentre Claudia divagava in avanti orlando il precipizio sugli scogli. Talvolta si fermavano tutti e tre appoggiati al muretto e guardavano la caligo che diffonde aghi di luce sulla nera bocca del mare.
Cercavo d’immaginare i pensieri che albergavano nella mente di Claudia, studiavo le sindromi della sua incognita malattia, ma con lei la medicina mostrava la corda e non mi restava che lo sforzo passionale d’immaginarmi le stanze segrete della sua esistenza per identificare il dolore e la tenerezza che l’invadevano e sognare d’insinuarmi in essa.

Man mano che il tempo passava e la barba s’ispessiva sul mio viso acerbo, desideravo sempre più annusarle i capelli indocili e rubarle una carezza dalle mani candide come il ghiaccio, e poi stringere o baciare e costringerla a percepire la presenza gemella dell’anima mia.

Divenni camaleonte, sempre più uguale a lei: imporporai i capelli con l’Henné, non rivolgevo parola ad anima viva, a casa rispondevo con cenni e grugniti e correvo subito a rifugiarmi in camera.
Là, dentro la mia tana dalle pareti orripilantemente verdi, indulgevo ancora, nel tempo sospeso tra ogni sua passeggiata, nel pericoloso vizio dello studio: infine tutte le ore spese sui libri produssero su me una viva repulsione per la forma di pensiero che chiamiamo ragionamento e per quella specie di banca del tempo che chiamiamo memoria. Annaspavo immerso in testi sempre meno medicamentosi e giunsi persino a cercare di schiarirmi il pensiero con la lettura di un certo Martin Heidegger. Tutto risultò vano: non riuscivo a impratichirmi dell’animo umano e tanto meno di quello claudiale. Restavo così a spiarla per ore, finché non moriva la sua immagine: mi nascondevo sotto i cespugli o la guardavo con l’aiuto di un binocolo. L’oro estivo del giorno, mescolato al prezioso argento della sua pelle non mi lasciavano privo di una strana e ammaliata febbre. E sentivo anche di notte quelle sue risatine assurde, sciroccate, adorabili.

Un giorno, mentre la spiavo dalla barca di un amico conficcata sui solchi del mare, mi sconvolse veder scivolare sull’adorato volto un ruvido fiume di lacrime. Terribile visione, perché l’espressione del viso risultava impassibile al tumultuoso dolore che proveniva dalla profondità del suo corpo.
Pensai (ormai in lacrime anch’io) a cosa poteva aver scatenato il pianto e a come  soccorrerla. Mi ero liberato del binocolo e remando cercavo di spiaggiare mentre gocciole di pioggia m’inumidivano la pelle. Ero talmente confuso che non saprei dire se le gocce sui nostri volti fossero dovute al pianto oppure agli eventi atmosferici. Importava poco ormai: adoravo Claudia, claudieggiavo a ogni respiro e non potevo più restare all’àncora dei dubbi d’amore.

Trascorsa quella notte in alternanza di gioia e infelicità. Sulla nostra vicenda si addensava la burrasca e il rumore bellico del tuono, ora invece era l’oro del sole a colare giù come un tuorlo da uno squarcio aperto nel guscio delle nubi. Pensare che il nostro amore era multiforme e umoristico come una giornata di marzo, ciò bastò a risvegliarmi il buon umore: alle tre di notte risi infatti per mezz’ora finché mio padre non si degnò di allungarmi un ceffone trattenuto ormai da troppo tempo.
La mattina dopo, al primo sole, mi recai risolutamente verso la stradina centrale del paese e spinsi il pulsante della porta dietro la quale abitavano Claudia e i suoi genitori.

La madre aprì la porta come disegnando sul pavimento un punto di domanda. Caravaggiando nella penombra dell’atrio, dove arrivava la sciabola d’un raggio di luce, dopo antiche formule di saluto vernacolare, mi chiese il motivo della visita. Restai in silenzio alcuni secondi prima di esaudire la richiesta, perché le mie orecchie cercavano di percepire un segno, un’apparizione qualsiasi dell’angelo mio. Infine proruppi, senza ulteriori mediazioni retoriche di cortesia: – Signora, voglio sposare vostra figlia!- La donna si comportò come Claudia: non rise né pianse, oscillò nella penombra sperando che si trattasse di un sogno, poi però mormorò, senza connotazioni particolarmente irritate: -Sei un idiota!- (Ti t’è ‘n luscu).

Alzai impercettibilmente il volume della voce. Forse potevo produrre benefici influssi sull’atarassia di Claudia. Proclamai il mio editto: -Non sono pazzo, e nemmeno un cretino. Sono innamorato di vostra figlia e sono indignato per la solitudine che le procurate. Pensi agli animali in cattività nei parchi -e persino ai pesci negli acquari-. Tra gli esseri viventi sono forse i più infelici, eppure le gioie dell’amore non vengono loro lesinate, se è vero che si cerca di tenerli in coppie o in gruppi numerosi, così che le gioie del sesso non si disgiungano dal dovere della procreazione. Altri animali, confinati in appartamenti disimbestiati -cani, gatti, canarini…- hanno in dote la capacità di autoeccitarsi… ma a Claudia, cara signora, a Claudia…-, e dovetti interrompermi e riprendere due tre volte, perché la madre della mia amata mi tempestava di pugni e apriva le finestre chiamando in soccorso il vicinato -…A Claudia dovreste procurare almeno le gioie amorose. Con un’infima parte del vostro stipendio avreste pur trovato qualche giovane disposto a esserle amico. Ma io non farei l’amico per lavoro: sono innamorato e sono quasi un medico, quindi parlo unicamente per il bene di vostra figlia …Ahi ahi…- (Preso a bastonate, cercavo scampo varcando la porta dell’atrio e attraversando a balzi e salti il resto della casa).

Arrivato in cucina trovai l’angelo. Con le spalle rivolte alla finestra succhiava l’adorabile pollice mentre al suo fianco un gatto bianco e rosso –che si era scottato cercando di rubare la gallina che bolliva dentro una pentola- gnaulava di dolore e fischiava come un treno attorno al vasellame rovesciato… Ma lei… com’era incurante, come al di sopra di tutto!

Caddi in ginocchio e le baciai i piedi. Due secondi dopo la porta spalancata da una ciurma di cittadini indignati mi portò in prigione.

2.
In guardina, e soprattutto nella clinica dove venni ricoverato quasi subito, ebbi tempo di affinare il mio piano, e questo era talmente liscio e ben oliato che prese a scorrere da solo senz’alcun aiuto, come un fiume scende a valle. Cominciai dunque ad assumere una certa fissità nello sguardo, mantenendo l’espressione inalterata sia di fronte a mia madre lacrimeggiante che cercava di scuotermi, sia contemplassi il cucchiaio che m’arrecava la minestra. Eliminai dal vocabolario tutte le parole superflue e più tardi, quando m’accorsi che anche le rimanenti erano superflue, finii per restare muto. Mantenni soltanto alcuni gesti prossemico-iconici come |Questo!| oppure |Quello!| e dei borborigmi di disgusto e disapprovazione utili soprattutto in presenza dell’infermiere con medicine e flebo.

Irrefrenabile e del tutto naturale invece fluiva il riso in presenza delle istituzioni: medici, mio padre, il muro sbrecciato delle pareti. Di giorno attendevo con ansia l’arrivo della notte perché solo allora, nelle lunghe ore di oscurità, potevo dare via libera alle mie elucubrazioni su Claudia: sognavo di lei, ero pazzo di lei.

Costruii un titanico sogno a puntate che iniziava col nostro matrimonio e culminava con un viaggio crocieristico compiuto su un veliero nel quale potevamo amarci e fare rotta dove volevamo. A ogni risveglio cercavo di fissare i punti salienti della vicenda notturna così da poter riprendere dal punto giusto a sera. Telenoveleggiavo nel lettino bianco…

Sognai i nostri dialoghi d’amore e qualche inevitabile screzio dialettico, e mi fingevo nel piacere di passare settimane mesi anni alla deriva fissandole io la punta del naso lei un pesce volante caduto nei pressi di un boccaporto.
Pensai alla nascita del tutto casuale e inavvertita dei nostri figli. Vidi una bambina del tutto simile a Claudia imparare i primi gesti del nostro linguaggio. La osservavo crescere dimenticando se stessa per giorni interi sul seno materno (erano come modelle di un quadro metafisico?) mentre il sole australe le ustionava la pelle. Quando compì il biennio di vita notai una sorta di ammuffimento del pollice ch’ella aveva riposto nella propria bocca fin dall’inizio, ritenendo a torto o a ragione quest’ultima come il naturale rifugio per un dito di cui non riusciva a pensare altra funzione (si grattava col ginocchio).

3.
Proseguii il mio ragionamento immateriale per diverse settimane. Percepivo di aver ottenuto lo stesso procedimento di pensiero svolto da Claudia: in esso si eliminava l’urto tra veglia e sonno, tra finzione e realtà.
Purtroppo una sventurata notte ebbi l’occasione di incappare in una doppia disgrazia: la bambina ebbe il mal di pancia e subito dopo (come poteva essere altrimenti?) naufragammo per l’urto col corpo addormentato di una balena.
Il malanno della piccola nacque spontaneamente e fu da lei coerentemente accolto col trillo di una risata. Tuttavia crebbe in maniera spropositata, davvero inimmaginabile prima (dovete sapere che il parto era avvenuto in maniera del tutto indolore). Credo che la causa della gastroenterite risiedesse nella stiva del veliero dove la scorta di viveri s’avariava decisamente, per non parlare dell’irregolarità dell’assunzione di cibo: ignoravamo ogni genere di stimoli e il pasto avveniva ogni volta che, passando per la cucina, capitava l’occhio sul tavolo e il cibo nella bocca. Arrivati a ciò il pranzo poteva durare intere settimane.

Tornando alla scena precedente devo spiegare che:
– Io seduto sul ponte sopra una bianca sedia fisso l’orizzonte nero;
– Claudia, “le braccia al sen conserte”, effettua piegamenti sulle gambe lanciando ogni volta urlastri poco chiari;
– nostra figlia, lei e il suo dirompente mal di pancia, sono a prua, le gambe in aria appoggiate a qualche filo, il volto contratto.
La piccola si prova a ridere. L’universo intero sembra impassibile. La piccola si prova a piangere. Io, sempre fissando il confine cielo-mare, sciacquo i panni invano. Claudia continua i piegamenti ginnici.

…Il dolore però cresce, straborda, viene fuori da sé. La piccola va allora di fronte a una porta e prova a indicare con una mano |questo!| e con l’altra |quello!|, indicando con “questo” il suo piccolo piede mentre “quello” mostrava alla sgradevole sensazione la strada da seguire, cioé fuoribordo, in mare. Inutile sottolineare la mancanza di risultati tangibili ottenuta con questa tecnica di dialogo… Purtroppo la pancia cominciava a imprecare. Fermo nel proposito di veleggiare strillavo frasi prive di senso, trascinato a ciò da quanto succedeva e non succedeva a bordo. Anche Claudia fu attraversata da mutamenti e come per effetto di un gioco (le belle statuine?) andò ad imboscarsi sotto coperta.

Come un Ulisse legato al timone consideravo con insolenza gli avvenimenti marini e distoglievo l’attenzione dalla piccola dolente: fissavo l’orizzonte oltre la prua, lo inchiodavo con gli occhi tra mare e cielo.

…A quel punto cadde sul veliero un volgare infermiere. Cadde sulle vele salmastre e arse e disse di alzarmi perché doveva cambiare le lenzuola. Era mattina, il sogno dileguò come un ladro davanti al maresciallo, restando tuttavia viva e presente in me l’algia che aveva afflitto la bambina e un vago orrore del mutismo.
Risoluto a eliminare questi due disturbi, corsi verso la toilette dell’ospedale. Poi -irrompendo nella sala dei medici- spiegai con brevi parole che intendevo dimettermi: ero guarito. Ringraziavo di cuore i quasi-colleghi. Quelli, dopo essersi grattati il capo e guardati negli occhi con un incerto nonsoche, mi lasciarono libero.
Due giorni dopo mi ritrovai sulla solita salitina. In capo a un’ora vidi Claudia.

  1. Ovviamente, era pedinata dai genitori ma costoro, dopo aver arrancato, sudati e soffiando come balene, si arenarono sul muretto. Tornai a casa e presi il motorino. Sulla salita fischiettavo mimetizzandomi nel traffico che non c’era, finché non raggiunsi Claudia che già era sulla vetta della terra antica, a dominare il mare. Non riuscii a dire nulla. Non ci fu verso: provavo invano a masticare paroline di circostanza. Che fare? Avevo sollevato il capo sulla scena e in questa risultava il mio amore che non mi considerava neppure di striscio mentre invece i suoi (che di me si erano accorti) mostravano di prendersela anche troppo a cuore e se ne venivano in su agitando bastoni d’occasione, manacce tese e minacce lungamente studiate. Per fortuna ci soccorse l’istinto: afferrai Claudia, e lei si accomodò sul seggiolino posteriore senza fare una grinza. Urlando di gioia inforcando la discesa scartando gesticolanti genitori, fummo liberi. Cinque minuti dopo eravamo sulla provinciale che collega il nostro paese col resto dell’universo: non c’era che scegliere tra il sud e il nord.

Problema poco arduo, del resto quando si fugge non importa la direzione ma la fuga stessa, riuscire a continuarla. Si rimescolano le carte, si confondono le linee dei destini, ci si sforza di rivivere e non c’è bisogno di dirsi niente: l’afasia non è più una malattia.

La strada che ci ospitava (come fosse il corridoio di un ipotetico nostro appartamento) aveva i colori morbidi della sera primaverile. Le auto sorpassavano ridendo le nuvole del cielo e la via era in rosa quando ci fermò una pattuglia stradale. Le mani tese di due agenti ci imposero l’alt, e noi ci arrestammo.

Protestavano perché viaggiavamo in due sul motorino. Claudia ascoltava e rideva col volto rivolto in su, io ripartii. Quelli agghiacciarono restando immobili. Ci arrivò da lontano il sibilo della sirena, ma noi avevamo abbandonato la via principale, diagrammando attraverso una strada sterrata che conduceva verso boscaglie incolte. Claudia mi prese la mano sul manubrio, buio oltre le siepi, luna di notte, pensieri che rotolavano con le ruote. Trovare rifugio in un morbido fienile ci ridusse felici fino all’alba. La mattina ci cosparse di giallo. Rotolando nei prati arrampicavamo gli alberi. Graffiando i rovi riuscimmo a baciarci, dopo di che impercettibilmente le chiesi – Mi hai mai visto prima?-  Ovviamente nulla rispose: trascorremmo il resto del tempo a tradurre le nostre reciproche, bislacche, frasi manuali. Quanto alle sue parole, avvertivo in esse la presenza di un senso, ma quei barbarici lalii restavano misteriosi.

5.
Giorni dopo tornammo al paesino, forse per fame o per curiosità. Era pomeriggio inoltrato, poca gente in strada. Eravamo seduti (come poteva essere altrimenti?) sulla panchina in cima alla salita quando ci sembrò di scorgere figure familiari che arrancavano sulle prime rampe. Compresi di chi si trattava: il paese intero   accompagnava i genitori di Claudia! -E a noi chi ci pensa?-, mi cadde di pensare. Li vedevo parlare, immaginavo discorsi moltiplicati per mille, eppur sempre irrisolti. Claudia accucciata per terra scavava una buca nella terra indurita dal salino.
Il gruppo si era fermato al belvedere, e tutti si dedicavano alla misteriosa osservazione quotidiana del mare.
Restiamo fermi!- La voce di Claudia mi giunge di colpo, come uno squillo di telefono.
Dico – Sì!-, e accendo il motorino.

Alle sue parole andai in corto circuito: per la prima volta leggevo nessi logici nei suoi fonemi. Ma cosa voleva dire quella prima frase sensata, piena di no impliciti? Non capivo, ma intanto la portavo via con me. …E così la mia amata non era una cretina! Ma, se Claudia possedeva il bene dell’intelletto, perché non parlava come gli altri? Rivolsi il guardo verso l’alto mirando i volti fiamminghi dei paesani ora in preda all’ira, e prima chini a racconsolarsi l’un l’altro. Ripercorrevo i loro discorsetti vacui. Potevo sentire quell’inesausto turpiloquire contro tutto e tutti e compresi che, dovendo scegliere tra l’idiozia personale e l’intelligenza negligente e cinica degli altri, Claudia aveva ritenuto preferibile cercare un’alternativa.

Avevo rubato una barca e la stavo spingendo in acqua. Finalmente eravamo insieme al posto giusto. Remavo, né più né meno come altre volte, mentre Claudia giocava con la mano nell’acqua. Guardai verso il nostro inconsapevole pubblico, accomodato su quel palco naturale. Alcuni di loro, lunghi e magri remi conficcati nella sabbia della vita, inconsapevoli dei venti e degli eventi, continuavano a parlare con la signora Lapinskij della nostra svaporazione, mentre i loro occhi cercavano di sbiadire i ricordi fissando il nullo. Traguardavano noi che ci imbarcavamo verso l’orizzonte mentre il loro tempo micidialmente passava e passavamo pure noi sotto di loro, scambiati per corrente marina, scia, onda o nebbia vaporina: non si accorgevano di nulla.

Iniziava a piovere, i nostri volti irrorati dalle prime gocce sarebbero germogliati, fioriti.

Il mare spruzzava bava sollevando onde verso il cielo e Claudia esclamò: – Che bel sole che c’è oggi!- A dire il vero parlò come davanti a uno specchio: Iggo e’c ehc elos leb ehc.
…Non sono mai stato in Giappone, dove scrivono in direzione opposta alla nostra.  Anche quando parlano fanno come i gamberi e compilano le parole sottosopra? Fosse così, conficcandoli a testa in giù, li potresti capire perfettamente.

Subito dopo lei prese a dire, a chiare lettere e con accenti angelici, che m’odiava all’infinito. Mi consegnò dei graffi e io cercai di sberleggiarla per riportarla al suo disordinario ordine. Aveva imparato l’arte degli adulti di proferire sempre l’opposto di ciò che si pensa. A volte parlava come agli antipodi, a volte come fanno le nuvole, a volte architettando regole che nessun disamorato poteva capire, perché l’unica sua legge era l’utilizzo contemporaneo di diversi codici. Era incapace di parlare perché conosceva solo le leggi segrete del linguaggio, ma nulla sulla sua forma. Era incapace di amare perché conosceva solo l’amore segreto, e non quello esplicito.

La barca ondeggiava come un pendolo, naufragava per colpa del cattivo tempo, mentre intanto la pulzea mi dicea fin dove dovevo remare: -Bell’uno!
Oscillando e vogando in quel mare himalaiano, misi la prua verso quella città.