Published On: Ven, Gen 20th, 2017

Riaperti parchi e cimitero. Passata è la tempesta… Leopardi e la natura

Riaperti a Chiavari parchi, giardini e cimitero, che erano rimasti chiusi per un’ordinanza del sindaco in seguito alla tempesta di vento (grecale o bora / burian / da cui l’italiano “buriana”).

Si procederà ora alla rimozione dei rami e delle foglie cadute (il vento esegue una sorta di pulizia e potatura delle piante, e in questo è un elemento positivo). Anche nei cimiteri ci saranno da rimettere a posto o sostituire i fiori, i lumini, i segni di ricordo dei propri cari.
Giacomo Leopardi è la migliore lettura per ricordare che la Natura non è madre né matrigna, ma il centro del caos che persiste dopo la creazione -o dopo il Big Bang. Colpisce, a volte come se fosse una strega maligna (vedi terremoto). Ma la natura non è una persona, né un succedaneo di Dio o del diavolo. Poi, comunque, torna il sereno.
Un parco, un giardino botanico come villa Rocca a Chiavari, i giardini Hanbury a Ventimiglia, nascono filosoficamente nel 1700 e sono il segno illuminista della volontà di “domare la natura”, così come lo è lo zoo o il circo, dove le belve vengono “chiuse” e asservite al domatore.
Invece il Romanticismo, incluso quello di Giacomo Leopardi, svela il fallimento illuminista del controllo del caos che colpisce con orrenda casualità, incurante se chi subisce la devastazione e il lutto è un buono, mentre magari il criminale sopravvive. Il Romantico è un disilluso, ha visto il fallimento illuminista col despotismo napoleonico e la criminalità di Stato di Robespierre. Per Leopardi la gioia sta tutta nel tempo non-tempo della quiete dopo la tempesta. E’ l’intervallo azzurro tra una notte e l’altra a creare e far proseguire la civiltà, se non di un popolo, almeno di una persona.

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

 

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E’ diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.

Ingresso Parco Villa Rocca