Published On: Mar, Mag 22nd, 2018

Qualcosa nell’aria, un racconto politico attuale

Propongo la lettura di questo racconto, per il suo contenuto, molto in linea con quanto la residua intelligenza di lingua italiana sta pensando in questi giorni: il tema della “Promessa di felicità” da parte del capitano della nave. 

QUALCOSA NELL’ARIA
1.
Quanti sono gli addolorati? Quelli veri, intendo, non il mucchio artritico che passa metà del tempo a lamentarsi di vicende personali. Collezionano lacrime, e le mettono in vetrina.
Ci compiangiamo, le difficoltà sembrano insormontabili, le mani tremano con la voce, i capelli cadono con i giorni. Il lamento è la merce più venduta dal fariseo che è dentro ognuno di noi.

Il dolore vero lo conosco io. Non è mio, appartiene a piccole famiglie nascoste in queste città. Li vedi passare,  mentre gli altri cianciano, uguali agli altri, con la stessa apparenza, le stesse parole alla moda. Le loro guance però sono incrinate da un sorriso valgo.

Ogni tanto qualcuno telefona, ha avuto il mio numero. Io, anche se ormai mi dedico ad altro, dico di sì e vado: una visita urgente, un consulto, un semplice parere.
Oggi ho visto un figliolo sui vent’anni di nome Ignazio. Sta quasi sempre sdraiato sul letto, tranne quando diventa aggressivo: tutto per colpa di un farmaco utilizzato nel corso della gravidanza. Il padre corre via da casa appena può, e ogni tanto gli dà qualche calcio, mentre gli altri si limitano a sostenere il peso del sorriso –quel sorriso- sui denti. Il giovanotto ingurgita 70 gocce di Valium al giorno più altri due tre farmaci, eppure sfascia oggetti senza tregua e, mentre si trascina sulla sedia a rotelle, aggredisce i passanti di casa (madre e fratelli). Mi hanno chiamato perché, dopo due notti di crisi, avevano paura della terza. Il padre tornerà domani. Non conosco il suo infermiere diurno, già tornato a casa  prima del mio arrivo. Studio le prescrizioni mediche, mi sembrano sbagliate, eppure i suoi hanno girato fior di luminari. Conosco le medicine, e anche se non mi ritengo migliore degli altri, capisco che con tutta quella benzodiazepina è ovvio che arrivi una crisi da astinenza ogni giorno. Sono i farmaci, mica altro. I medici: bisognerebbe provare su loro le cure che propongono.
Torno a casa. Prendo nota, immagino soluzioni, e guardo il cielo che mi sembra stanco di sostenersi.

2.
Il mondo è pieno di città emisferiche, bicefale, formate da due corpi distinti: Buda e Pest, Oneglia e Porto Maurizio. Non è facile fare di due gemelli diversi un unico gemello siamese. E’ come correre a ritroso nel tempo, divorziare prima di sposarsi.

Dalle mie parti funziona allo stesso modo: un fiume scorre in mezzo, scavando una valle breve ma profonda, popolata da  borghi oscillanti tra maestrale e scirocco e tra lo status di paesi e quello pomposo di località turistiche. In fondo al fiume un oceano dei più modesti attende un’acqua per niente dolce, tanto è lordata da fogne e scarichi industriali. Ma i colori persistono: tempo bello=mare azzurro, tempo variabile=acqua verde, tempo brutto=mare grigio. Più le interminabili variazioni e combinazioni: basta una nuvola di un centinaio di metri e l’astro del cielo, coi suoi milioni di chilometri di diametro e milioni di gradi di calore si eclissa, si smarrisce, e l’aria si raggruma si fa più fredda. La distanza rimpicciolisce  ogni cosa, dall’amore alle stelle.
Alla foce, allacciate da cinque ponti, due piccole città si fronteggiano. Le chiamerò Mah e Bah. A me viene di chiamarle così, ora che non abito più lì. Rivali sono persone le cui terre e figli sono separati da un fiume, tra loro tutto tende alla lite, incluse le radici degli alberi ed esclusi gli uccelli che tutto sorvolano. Così sono queste due piccole città: rivali da quando è piovuto per la prima volta.

Mah è bella, antica, ricca di palazzi nobiliari del medioevo ai piedi dei quali sbadigliano, eleganti e leggeri come vesti di lino, portici che rassicurano i cittadini, non avezzi a essere riparati dalle burrasche dai paracqua, esseri che sanno come combattere chi viene da fuori a succhiare lo stesso latte spruzzato su di loro ogni giorno dalle loro mamme e dai loro amministratori. Fuori è già l’altra parte del fiume, la città di Bah, e già i quartieri periferici della stessa Mah sono considerati semiforestieri. A Mah tutti parlano lo stesso dialetto ma ognuno lo fa a modo suo: vicino al mare dicono |E| per |A|, verso i monti dicono |AU| per |O|. A un incrocio tra due stradine puoi incontrare un’edicola votiva con la statuetta di una dolce Madonna orante, sotto la quale persistono dalla notte dei tempi un vasetto con fiori freschi e una scritta posta su marmo: Ab hoste protege. Quella è dunque la guerra: non contro il nemico che è dentro ognuno di noi, il distruttore dell’etica, il diavolo evangelico, ma contro tutti coloro che non abitano nei dintorni del crocicchio. È gente che ha sempre fatto a botte: prima tra di loro, poi con gli altri.  Li vedi, ogni sera e ogni mattino col naso in aria a leggere i manifesti mortuari con due precise gioie: risparmiare la lettura del giornale e scoprire la morte di un vicino di casa…

Mah è una terra di fiscalisti e avvocati, come gli States, solo che a parte quelle due categorie di professionisti, manca tutto il resto. Io sono nato altrove, ho studiato più in là, vedo e giudico, ma non posso dichiararmi migliore. Mettiamo subito in chiaro questa cosa: sono disgustato da chi parla del mondo come sede del male e di se stesso come vittima, novello Gesù Cristo. Però concedetemi questo: dico ciò che vedo, come lo vedo.

Cosa vedo?

Vedo che Bah è uguale all’altra città gemella e rivale: la stessa gente, atmosfera, il mare. A Bah, però è successo qualcosa di nuovo: qualcuno, o qualcosa, ha trasformato l’atmosfera solitamente cupa e risentita nella quale nuotavano i cittadini.

3.

Il nuovo sindaco di Bah è Dogo, un medico della Azienda sanitaria locale, uomo giovane e brillante che però non ha avuto un grande successo professionale, per colpa di due passioni rischiose: donne e politica. Eravamo compagni di scuola, lo aiutavo nella ardita confezione dei compiti in classe.

Tempo fa ci fu un periodo di continue elezioni: ogni anno Dogo veniva a trovarmi, là dove lavoravo  (nel mio piccolo ufficio avevo un certo potere, ma lui pensava che fossi in grado di influenzare molti elettori). Ogni volta si candidava per un partito diverso, veniva trombato, tornava desolato ai lettini dove i suoi pazienti, per nulla ipnotizzati dalle sue utopie, giacevano ansanti per via dell’asma. E lui, mentre li sommergeva di nebulizzati, cercava di convincerli a votare per lui, la prossima volta. Spesso firmava mirabolanti ricette su letti d’occasione, ricevendo i favori di elettriche donnine che ansimavano per lui ma non per causa polmonare. Asmanti e amanti, era questa la sua vita.

Non ci incrociammo per alcuni anni, quando arrivò il tempo di nuove e più importanti elezioni: Dogo, dopo un periodo di latenza nelle corsie, scelse una strategia vincente e arrivò primo per un pugno di voti. Finalmente era il nuovo sindaco di Bah. Potevi vederlo camminare davanti al Municipio baciando le mani alle signore, elegante come un pitone e ancheggiante come un ippocampo.

I suoi antagonisti ricorsero e protestarono, mantenendo alto il livello di scontro. C’era inoltre in ballo un condono edilizio e il Piano Urbano Comunale: gli animi dei cittadini erano tesi e preoccupati, gli avvocati lavoravano a più non posso, tutti erano in causa con tutti e nessuno salutava nessuno. Ci furono risse notturne e discussioni accese. Il caso finì sui giornali a causa del gran numero di litigi. Le prime mosse amministrative di Dogo contribuirono ad aumentare la confusione: prima del voto si era tenuto sul vago, sùbito dopo aveva stretto i tempi e aveva effettuato le scelte fondamentali; come sempre accade alcuni terreni erano saliti di prezzo e altri erano crollati. Qualcuno si era arricchito e sogghignava come un topo nella tana: le colline intorno erano bianche di fiori, i volti di molti concittadini si erano arrossati mentre le loro cistifellee secernevano a fiumi una sostanza verde, ma talmente verde che sembrava clorofilla. Dunque a Bah persino gli alberi sono verdi di bile?
Così era, ma finì. Di colpo, l’odio, l’invidia, l’accidia e persino l’avarizia, scivolarono nel fiume, annegarono per sempre e sparirono nel mare.

L’ira misteriosamente crollava sul mercato, nei negozi, nelle Esattorie. In Banca nessuno più pensava a debiti e crediti. Ricominciammo a salutarci in strada invece di fingere di guardare un messaggio apparso sui rami di un abete o tra la griglia di un tombino quando sul marciapiede incrociavamo quello del piano di sopra. Eravamo improvvisamente diventati gentili, più buoni. Si raggiunse un livello inaudito, mai visto: qualcuno sorrideva a labbra spiegate.

Prima in me, come in tutti, c’erano manifestazioni ansiose spesso accompagnate da depressione, stati eretistici, irrequietezza, insonnia, umorismo fuori luogo, persino crisi epilettiche, soprattutto vicino al tribunale.

Dogo cambiò l’aria della città. Rimise a posto i parchi, ne aprì di nuovi. Chiuse le aree degradate, ne sistemò altre. Ogni tanto gli anziani sulle panchine sonnecchiavano rilassati. Di solito i vecchi sono ansiosi, stanno seduti sulle panchine come body guard dietro al Presidente, scrutano l’orizzonte come gabbiani, sembrano sempre in allerta, pronti a denunciare al mondo l’arrivo di uno zingaro o di un drogato o di un caccia militare che mitraglia il popolo. Camminano con cautela, come se sotto il pavé ci fossero le mine dell’ultima guerra mondiale. Dormono col sistema di allarme inserito, lo stesso che protegge la banca. Di cosa hanno paura, più della morte?
… All’improvviso li vedevo sonnecchiare nel parco col volto disteso. A volte si ridestavano di colpo, con umore quasi euforico, insolitamente buoni, gioiosi ed espansivi. Si abbracciavano sulle panchine. A volte invece mostravano riflessi rallentati, una calma suprema, come nelle ore solenni, specie quando li osservavo performare sui campi di bocce, loro sede diurna abituale nella città di Bah, dove tutti bocciano o sono bocciati (dipende dall’età, se scolare o pensionale).

Il mondo scorreva come sempre. La linea 3 del bus mi accoglieva alle otto del mattino: ragazzi e ragazze dormivano sui sedili o legati agli appigli o sdraiati sul fondo, alcuni lasciavano colare dalle labbra semichiuse un liquido biancastro che dopo giorni di osservazione mi si rivelò essere latte. Lo stato confusionale colpì persino l’autista: prima sbagliò strada e finì all’interno del porto apportando un certo trambusto, poi -folgorato dall’Atassia- girò a destra invece che a sinistra e trovò un palazzo invece che un viale, infine per effetto della diplopia si innamorò di una passeggera, ma non fece a tempo a peccare perché terminò in ospedale, avendo dormito nell’esercizio delle sue funzioni. Lo seguirono, molto lentamente, alcuni passeggeri. Viaggiavano tutti su tranquille ambulanze guidate da cittadini di Mah, circondate non da sirene urlanti, ma dal suono di Debussy rilanciato a tutto volume.

Sembrava un’epidemia. Per qualche giorno le agenzie giornalistiche nazionali seguirono la vicenda, poi tornarono a occuparsi delle principali questioni, cioé della guerra di tutti contro tutti.

Tranne alcuni inconvenienti la città viveva uno stato di felicità diffusa: si praticavano manifestazioni di gioia nei pagamenti delle bollette, si eseguivano funambolici scambi di convenevoli agli incroci, i vigili urbani abbracciavano gli autisti, i passeri cinguettavano due volte alla volta.
Terminò persino il contenzioso contro Dogo.

4.

I cittadini di Mah seguivano con invidia disgustosa le vicende di Bah. Quando i bahesi varcavano i ponti di confine a bordo d’auto, biciclette, moto, bus oppure sul treno o a piedi, i mahesi confrontavano con rabbia il proprio stato di Addolorati Profondi in risentimento perenne contro i propri amministratori, ripensavano alle loro macerie quotidiane tra lavoro, coniuge, figli, parenti, vicini, colleghi, amici e, pur sfogandosi con qualche sberla assegnata al primo bahese capitato a tiro (alla quale peraltro non corrispondeva alcuna reazione da parte bahese), capirono che serviva un atto radicale. Qualcuno ipotizzò che occorreva bruciare il vescovo sul sagrato dell’orribile cattedrale neoclassica, un altro desiderava impiccare in piazza quell’insignificante sindaco che era sopravvissuto per anni ai marosi politici grazie a un’accorta equidistanza nelle  eterne contese cittadine.

Dopo questi desideri estremi si passò a vie di fatto più praticabili: la Giunta dimissionò il sindaco.
Qui entrò in gioco Dogo. Proponeva un suo uomo alla guida di Mah, col programma di unificare le due città, in modo da ottenere maggior voce in capitolo sulla scena nazionale. Prometteva inoltre tranquillità e una vita serena per tutti. Proclamava sui manifesti e negli spot televisivi e sul net informatico: Finalmente potrete andare a dormire tranquilli. Anche per sempre.

5.

Dogo e il suo candidato tenevano fior di comizi, attorno ai quali già si cominciava a respirare un’aria migliore, di composta felicità.

Eppure Ignazio continuava a peggiorare. Un pomeriggio chiesi a sua madre – Da quando ha cominciato a stare male? Rispose -Da pochi mesi: finché abitavamo a Bah stava benino, anzi si muoveva di più, era allegro, parlava. Sì, ogni tanto aveva qualche reazione… -come dire? ..un po’ eccessiva. Una volta finì al Pronto Soccorso con sintomi….- Aspetti che le prendo il foglio di dimissione- Ecco… “Sintomi simili alla Sindrome Maligna da Neurolettici”. Altre volte sudava troppo… Prendeva l’orticaria… Però stava bene. Guardi adesso: non parla. Lui vuole soltanto…  questo o quell’altro, non importa cosa. Guarda qui (mostrava una collezione di CD) …Crede che li ascolti? Insomma, mio marito dice che è colpa della casa nuova, come se ci fossero infiltrazioni di fantasmi (ridacchia). Però è vero che prima stava meglio…-

Tornai a casa con un dubbio che mi assillava, ma non riuscivo a capire quale. Trascorsero un paio di giornate normalissime. Ogni tanto cercavo di pensare all’interrogativo che ruotava attorno alla figura di Ignazio, ma non trovavo esito ai pensieri. Una sera però fui incuriosito da una centralina di controllo per i rilevamenti dell’inquinamento atmosferico. Fino ad allora non ne avevo mai visto nella nostra piccola città. Un tecnico stava sostituendo i filtri, oppure consultava i dati, chissà. Per caso mi trovavo in auto e avevo posteggiato lì vicino, così  avevo seguito la scena, ma sempre pensando agli affari miei: dovevo entrare nel box di una banca per un prelievo di denaro contante. Era sera e c’era molto freddo, nessuno in strada. Spensi il motore ed entrai nel box mentre quello continuava il suo lavoro. Quando finì e si girò per salire sul Van aziendale inquadrai il suo volto. Avevo già visto quella faccia: non era delle nostre parti ma lo conoscevo abbastanza per capire che non era un tipo in grado di fare rilievi sull’inquinamento ambientale. Mi preoccupai non poco, ma poi tornai ai miei lavori più o meno euforici.

Venne un gran vento, come succede spesso dalle nostre parti, ma quella volta fu spaventoso. Il cielo era livido, ghiacciato. La tramontana pulì l’aria fino a renderla irrespirabile. L’acqua gelò nei tubi e la gente faceva la coda per comprare l’acqua minerale. Speravo che il disagio durasse un giorno, non fu così. Occorreva pertanto aspettare altre 48 ore (la tramontana soffia uno o tre giorni, oppure a successivi multipli di tre). Quella volta durò sei giorni. La cosa strana fu che l’ospedale non si riempì -come capita in questi casi- di ammalati con malattie dell’apparato respiratorio…

Lunghe file di autoambulanze scaricavano gente afflitta da altri sintomi: tremavano, erano diventati aggressivi, alcuni violenti. Altri accusavano anoressia, disturbi digestivi, manie, oppure allucinazioni, neuropatie, stato confusionale. Queste sindromi comparivano insieme o in rapida successione: sembrava che tutti i cittadini improvvisamente “stessero male”. Io stesso non potevo dormire, ma limitai i danni con l’assunzione di un blando tranquillante. I giornali suggerivano trattarsi di “effetti indesiderati da freddo”, ma la faccenda parlava da sola: era ben altro. Passai a trovare Ignazio. Stava come sempre. Mentre tornavo verso casa, sul bus, ricordai il particolare che mi aveva perseguitato per qualche giorno: Ignazio aveva gli stessi sintomi adesso accusati da tutti i suoi concittadini. Non era un ragazzo “normale”, certamente. Ma quell’aggravamento improvviso quando era andato ad abitare a Mah, non sembrava dovuto soltanto alle medicine.

-Dev’essere qualcosa nell’aria-, disse un vecchio mentre una ventata sembrava rovesciare l’autobus.

6.

Sei giorni dopo la tramontana sparì. Il cielo era coperto di nubi, la temperatura risalì, l’acqua tornò a scivolare nei tubi. Stavamo tutti meglio, ciò sembrava avvalorare la tesi che si era trattato di una serie di disturbi dovuti al clima straordinariamente freddo.

Mi venne in mente la questione della centralina anti inquinamento. Con aria indifferente andai negli uffici del Comune per sapere chi si occupava di quei rilievi. Sulla scrivania sedeva un impiegato che avevo curato con un certo successo. Mi passò una serie di dati statistici precisando che dopo l’elezione di Dogo i rilevamenti, pur essendo regolarmente inviati agli uffici regionali e alla nostra Asl, venivano svolti direttamente dal Comune attraverso un ufficio di nuova costituzione. Mi indicò la strada: si passava attraverso un lungo corridoio imbiancato ai cui lati si aprivano gli uffici di funzionari e impiegati. Mentre camminavo l’atmosfera sembrava normale: grandi pacche sulle spalle, si parlava di sport e telematica. Qualcuno lavorava. Le donne parlavano di moda e uomini, ma senza farsene accorgere. L’Ufficio Rilievi Ambientali era l’ultimo in fondo. Dietro la porta giacevano un paio di scrivanie e una bionda dal corpo di top model che sorrideva già prima di vedermi entrare. Certamente non stava sorridendo al computer e nemmeno al telefono, che taceva e rimaneva tranquillo al suo posto. Si alzò e mi strinse la mano. Si comportava come se fossi la prima persona che entrava in quella stanza, o come una puttana a inizio carriera. Nel dubbio le strinsi la mano con una certa lascivia, per lasciarle un buon ricordo di me. Anche lei sembrava aver avuto la stessa idea, così passò del tempo, con un certo imbarazzo per le altre parti del corpo, mentre le mani continuavano la stretta.

Poi la bionda decise che era venuta l’ora di tornare al proprio posto e chiedermi perché mai fossi venuto fin laggiù.

Non avevo ancora pensato a costruire una serie di risposte logiche alle sue inevitabili domande. Così improvvisai che lavoravo per la Asl nel settore Ambiente e che avevo bisogno di avere dati per preparare alcune statistiche su certe malattie. “Sa -conclusi-, dopo quest’ultima epidemia…”.

Notai che si stava innervosendo, ma non tutta, soltanto alla punta dei piedi. Vedevo gli stivaletti andare su e giù sotto la scrivania.
-Per avere i dati non serve venire qui: può richiederli in diversi uffici, in Comune e alla direzione sanitaria…  -Sì, certo…- tirai fuori dalla valigetta i fogli passati dall’impiegato amico -…Ma vorrei anche alcune informazioni su come vengono compiuti questi rilievi.

Non sembrava imbarazzata. Allungò per bene le gambe sotto la scrivania fin quasi a toccarmi: decisamente era alta, lei e i suoi occhi nocciola. Si aggiustò i capelli e tirando su le mani mise in risalto qualcosa di sé.

– C’è una procedura standard alla quale dobbiamo attenerci per legge. Vede, -e si mise a guardarmi dritto negli occhi- questa è solo una struttura tecnica, ci occupiamo della manutenzione delle apparecchiature… Però se ha davvero bisogno di maggiori informazioni potrebbe tornare fra un paio di giorni…

Compresi che mi aveva incastrato definitivamente: se le avessi risposto di sì, ero costretto a darle il mio nome, dovevo precisare la mia professione, e la balla sarebbe venuta alla luce. Allora risposi no: forse potevo trovare da solo quelle informazioni sulla normativa regionale e presi ad andare verso la porta. La bionda mi inseguì cortesemente. Provai a sorridere mentre le porgevo la mano: magari potevamo diventare amici, e così le avrei spulciato qualche informazione. Ma la sua mano era diventata fredda e sfuggente come la coda di una lucertola. Pronunciò un inevitabile Arrivederci  intanto che chiudeva la porta.

Naturalmente mi fermai a origliare. Mi sembrò di sentire un clic di telefono e l’inizio di una conversazione, nel frattempo inquadrai un paio di operai che sembravano procedere verso l’Ufficio Rilevazioni Ambientali e dovetti far finta di nulla. Svoltarono all’ultimo momento, ma intanto avevo dovuto prendere l’andamento lento del reduce da un ufficio qualsiasi. Decisi di spiare la Centralina dove avevo visto il tecnico, e passai alcune serate nascosto nella mia auto. Ero preoccupato.

L’uomo si presentò esattamente due settimane dopo. Questa volta lo vidi bene in faccia: era un tipo perfettamente normale, ma un particolare lo rendeva indimenticabile. Dopo un inizio banale e fisiologicamente nella norma, il suo naso diveniva valgo. A un certo punto dopo la radice la cartilagine si biforcava, e quando il tutto giungeva in basso, là dove di solito aleggiano le narici, sopra le labbra, si perdeva l’equilibrio antropomorfico. Le due aperture che convogliavano l’aria diventavano molto divergenti, quasi più vicine alle orecchie che tra di loro.

Avevo avuto il tempo necessario  a compiere queste osservazioni estetiche. Ma restava in me una voglia di accendere il sigaro che mi apostrofava le labbra da mezz’ora. Intanto l’uomo era salito in macchina dirigendosi verso la periferia. Strano, non doveva andare a riporre dati e attrezzi? C’era un po’ di traffico, quanto bastava per non farmi scoprire mentre lo seguivo. Continuò sulla provinciale per pochi chilometri, poi si fermò vicino a un gruppo di case e spense luci e motore. Ero in coda dietro un camion ma ero riuscito a vedere in tempo la sua manovra, così bloccai l’auto fuori strada e rimasi in attesa. Non succedeva nulla: vedevo il fuoco di Sant’Elmo di una sigaretta accesa che svolazzava qua e là nel buio dell’abitacolo. Mi lasciai scivolare sotto il sedile e accesi il sigaro. Il fumo azzurrino riempì l’abitacolo e bastò a soddisfare il desiderio represso. Lasciai che il fuoco si spegnesse e risalii sul sedile: il tecnico, dopo aver aperto lo sportello prendendo qualcosa, aveva buttato il tutto in un normalissimo bidone per la spazzatura. Poi risalì in auto, fece inversione e ritornò verso Bah. Dunque la manovra serviva soltanto a buttare via qualcosa di sporco, senza farsene accorgere, come nulla fosse. Probabilmente ogni volta cambiava bidone e località. Decisi di non seguirlo più, scesi dall’auto e andai ad aprire il cassone maleodorante. Accesi l’accendino: c’era una chiavetta con dei dati e un foglio con un report stampato dalla centralina di rilievo. Presi ogni cosa e andai a dormire.

7.

La mattina dopo al Pronto Soccorso ero alle prese con un ferito da ricucire. Una brutta storia: un litigio familiare, la moglie lo aveva aggredito con forbici e un coltello mentre il poveraccio, che mostrava ancora intatti bonomia, buonumore e disponibilità, non aveva reagito. Anzi si era messo a ridacchiare. La moglie era appena tornata da un viaggio all’estero, evidentemente era stressata e aveva infierito a lungo prima di essere bloccata dai vicini di casa.

Era un tipo di intervento sempre più comune in città. Gente che improvvisamente si imbizzarriva, al di là del bello e cattivo tempo.

Appena terminò il turno corsi da un amico che avevo avvertito al mattino presto col telefono. Era un esperto informatico, a scuola lo chiamavamo Web. Aspettava gli umani armato di tastiere, sempre alle prese con clienti telematici, in una stanza perennemente al buio, circondato da libri –che leggeva nelle notti solitarie- circondato da musica classica diffusa da Hi-fi ultrascientifici. Aveva una magrezza composta e un profilo latteo rallegrato dalla montatura argentea degli occhiali e dal tono castano dei capelli. Nella stanza dove viveva ogni oggetto era sempre al posto assegnato. Si trattava di una specie di sacrario al quale solo pochi eletti accedevano e dove lui si muoveva felpato e senza errori. Sono convinto che, quando mancava la presa di un dischetto, o l’accensione di una lampadina, o la pressione del tasto giusto sul computer, doveva urlare come un lupo mannaro fino a far corrugare le pareti. Comunque la scena si sarebbe svolta in silenzio perfetto, nulla trasparendo. Era -come si dice- un tipo preciso e controllato. Condotto esotericamente da madri e sorelle all’interno della tana di Web, presi posto su una sedia. Quasi non mi parlava, come un dentista dopo il terzo incontro. Mise un paio di elementi telematici in stand by, inserì il dischetto che avevo prelevato nel cassonetto della spazzatura e iniziò a lavorare. Non era un compito semplice, visto che bisognava estrarre i dati senza il programma originale. Tuttavia cominciò a stampare qualcosa, unì i fogli ottenuti con quelli che avevo trovato insieme al dischetto e attivò la connessione del computer,  i parametri di riferimento delle città vicine. Quindici minuti dopo mi riconsegnò tutto dicendo: – Sono dati normalissimi: biossidi, ozono, polveri da scarico… C’è anche la lettura dei valori dell’acqua potabile, evidentemente la centralina ha una sonda collegata a un tubo dell’acquedotto. Ma anche questi valori sono normali…- Aveva fretta di congedarmi e tornare ai suoi files.
Rimasi in silenzio come un idiota, andai a casa in preda a risolini e tremori.

8.

Erano passate diverse settimane e mancavano pochi giorni alle elezioni di Mah. Non caddi certo dalle nuvole, quando Dogo telefonò per ricordarmi di promuovere il suo candidato. Davvero era convinto che fossi: a) un tipo influente; b) uno che credeva in lui? Comunque, aiutato dal buonumore, gli promisi che avrei parlato bene del mio sindaco preferito, un ex compagno di scuola etc. etc. Finalmente mise giù il telefono e, dato che avevo bisogno di aria fresca e umida, andai verso il mare.

Camminavo verso la passeggiata che Dogo aveva rimesso a nuovo con una pelliccia di moquette verde e azzurra e panche avvolgenti foderate di plastica, sdegnate dai vecchi più accorti ma graditissime da cani e turisti. I  piccoli schermi fatti installare da una ditta attenta ai bisogni della gente emettevano nella notte video e foto dello stesso mare che balenava sempre più in lontananza. Cercavo di distrarmi inseguendo qualcosa con la mente e, mentre glissavo davanti a un vecchio bar che ancora sopravviveva alle ingiurie multimediali, avevo lanciato uno sguardo all’interno, e questo era rimbalzato sul viso e sul corpo di Web e di un nostro vecchio compagno di liceo, che era diventato un chimico. Per un attimo pensai di fingermi cieco, di fregarmene e tirare dritto, ma poi (siamo sempre troppo curiosi di vedere quale sarà il nostro prossimo istante) finii per entrare e dirigermi verso il tavolo dove i due  parlavano piano, come innamorati.

Ignaro di tutto, cominciai a stuzzicare Web con una frase baldanzosa, o forse solo incoraggiante: – E’ la prima volta dai tempi della scuola che ti vedo fuori dalla tana. Hai vinto la paura del mondo?

– E perché no? – rispose e aggiunse icastico …Uccidere le proprie paure non è delitto. Il chimico mise fine al nostro divagare con un secco: – Forse c’è qualcosa che non va. Avevi ragione tu-. Si rivolgeva a me.

-…Prima che Web mi dicesse che avevi seguito qualcuno e cercato di capire cosa c’è di strano, non mi ero accorto di questa strana sensazione di felicità e comfort che si avverte quando si esce dall’autostrada e si entra in una casa o in un locale di questa città. …Farò delle analisi, non ci vuole molto tempo-.

Stabilimmo alcune regole di segretezza, che mi sembrarono eccessive, e ripresi la mia strada come se niente stesse succedendo. Invece, mentre camminavo, avvertii uno sguardo invisibile, vuoto e sottile come quello di un cieco, eppure tagliente e metallico. Un coltello mi guardava? Il mattino dopo, finita la colazione, fui di nuovo colpito dalla stessa sgradevole sensazione, e mi diressi verso la finestra. Senza scostare le tendine, tenendomi di lato, guardai giù, verso la strada, e vidi che qualcuno aspettava qualcun altro davanti al mio portone, dentro un’automobile. Erano due tipi dal volto vuoto, mai visti prima. Ogni tanto uno dei due scendeva dalla macchina, masticava qualcosa, guardava un ragno esanime per terra o una farfalla che sfavillava nell’aria. A volte sparavano lo sguardo dentro il portone, oppure verso le mie finestre. Non sembravano professionisti: avevo un’idea sulla loro provenienza ma aspettavo maggiori delucidazioni da Web. Rimasero a lungo sul posto, ogni tanto mangiavano un panino o bevevano una birra, felici come bambini. Io invece ero in preda a un’ansia atroce e non mi veniva da ridere, così mi finsi malato e non uscii di casa.

Due giorni dopo la zia mi chiamò al telefono: – Web dice che l’esame del suo sangue è positivo…-, e continuò la telefonata con una serie di frasi di circostanza. Era un messaggio in codice, concordato al bar. Avevo messo in giro la voce che mi ero occupato di rilievi ambientali per una ricerca personale, ma poi i dati avevano confermato che tutto andava bene… A quel punto  concludevo il discorso benedicendo il sindaco. Mancava poco che mettessi un annuncio sul quotidiano locale, pur di spegnere l’incendio del quale finora si era soltanto sentita la puzza. Ma il meccanismo ormai era inarrestabile.

Il mattino seguente, molto presto, Web mi telefonò per darmi appuntamento in una strada anonima. Strano, avevamo deciso di comunicare indirettamente, forse cominciava davvero a uscire dal guscio. Mi fece vedere i risultati delle analisi. Dai fogli si poteva dedurre che era quasi impossibile rilevare eventuali sostanze disperse nell’aria. Se qualcuno voleva euforizzare i cittadini di Bah era evidente che i gas venivano rilasciati in posti chiusi, come uffici cinema bus supermercati, e in tal caso occorreva prendere dei campioni in quei locali, ma col rischio di essere ripresi dalle telecamere di sicurezza. I dati che riguardavano l’acqua potabile erano invece precisi e lapalissiani: tracce di anfetamine, benzodiazepine e inibitori del reuptake della serotonina. Probabilmente venivano immesse quantità fisse a ore fisse.

Chiamai il mio ufficio per comunicare che sarei rimasto in malattia ancora una settimana. Poi mi rimisi a letto a rimuginare per un paio d’ore, infine decisi di indossare un rigido giubbotto di pelle, con scarpe anfibie, e spalancai l’uscio ma senza procedere oltre, perché sul pianerottolo c’erano Dogo e la bionda dell’ufficio. Sembrava che stessero venendo a trovarmi, proprio a casa mia, proprio in quel momento. Cercai invano di salutare facendo finta di niente: Dogo mi prese per un braccio e disse senza fronzoli:

– E’ meglio che torni dentro. Dobbiamo parlare.-

Cosa potevo fare? Avevo aperto la porta con due ipotesi di passeggiata: verso le cisterne dell’acqua, oppure per andare a denunciare Dogo. Due passeggiate entrambe azzardate. Eravamo rientrati, la porta era chiusa, ci trovavamo in sala, ma in piedi.  Non avevo voglia di invitarli ad accomodarsi sul divano, preparare il caffè e amenità del genere. Nemmeno loro si comportavano come se avessero troppi desideri, tranne quello di spaventarmi. – …Vedi, cominciò Dogo, …Web è morto, lo sapevi?

Come se lo sapessi da tempo, replicai quasi con indifferenza – Ma come…
-Sembra un suicidio… una pietra al collo: l’hanno trovato poco fa in fondo al fiume. E’ molto grave, lo capisci, vero?-.

Era stato esplicito… potevo anche annuire, e lo feci. La bionda intanto aveva accavallato le gambe, forse per consolarmi, ma non ci riuscì: nonostante tutte le sostanze disciolte nell’acqua che bevevo, non mi veniva da ridere.
Dogo si alzò, andò verso la porta, la aprì e uscì senza tendermi la mano. La bionda era restata dentro e quasi subito venne dalle parti della sedia dove mi ero seduto. Recitò una poesia imparata a memoria: -…Sai, nel mio ufficio funziona tutto perfettamente. C’era un tecnico che ometteva di riversare e copiare i dati nuovi, ogni volta. Preferiva buttarli via e inventarli, riveduti e corretti. Maggiorava ozono, anidridi e biossidi, per scelta politica. Uno stupido ambientalista. Adesso ce lo siamo tolto dai piedi e tutto funziona come un orologio. Nessuno potrebbe trovare qualcosa di malfunzionante o alterato o strano. Capisci?-. Altroché se capivo: giocava bene, la ragazza, ma aveva bisogno di silenzio e complicità.

In preda alle sostanze euforizzanti cercai di alzarmi e di buttarle le braccia al collo. Non mi interessava altro: Web era morto, la città restava rilassata e allegra. Altrettanto euforico era il mio apparato sessuale. Eravamo scivolati sul letto disfatto e cigolante e le sue gambe erano sterminate. Pensavo a Dogo, alla sua aria minacciosa, e andai fuori giri, ma alla bionda non importava affatto. Mi lasciava fare, sembrava disposta a tutto pur di continuare i suoi piccoli malaffari, così approfittai del suo candore rovesciato, finché lei non tornò a cinguettare come se nel mondo non fosse mai successo nulla, nemmeno il Big Bang. Poi andò via, era ora di pranzo ed ero rimasto solo e senza pane fresco.

9.

Per fortuna Web -prima di finire annegato- era riuscito a incastrare la banda di Dogo, facendo le ricerche da solo, lui che era meno incline di un ragno agli spostamenti.
Quando mi aveva liquidato dicendo -Negativo-, in realtà aveva già un’ipotesi chiara, tanto che aveva filmato Dogo (lo conosceva dai tempi di scuola, e il medico abitava sempre nello stesso posto).

Dogo preferiva lavorare da solo, non si fidava di nessuno, nemmeno della bionda. Così Web lo aveva ripreso mentre si infilava in alcune cisterne dell’acquedotto con delle ampolle di vetro in mano; in altre inquadrature si aggirava di notte in uffici pubblici dotati di aria condizionata, e si infilava nei condotti. Il sindaco era ormai incastrato come un bue al macello. Ero felicissimo; avevo sistemato ogni problema, comunque.

Insieme alle immagini, c’erano i dati delle analisi che avevo già ricevuto, più alcuni appunti che accusavano Dogo di essere uno stregone santo che curava la città inserendo sostanze nell’acqua e nell’aria. In tempi estivi aumentava gli euforizzanti, mentre d’inverno aggiungeva a sonniferi, tranquillanti e antidepressivi anche alcune vitamine in funzione anti raffreddore. Forse cercava di costruirsi un’immagine positiva in previsione di un pur sempre possibile arresto, lasciava intendere Web.  In fondo era anche un medico, non solo un sindaco. Voleva curare tutti i cittadini, lui. Mi sentii  felice.

Le foto che incastravano Dogo arrivarono per posta pochi giorni dopo la morte di Web, dopo che sui giornali era comparsa la notizia del suicidio dell’amico chimico, dovuto a un eccessivo cocktail di medicine. I giudici del tribunale cominciavano a indagare, col fare bonario e rallentato ormai tipico della nostra felice città. La lettera e le prove documentali a carico di Dogo erano state inviate a un giornale, visto che  la mia corrispondenza poteva essere controllata. Web era un tipo preciso, lo dimostrava anche da morto. Putroppo era uscito da solo e quella distrazione era bastata a cancellarlo, come un file inutile.

Dogo, la bionda e il tecnico dal naso valgo (che si dichiarò innocente con una largo sorriso) finirono in carcere, e l’intera cittadinanza piombò in crisi di astinenza, dividendosi (tornavano così i vecchi tempi) in due fazioni opposte: chi voleva dare l’assalto al carcere e mettere alla forca Dogo, e chi invece credeva alla sue dichiarazioni di innocenza e voleva liberarlo a tutti i costi pur di stare di nuovo “come prima”.
Davvero una scelta ardua.

Io avevo deciso di cambiare (alla lettera) aria. Scelsi una città in una regione vicina, dove si parlava una lingua diversa e nessuno mi conosceva. L’economia era in ripresa e la gente allegra. L’atmosfera era respirabile e l’acqua potabile. Eppure strani segni mi lasciarono perplesso. C’erano riviste piene di stupidaggini, con pubblicità di integratori alimentari in offerta d’assaggio, come il Ginseng siberiano e il Ginkgo Biloba, ma in fondo tutto rientrava nella normalità. Ai lati delle vie microdiffusori emettevano musichette allegre, senza parole né messaggi particolari. La tv trasmetteva film comico-demenziali, sit-com e documentari su animali e piante.

Il funzionario dell’Ufficio Anagrafe si contorse allo sportello per cinque minuti con i suoi colleghi per qualche battuta che era girata nell’ufficio, prima di girarsi a vedere com’ero fatto. Chiesi cos’era successo, rispose – Nulla, qui è sempre così.-

Passò a controllare i dati sul mio documento di identità. Leggendo: -Occhi neri-, guardava là dove supponeva fosse quel che cercava. Proseguiva: – Altezza 172 cm., continuando a ridacchiare. Traslitterava: – Peso 75 Kg.-. E, sempre di seguito, come bustrofedico: – Segni particolari? ..Nulla-. Quando lesse nome e cognome ricominciò a sogghignare, e trattenendo a stento i muscoli facciali scossi da moti irrefrenabili di ironia, stampò il documento che mi serviva. Uscito dall’ufficio andai al mio hotel per pagare il conto. Adesso ero un cittadino qualsiasi e potevo andare in cerca di un appartamento qualsiasi. Avevo anche imparato i fondamenti di quella lingua, scoprendo tra l’altro che il mio cognome  aveva il significato di “Idiota felice”.

Ubbidendo al consiglio di un’inserzione sul giornale, mi ritrovai in un atrio luminoso, di fronte a una ragazza moresca dal profilo delicato e dalla voce dolce, che viveva con un figlio di nove anni in una casetta dignitosa, benvoluta dal sole e circondata dagli alberi. Era l’unico bene lasciatole in eredità dal marito, scomparso da cinque anni a causa di un incidente. La giovane vedova (si chiamava Juanita), si dichiarò disposta a affittarmi una stanza per arrotondare le entrate, così come si era concessa in affitto lei stessa, per lo stesso motivo, fino a qualche tempo prima -…Tanto lo verreste a sapere dai vicini-, confessò candidamente.

Le garantii che mi sarei limitato all’affitto di una stanza e aggiunsi che ero lieto di rimanere l’unico maschio di casa, a parte suo figlio, e che avevo voglia anch’io di chiudere fuori il mondo esterno, senza disturbarla con coinvolgimenti idioti. Mi rendevo conto che eravamo reduci da due viaggi diversi ma simili e volevamo vivere in pace, senza l’incubo di dover incensare con un sorriso ipocrita le persone da poco che siedono dietro scrivanie di lusso, forti del loro potere feudale. Visto che avevo un piccolo capitale, potevo cercare lavoro senza fretta, lei intanto si sarebbe trasformata in casalinga o in un’impiegata -se preferiva-, e poteva dimenticare debiti e crediti. Mi diede un bacio. L’abbracciai. Eravamo fidanzati.

Alcuni mesi dopo la vidi seduta in un angolo della camera da letto. Si sentiva triste, e non capiva perché, ora che aveva affetto e sicurezza economica. Eravamo soli, e lei piangeva come una nuvola irlandese. La baciai e lei ridendo tra le lacrime si trascinò di nuovo nel mio cielo. Finalmente ero vivo, lo sentivo, avevo raggiunto un’isola felice.

Eppure il mattino dopo, quando lei uscì per accompagnare il figlio a scuola e fare la spesa, un brivido metallico mi attraversò la schiena: era la sgradevole sensazione di vivere ancora dentro un incubo. Il cielo era azzurro e silenzioso ma prima o poi -lo sapevo- un velo grigio sarebbe sceso tra di noi e saremmo ricaduti nelle nevi perenni delle ansie e degli affanni.

Andai a frugare nelle mie tasche, dove conservavo un flacone di sostanze volatili e un blister di pillole euforizzanti che portavo con me per evitare una possibile crisi di astinenza. Potevo comprare medicine per tutti i giorni a venire, e scioglierle ogni giorno nel cassone dell’acqua che sentivo ruscellare sotto il tetto mentre facevo la doccia. Così non sarebbe mai fuggita incontro a un futuro sconosciuto. Ruggivo di rabbia ma respiravo gioia come un orso nel miele, più forte di ogni tempesta, più deciso dell’indecisione. Juanita era mia: felici come per sempre, al caldo riparo del nostro tetto avremmo respirato la stessa aria e bevuto la stessa acqua.

Ero ormai assuefatto a uno stile di vita che curava l’esistenza senza controindicazioni. A Bah tutti si erano amati ed erano stati felici, cosa contavano gli effetti indesiderati rispetto alla felicità infinita? Ero stato io a immettere il mix di sostanze che producevano felicità nell’acqua e nell’aria condizionata della mia città. Dogo si era insospettito e Web mi aveva scoperto: troppo tardi per la giustizia, ma in tempo per morire infelicemente, con una mia spinta. Gli eventi si erano incastrati con precisione: avevo suggerito a Dogo l’idea che il meraviglioso New Deal della sua città era dovuto più all’artificio di qualcuno che al suo genio. In seguito avevo messo in azione Web, e quell’uomo-ragno aveva abboccato, fotografando il sindaco mentre andava a effettuare di persona e in segreto i prelievi di acqua e dell’aria, visto che subodorava ormai che c’era qualcosa nell’aria. Così Dogo era stato condannato dalla falsa apparenza delle fotografie: come se versare e prelevare siano lo stesso. Provate a farlo in banca.

Per fortuna siamo controllati da tecnici sfaticati o da segretarie dallo sguardo imbalsamato e dalle gambe accavallate, altrimenti sarei in galera da molto tempo.

Testo di Paolo Della Sala