Published On: Ven, Giu 20th, 2014

Se il “mostro” assassino è un essere apparentemente “normale”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota della counselor Giavanna Rezzoaglio Ganci sulla “apparenza normale del male”. Non si dimentichi quanto ha scritto Hannah Arendt su “La banalità del male” nell’infernale Europa nazista. Per tornare dagli orrori di massa, agli assassini seriali di quartiere, si può citare come documento di una criminalità purtroppo sempre presente e ovunque, il film di Fritz Lang “M, il mostro di Dusseldorf… Un uomo apparentemente “normale”…

“Se vi è un concetto controverso, in ambito psico-patologico, è quello della cosiddetta “normalità”. Non a caso si è addirittura creato il termine border-line per indicare le condizioni ai limiti della patologia. Se ci riflettiamo, la normalità è una convenzione: una convenzione necessaria per la sopravvivenza stessa delle società. Vale la pena sottolineare che non si tratta di una convenzione eticamente condivisa ma appare molto legata ai contesti socio-cultuali di riferimento. Questa premessa a prefazione di un discorso sugli ultimi fatti di cronaca che hanno scosso, e profondamente, il concetto di normalità che molti posseggono. Un marito e padre che confessa l’uccisione della moglie e dei figli per liberarsi di una famiglia diventata un fardello: reo confesso, lucido nei dettagli e premeditazione, Carlo Lissi ha molto saggiamente ritrattato dopo un paio di giorni e per lui è ora invocata la panacea della perizia psichiatrica. Poi l’arresto di Massimo Bossetti come probabile assassino di Yara Gambirasio: lui ha taciuto per poi negare, ma la genetica sembra collegare in modo inequivocabile l’uomo al crimine. In Italia, dopo il primo vero processo mediatico relativo all’infanticidio del piccolo Samuele Lorenzi da parte della madre Annamaria Franzoni, si è capito che la negazione aiuta sempre e la perizia psichiatrica: non guasta mai. E veniamo al dunque: perché ci si ostina  a credere che solo il soggetto psicopatologico possa uccidere? E’ un pregiudizio terribile, ormai diffusissimo e profondamente radicato. Il mostro è un malato, oppure è uno che “non è del posto”. Difesa, semplice difesa. Ammettere che in realtà chiunque può commettere gravi crimini ci rende consapevoli della nostra vulnerabilità. Si deve aver paura del proprio marito, vicino di casa, dell’amico di famiglia? Non sarebbe possibile vivere nella paura e non di meno il rischio di un clima da caccia  alle streghe diverrebbe concreto. Che fare? Trovare risposte non è semplice ma possibile. Se si riflette che certe atrocità sono in aumento nel nostro Paese ma già da tempo ben presenti in altri Paesi sviluppati, è necessario rifarsi alla sociologia per cercare di capire. Negli USA il fenomeno del killer della porta accanto non è più un fenomeno anomalo da tempo. Complice di questa fenomenologia, cosa? Probabilmente la deindividualizzazione che accompagna la vita di oggi dove i valori esistenziali sono solo materiali, dove “si è” se “si ha” : l’essere vivente come oggetto, che si rimpiazza velocemente. Tanti vivono la vita come se fosse un videogioco, dove si devono annientare più nemici possibile, nemici che alla prossima partita si rialzano. Nella vita vera i nemici, veri o presunti, restano a terra. Ed ecco che un normale padre uccide i figli perché restano anche con il divorzio. Ed ecco che un  uomo “normale” uccide una tredicenne e poi vive serenamente per altri tre anni e mezzo. Male che vada c’è la perizia psichiatrica che, come minimo, accerterà un disagio sociale o una scarsa maturità personale. Ovvero la normalità vera. L’unica vera via è un’educazione all’affettività, che ora non viene più fornita nelle famiglie. Riscoprirsi umanamente normali anche negli istinti più biechi aiuterebbe a controllarli e mantenerli sotto il controllo della pietas. I mostri sono normali e reali, ma non è normale pensare che esistano solo nelle favole, nel videogame o lontano da noi.

Giovanna Rezzoagli Ganci

Il mostro di dusseldorf

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