Published On: Gio, Feb 16th, 2017

Ragazzo suicida a Lavagna: consigli a tutti i genitori

Abbiamo scelto di non trattare questa notizia nei primi giorni, se non con un breve articolo in cui si raccomandava un rispettoso silenzio.
La vicenda non è lontana dall’altro recente caso di suicidio giovanile, motivato da un disagio di fronte alla mancanza di lavoro e all’impossibilità di costruirsi un futuro con le proprie mani.
Il dramma di Lavagna è diverso. Alcuni insegnamenti però si possono trarre da un gesto tragico che ha colpito l’attenzione di tutta Italia. Ciò che si può provare a fare è dare un consiglio utile alle famiglie.

Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita (Paul Nizan, “Aden Arabia” 1931).

Come scrivevamo, quella dei 16 anni è l’età più difficile. In Giappone come in Italia molti ragazzi adolescenti si chiudono nella loro stanza per mesi e anni, in compagnia solo del tablet o del cellulare. In Italia sono 30.000 gli hikikomori (540.000 in Giappone) che escono dalla camera solo per mangiare (da soli) e andare a scuola, dove faticano non poco, a quel punto. La porta resta chiusa e i genitori restano fuori anche fisicamente. Capita sempre più spesso. Le situazioni a quel punto si possono esacerbare, l’incomprensione è facile, e si rischia di ricorrere a metodi impositivi.
Se il ragazzo va male a scuola, possono scattare provvedimenti punitivi. Invece serve moltissima pazienza.
Se il ragazzo fuma “solo” qualche spinello (come nel caso di Lavagna), è opportuno evitare ogni atteggiamento di chiusura. A volte, invece di chiamare la polizia, conviene cercare di risolvere, partendo dalla consapevolezza che fumare uno spinello è ben diverso dalla dipendenza dall’eroina. Si deve però -parlandone indirettamente- far passare l’informazione che le droghe chimiche e pesanti sono devastanti. In questo modo si pone un paletto “oggettivo” e non impositivo, e si dà al ragazzo uno strumento importante, senza metterlo nell’angolo e senza colpevolizzarlo. E’ bene anche chiedere l’aiuto di uno psicologo specializzato in problemi familiari. Chiamare invece medici di famiglia, parenti o Forze di polizia (che non sono preparate per irrompere nella cameretta di un ragazzo) è l’ultima cosa da fare, se non siamo di fronte a un giovane pusher di cocaina (ve ne sono, purtroppo), ma a uno studente troppo sensibile e indifeso.
Non vogliamo colpevolizzare nessuno, ma fare un discorso generale, utile per padri e madri che sono essi stessi troppo sensibili e indifesi (il lavoro di entrambi i genitori ha aumentato a dismisura i problemi nella relazione genitori-figli, già delicata ai tempi biblici di Isacco e della Metamorfosi di Kafka).
Non ricorrere quindi ad aiuti esterni, che sarebbero la conferma della rinuncia al proprio ruolo di guida autorevole e non autoritaria, a eccezione di uno psicologo (all’inizio -e anche dopo- solo per i genitori). Possono bastare  poche sedute per capire come agire: l’importante è non drammatizzare (vedi su Hikikomori Italia) le situazioni e non mettere all’angolo un giovane che si è costruito già da solo una piccola prigione. Ci vuole molto senso tattico: la vita familiare, in quella fase, può diventare una piccola guerra.