Published On: Mer, Mag 29th, 2019

Per una politica liberatrice

Nessuno come Ernesto de Martino (“La fine del mondo, saggio sulle apocalissi culturali”) ha descritto la vocazione apocalittica della sinistra classica. Ho scritto dopo le elezioni europee che i casi di Riace e di Lampedusa descrivono bene la “enclosure” della libertà individuale da parte della politica totalizzante, con una relativa fuga dalla città Perfetta verso Alcatraz da parte dei reietti di turno:

“…Le politiche di comunicazione della Triade Stampa mainstream, PD e Papato hanno dato più voti a Salvini e alla Meloni rispetto a quanto hanno saputo fare gli spin doctor e i policy maker del leader leghista e della leader di FdI.”

Sulla “vittoria nelle città” di Zingaretti, trovo valida la vecchia (Bologna, 1977) definizione di Bifo sulla centralità della lotta tra “garantiti” (progressisti che lavorano nel terziario urbano) e “non garantiti” (periferici). Lotta totale che estenua la ex classe imprenditoriale.
Quindi ha in parte ragione R. A. Ventura (“La guerra di tutti”, ma vedi anche G. Agamben) quando scrive:

“…Credevamo che la società liberale fosse la continuazione della «guerra di tutti contro tutti» con altri mezzi. Ora ci viene il sospetto che i mezzi siano esattamente gli stessi. La rivalità affiora a ogni livello, con intensità differenti, talvolta rigorosamente circoscritta e pressappoco inoffensiva, talvolta imprevedibile e devastante. Affiora tra le diverse culture, tra le classi dominanti che offrono alle minoranze un’ipocrita narrazione progressista e le minoranze che denunciano un contratto sociale iniquo, tra indigeni bianchi che rimpiangono la gloria perduta e immigrati segregati nelle periferie, tra il potere statale che estende il suo dominio su ogni aspetto della vita sociale e i figli della borghesia che giocano a fare la rivoluzione. In fondo se ci combattiamo non è perché siamo radicalmente diversi ma perché siamo tragicamente uguali. È la nostra somiglianza che ci condanna a cercare di distinguerci con mille artifici.”

Il successo relativo del Pd semi-illuminista nel centro di alcune città segue la traccia dei C.I.D. americani (“Common Interest Development“), dove tutto funziona, dove l’accesso al quartiere gentrificato è limitato, dove le periferie e i loro fantasmi non arrivano se non MEDIATI. 
Inoltre, se la politica sposa la chiesa, riduce la sfera zoe+bios (Agamben) al controllo totale della vita (è un’operazione errata che persegue anche la Lega, con Salvini come antipapa, per non parlare del controllo digitale in stile “Essi vivono” di John Carpenter).
Ma una cosa su tutte non perdòno alla araba fenice del vecchio Pd in salsa Zingaretti-funzionario-di-partito: la vocazione massonica della distribuzione di eventi, lavori e lavoro ai soli affiliati. Se in ciò nulla distingue il Partito delle masse dalle altre massonerie, la sinistra è al massimo la DIFFERENZA del sempre UGUALE. Così finisce l’egualitarismo illuminista. 
Per una nuova politica liberatrice servono laboratori e lavoratori che producano intelligenza etica e atti concreti, partendo da aree fisiche e mentali comunitarie. Perché solo il “minore” (G. Deleuze) può diventare grande.

Con la cultura post sovietica non si va da nessuna parte nel 2019. Spero solo in quei giovani che -partendo non da Marx, Lenin e da uno Stalin mascherato- cercano un’autonomia sociale anarco-pacifica e la costruzione di nuove categorie per il lavoro e la vita. Loro -e i veri liberaldemocratici- hanno la mia stima e il mio supporto. I paleosauri nuovi massoni, gli ambodestri, così come i partiti ultimi arrivati al potere, non hanno più la mia stima e tanto meno il mio supporto.