Published On: Mar, Lug 1st, 2014

Storia della pesca con la lampara, con termini in genovese

Lampera – zaccarena – cianciolo

Lampera: era la prima rete da circuizione per la pesca delle acciughe, termine improprio in quanto dovrebbe riferirsi alla luce per attirare il pesce.
I primi esemplari venivano realizzati cucendo assieme quattro manaite, in modo da avere una rete unica con dimensioni doppie sia come lunghezza, sia come altezza; terminava con due maneggiun (rinforzo) uno all’inizio e uno alla fine.
Veniva rinforzato il bremmu da ciungiu, sul quale venivano fissati degli anelli per mezzo di fueti.
A seguito delle prove effettuate, decisamente positive, si realizzarono reti con lunghezza compresa fra 150 e 180 m. e 2500 – 3500 maglie con 32 nodi; le maglie sono più piccole di quelle delle manaite, per evitare che le acciughe s’ammaglino; l’altezza maggiore della rete si ha al centro.
La rete viene stivata sulla barca in due mucchi, allo stesso modo in cui si ripongono le corde, e con due sagole già inserite negli anelli, i cui capi sono legati all’anello al centro della rete (il nodo è solitamente quello dell’ancora) oppure fissate con i due colli alla corda.
La luce, sistemata in posizione ritenuta pescosa, rispetto alla costa, a profondità compresa fra 20 – 30 braccia, ancorata per rimanere immobile, aveva il compito di attirare il pesce; quando alla vista si riteneva che la quantità fosse sufficiente, si decideva per la calata.
Per la pesca delle acciughe ci si allontanava dalla costa, a volte si apriva u fanà (si vedeva il faro di Genova fuori dal Monte di Portofino).
Se la zona di pesca è fuori rispetto l’isola di Sestri, vuol dire essere in una posizione oltre due miglia lontano dalla costa, alla profondità oltre le sessanta braccia.
Acquisita direzione e grossomodo la velocità della corrente, la luce liberata dal vincolo dell’ancora, per mezzo dei remi, si manteneva immobile, evitando lo scarroccio per non disturbare il pesce radunato sotto il chiaro.
Con la barca madre si buttava l’ancora incapela-e, in modo che servisse da freno durante il recupero della rete; sul terminale dell’ancora era legata a barì, piccola botticella in legno che fungeva da galleggiante, alla quale era legato l’inizio della rete. Durante la cala si utilizzavano i remi, perché si temeva che il motore disturbasse il pesce. Quando la rete veniva filata a mare, era accompagnata con le braccia di solito da due persone, uno teneva la nat-ta [galleggianti laterali], per scongiurare inaspettati imbrogli.
Si procedeva a cerchio fino a raggiungere e fissare a bordo il capo della rete assicurato a suo tempo sulla barì, si iniziava a questo punto il recupero delle sagole chiudendo la rete dal fondo, operazione fatta esclusivamente a forza di braccia e decisamente faticosa.

Recuperato il mazzetto, cioè l’insieme degli anelli ed il bremmu da ciungiu, il pesce era in trappola; rimaneva il recupero della rete da ambo i lati. Nella morte, la zona centrale, era convogliato il pescato che, issato a bordo, era sistemato sul gozzo della luce in una ghiacciaia ricavata fra i due banchi del natante.
Solo giunti a terra, alati i gozzi sulla spiaggia, si procedeva alla cernita e al confezionamento in cassette.
Ultimata questa operazione, le cassette venivano sistemate su di un carro con ruote gommate, che era trasportato a forza di braccia in viale della Rimembranza, a ridosso delle palme, lungo il tratto dai Balin fino alla chiesa di S. Maria di Nazareth; il pesce veniva venduto ai grossisti o era caricato su camion per il trasporto e quindi venduto al mercato ittico di Genova.
Si ritornava alla barca per pulire e lavare la rete e sistemarla sul carro, all’alba veniva stesa sulla spiaggia per asciugarla e ritirarla con lo stesso carro che era sistemato all’ombra dei Leudi; alla sera la rete era nuovamente stivata a bordo per
una nuova battuta di pesca.
L’equipaggio era formato, di norma, da sei – sette elementi.

Zaccarena
La rete aumenta di dimensioni, la lunghezza è di m. 220 e oltre, l’altezza oltre 4000 maglie del 32 – 34, l’altezza è uguale sia al centro che ai lati, il filo doppio solo nella morte (la parte dove si convoglia il pesce in filo triplo).
Era stivata a bordo sul lato destro della barca latino (guardando da prua a poppa), u bremmu da nata a poppa, u bremmo da ciungiu oltre il centro barca vicino al fourchetin sul quale sono infilati gli anelli; le sagole erano due, formate da tre cavetti di acciaio ricoperti in plastica, attorcigliati con un supporto di corda vegetale, debitamente sistemate a cerchio verso prua, sulle teste era fatta la gassa (a mezzo piombatura); una di queste, infilata negli anelli, è legata alla gassa du maneggiun, erano giunte fra di loro con una piccola treccia di nylon.

Per la calata, si sistemava il terminale della rete sulla prua di un gozzo con luce spenta, con motore e non a remi; si effettuava un cerchio attorno alla luce, la rete andava a mare da sola, solo le sagole, passando negli anelli, erano accompagnate a mare, quindi si recuperava il terminale della rete che era legato a prua.
Con le sagole recuperate sulle campane del verricello, si chiudeva la rete recuperando il mazzetto degli anelli.
Si disgiungevano le sagole e a poppa iniziava il recupero della rete che veniva fatto a mano, la morte era fatta sulla testata a prua.
Recuperato il pesce e sistemato sui gozzi come con la lampara, bastava sistemare gli anelli sul fourchetin e risistemare la sagola di poppa per essere pronti per un’altra calata.

Giunti a terra, confezionato e venduto il pesce, si procedeva al lavaggio della rete e conseguente asciugatura.
Con la realizzazione delle reti in nylon, si effettuava il lavaggio solo in caso di necessità, e cioè a seguito di considerevoli quantità di pesce ammagliate;
l’asciugatura era fatta solo in caso fosse necessario riparare grossi danni effettuati
durante la notte, altrimenti a fine stagione prima della sistemazione il magazzino.
Con la realizzazione delle reti in nylon, sono anche aumentate dimensioni [ed è iniziato l’impoverimento del mare, ndr], di conseguenza si è passati a barche più grandi con maggiore spazio e comodità, più veloci e con maggiore attrezzatura; sono stati installati i primi scandagli ad ultrasuoni, per andare alla ricerca delle zone maggiormente pescose sono stati
smessi i latini.
Il pesce veniva ghiacciato in vasche e lavorato sulla barca, in modo da arrivare a terra con il pesce confezionato, pronto per essere venduto.
L’equipaggio era formato, di norma, da undici – dodici elementi.

Cianciolo
Era il risultato di una trasformazione avvenuta per gradi: il verricello ha subito una sostanziale modifica, sono stati inseriti i tamburi sui quali avvolgere il cavo in acciaio che chiude la rete sul fondo, che ha sostituito le sagole, sono rimaste le campane utilizzate per altri scopi, sono stati installati rulli idraulici per il recupero della rete.
I gozzi con le luci sono realizzati in vetroresina e quindi decisamente più leggeri, è aumentata la potenza dei generatori, che in certi casi accendono anche 20 lampade da 10.000 lumen, dotati a volte anche di due lampade subacquee.
Sono inoltre state installate gru oleodinamiche che svolgono funzioni diverse: sostengono il rullo salparete, viene issato a bordo il pesce dalla rete, permettono di issare a bordo i gozzi con le luci e a volte anche la stazza (la grossa lancia in
vetroresina dotata di potente propulsore) che mantiene la barca madre distante dalla rete durante la calata; questa è indispensabile oggi, considerato che la rete solitamente si cala controcorrente e il peschereccio rischia di essere avvolto dalla rete, con problematico recupero dell’attrezzo; in passato la cala era fatta sempre in direzione della corrente e quindi bastava una stazza con motore di potenza limitata per una normale operazione.
Al tramonto si esce tardi, si cerca il pesce con l’ecoscandaglio, le luci sono calate a mare solo in presenza di adeguato rilevamento; appena il pesce è attratto dal chiaro, si precede a riunire le luci e calare la rete.
La velocità dei pescherecci è aumentata, alcuni raggiungono anche 14 miglia, orarie, la zona di pesca si è ingrandita, succede in alcuni casi che il pesce venga trovato dopo una ricerca compresa grossomodo fra Genova e La Spezia.

Per la pesca oltre i limiti su esposti, in prossimità delle coste toscane o a ponente di Genova, il peschereccio viene lasciato in zona; i pescatori usano di solito furgoni di proprietà, oppure il treno per i trasferimenti, il pesce viaggia per conto proprio per la destinazione su automezzi attrezzati con celle termoisolanti.
In alcuni casi le luci non gettano l’ancora per misurare la corrente, ma una pietra legata a un leggero filo in plastica, che permetta di rimanere immobili per il tempo necessario a raccogliere i dati, e quindi si taglia il filo abbandonando tutto al mare.
Una brutta abitudine, mal sopportata dai pescatori con le reti a strascico.
Il pesce viene ghiacciato sul peschereccio in vasche di vetroresina, la capacità di solito è di 4-5 ql.
Il ghiaccio utilizzato non è in barre, come in passato, ma a scaglie, contenuto in sacchi di tessuto plastico e viene caricato a bordo alla sera prima di uscire; il consumo del ghiaccio negli ultimi tempi è aumentato di molto, di conseguenza la qualità di tenuta del prodotto è sensibilmente migliorata.
L’equipaggio di solito è costituito da sette – nove elementi.
Sestri Levante 14.12.2011, testo di Giovanni Bertorino (Presidente circolo pescatori Balin)

Vecchia tecnica di pesca con la lampara

Vecchia tecnica di pesca con la lampara

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