Published On: gio, Mar 8th, 2018

Relazioni uomo-donna: colpa della società’? Rispondono psicologa e sociologo

Del fenomeno della violenza degli uomini sulle donne nel nostro Paese si parla ormai da anni. Ultimamente sono le tragedie familiari ad accendere la discussione. Ma sarebbe sbagliato affrontare la questione solo all’indomani di un fatto di cronaca, perché così si favorirebbe il ripetersi di ciò che è stato. Adesso la mobilitazione ha raggiunto un livello globale, tuttavia non dobbiamo dimenticare le vittime più vicine a noi, che lontano dai riflettori subiscono quotidianamente una violenza “fisica, psicologica, persino economica, oltre che sessuale”. Così introduce il tema la psicologa Dottoressa Elisabetta Corbucci, coordinatrice della cooperativa genovese “Il cerchio delle relazioni”, che da dieci anni si occupa di contrastare la violenza su donne e minori, in particolare tramite il centro Mascherona, che fa parte dell’associazione nazionale D.i.Re.(Donne in Rete contro la violenza). “Le richieste di aiuto che riceviamo continuano ad aumentare, siamo a circa 400 casi all’anno. Gli appelli fatti sui media inducano certamente a rompere il silenzio. Ciò vuol dire però che il sommerso è considerevole. E gli alti numeri indicano che si tratta di un fenomeno non derivante soltanto da problematiche psichiche individuali, ma più ampio, e coinvolge l’intera società.” Su questo il sociologo Professore Mario Salisci, docente presso l’Università LUMSA di Roma, ha un’idea molto chiara: “Oggi gli uomini hanno difficoltà a gestire nei rapporti con l’altro sesso la propria naturale aggressività, che le istituzioni moderne hanno sempre cercato di canalizzare (con lo sport, per esempio). E ciò avviene perché nel nostro mondo occidentale manca una figura maschile che , quale forte guida educativa, insegni ai ragazzi ad accettare la realtà del rifiuto, a reggere la frustrazione conseguente a quella che per essi è una sconfitta. Mancano i padri, i maestri. L’identità maschile ai giorni nostri si vede rappresentata unicamente all’interno di  istanze che sottolineano la supremazia dell’uomo, estremizzata nel terrorismo islamista, che peraltro attira anche giovani occidentali.  E da noi le donne giustamente non accettano alcuna forma di sottomissione. Sull’uguaglianza non si può né si deve tornare indietro”. Proprio il concetto di supremazia maschile è al centro dell’analisi operata dalla dottoressa Corbucci, la quale afferma come “storicamente vi sia una disparità di potere tra uomini e donne, che ha radici lontane nei secoli. Il nostro lavoro ci segnala l’incidenza di tale fattore anche tra i bambini. Inoltre è significativo che per molti anni la violenza sulle donne in Italia sia stato considerato un delitto contro la morale, e non contro la persona. Questo elemento culturale si rivela nella stessa difficoltà delle donne a farsi ascoltare. Le prime risposte che ricevono sono nel senso di tentare di sistemare da sole ciò che non funziona nella relazione.” Sia la Corbucci che Salisci precisano infatti che gli episodi di violenza si svolgono soprattutto tra le mura domestiche, e sono principalmente perpetrati da partners o ex-partners, coinvolgendo tutte le classi sociali. “Quando arriva da noi”, prosegue la dottoressa, “la donna ha perso completamente fiducia in se stessa, ha paura di non essere creduta perché l’ambiente intorno l’ha isolata o giudicata. Quindi pensa di essere sbagliata, non avendo più innanzitutto la propria autonomia di valutazione in quanto è da tempo abituata a vedere tutto dal punto di vista dell’ aggressore/persecutore. Spiega la dottoressa che la relazione maltrattante fa sorgere una stato di dipendenza psicologica nella vittima, e ciò vale anche per donne intraprendenti e con una forte personalità. C’è dunque una grande difficoltà a rompere la relazione, e molto spesso mancano gli elementi giuridici per la denuncia. Ciò che fa cambiare atteggiamento è specialmente il timore verso i figli o il vedersi la morte in faccia.“Il lavoro della psicologa ha appunto l’obiettivo primario di far riacquistare una prospettiva individuale, la fiducia in sé e nell’operatrice. Non è un caso che al centro siamo tutte donne. Si deve costruire infatti una rete di sostegno a cui la donna si affidi, al fine di intraprendere uno specifico percorso di risoluzione, in considerazione delle caratteristiche singole”. Al centro antiviolenza Mascherona operano dunque psicologhe e avvocatesse, supportate quando occorre da assistenti sociali, che intervengono se è necessario far trasferire la donna in una diversa abitazione, le case-rifugio, a scopo di protezione. Infatti la denuncia di per sé non allontana il maltrattante. Ecco l’importanza di un apporto legale. Deve intervenire una misura apposita che vieti l’avvicinamento. Ma non sempre ciò basta a tutelare la vittima: “ Ho in mente un caso di stalking”, racconta la Corbucci. “Si ottiene la misura cautelare ed in seguito l’uomo è condannato. Tuttavia la condanna fa decadere la misura. Scontata la pena di un anno e mezzo di detenzione, il responsabile è di nuovo libero di perpetrare forme di violenza. C’è poca certezza della pena. E’ una stortura del sistema giudiziario che è da ricollegare alla mancanza di un’adeguata sensibilità culturale”. Se però adottiamo uno sguardo d’insieme, i criminologi segnalano circa 5 milioni di casi (indagine 2012 del Professore Macrì di Arezzo) in cui è l’uomo ad essere vittima della donna, a fronte dei 7 milioni di donne di cui parla l’Istat quest’anno. Ed in caso di separazione c’è un consolidato orientamento dei giudici nell’affidare i figli sempre alla madre. In merito a questo, la dottoressa puntualizza che “non si deve certamente condannare l’uomo in sé. La violenza degli uomini sulle donne non va urlata ma nemmeno negata. All’interno di una relazione disfunzionale le responsabilità sono anche della donna, ma non bisogna mai confondere il conflitto con la violenza. E chi accusa le donne che dopo anni raccontano le violenze subite di strumentalità e di ricerca di pubblicità alimenta un ingiustificato rovesciamento della realtà. I media peraltro, ricercando sempre il mostro, il raptus inspiegabile, non sembrano davvero interessati a contribuire alla comprensione del fenomeno.” Occorrono senza dubbio, conclude Salisci, “pene elevate e certe, una rieducazione sia in famiglia che a scuola ed un netto rifiuto di qualsiasi giustificazione”, magari appellandosi a presunte condotte provocanti o imprudenti della vittima.