Published On: Mer, Mag 10th, 2017

Sulle orme dei “Tigullii”: una lezione col prof. Giovanni Mennella

(Il seguente articolo riporta quanto ascoltato nel corso della conferenza di sabato 6 maggio dal titolo “Il Tigullio in età romana“, tenuta a Rapallo dal prof. Giovanni Mennella – professore ordinario di storia romana e di epigrafia latina presso l’Università di Genova – all’interno della rassegna “Sabato in Biblioteca”.)

Il Tigullio è oggi terra arcinota a livello internazionale, ma delle sue origini antiche sappiamo ben poco. Gli scarsi indizi pervenutici della sua esistenza come entità territoriale già in età romana ci vengono da pochi – ma autorevoli – autori di trattati geografici. Tre in particolare sono i passaggi in cui il termine compare esplicitamente:

Plinio il Vecchio (I secolo d.C.), Naturalis historia, III, 5, 48:

Descriverò ora il territorio della Liguria; sulla costa e da occidente a oriente vi sono […] Genua, Portus Delphini, Tigullia all’interno, Segesta Tigulliorum e il fiume Macra.

Pomponio Melo (I secolo d.C.), De chorografia, II, 4, 72:

In Liguria [si trovano da occidente a oriente] Luna, Tigullia e Genua.

Claudio Tolomeo (II secolo d.C.), Geografia, III, 1, 3:

Località della Liguria, sul mare ligure […] Genova, foce del fiume Entella, Tigullia.

Proprio dal toponimo Segesta Tigulliorum, antico nome di Sestri Levante, si è potuto cogliere l’appiglio per risalire all’origine del termine: non dal “Tigullio” in quanto luogo, bensì dai Tigullii, popolazione tribale anticamente occupante il territorio del Levante ligure. L’ipotesi più probabile è che i Tigullii fossere una tribù ligure minore, di origine pre-indoeuropea – come gli Etruschi, originali occupanti dell’Italia centrale in periodo preario – con cui i Romani entrarono in contatto in seguito alla Seconda Guerra Punica (218 a.C. – 202 a.C.): Annibale aveva infatti bloccato l’espansione romana verso il nord della penisola, incluso il territorio all’epoca occupato dagli antichi Liguri. A differenza delle tribù maggiori, tuttavia, i Tigullii avrebbero compreso che opporre resistenza alla colonizzazione romana non presentava alcun vantaggio: accolsero quindi gli invasori senza opporsi, garantendosi un’occupazione pacifica e sfuggendo al destino toccato ad altre tribù liguri, deportate nel Sannio (Abruzzo).

Com’è ovvio, in assenza di documenti ufficiali tesi del genere finiscono con l’essere contestate, innescando dispute fra studiosi: è il caso di chi sostiene che il nome “Tigullio” si basi su una popolazione inesistente, inventata “a fini promozionali” nell’Ottocento da Rapallo e Chiavari per cercare di nobilitarsi vantando radici antiche. Ferretto e altri si sono fermamente opposti a tale tesi “revisionista”, ribadendo l’autenticità storica dei Tigullii in base alle poche menzioni rinvenute nei testi latini. Ma esistono prove più concrete della loro effettiva esistenza?

In effetti, una prova c’è: si tratta di un’epigrafe rinvenuta a Sala Colonia (Chella, Marocco), sito archeologico a nord di Rabat dal quale ci giunge la prima vera testimonianza di un “tigullino” storicamente attestato in età romana. L’iscrizione, incisa in un blocco di pietra originariamente inteso come piedistallo di un monumento equestre e datata intorno alla metà del II secolo d.C., recita:

L MINICI / M F GAL / PULCHRO / DOMO TIGUL / LIS EXS / LIGURIA / PRAEF / EQ / AMICI / SALENSES / L D D D

Ovvero, sciolte le abbreviazioni:

Lucio Minici / Marci filio Galeria tribu / Pulchro / domo Tigul / lis exs / Liguria / praefecto / equitum / Amici / salenses / Locus datus decreto decurionum

Tradotto:

A Lucio Minicio detto “il bello”, figlio di Marco, del distretto amministrativo della Galeria, nato fra i Tigullii in Liguria, (qui) comandante del distaccamento di cavalleria. Gli amici di Sala (gli hanno eretto questo monumento). Il luogo (ove erigerlo) è stato dato per autorizzazione del consiglio comunale.

Le informazioni ricavabili da tale epigrafe sono molteplici: innanzitutto sappiamo che il nostro “tigullino” si chiamava Lucio Minicio Pulcro (“il bello”), e che a Sala era comandante di un presidio militare. Dalla storiografia locale sappiamo che Sala era presidio fisso della provincia romana della Mauritania, e che presso la città era aqquartierato in sede fissa il distaccamento di cavalleria noto come Ala Secunda Syrorum, ovvero la seconda “ala” (corpo militare) fra quelle costituite da reclute volontarie provenienti dalla Siria. Tale distaccamento militare contava all’epoca circa cinquecento membri.

A interessarci particolarmente è tuttavia l’indicazione della provenienza di Lucio Minicio, indicata come “tribù Galeria”. L’istituto della tribus era in epoca romana generalmente equivalente al nostro concetto di Provincia amministrativa: era al contempo una circoscrizione elettorale e fiscale – da cui il moderno termine “tributo” – e l’appartenenza ad essa conferiva ai cittadini romani una via di mezzo fra un codice fiscale e un certificato elettorale. Solo chi aveva la cittadinanza romana godeva infatti del diritto di voto, e la circoscrizione cui si apparteneva indicava dove recarsi per esercitare tale diritto in occasione delle annuali elezioni comunali. Le circoscrizioni in cui era suddiviso l’Impero erano 35 in tutto, con nomi legati ai diversi quartieri romani – per quanto riguarda le “tribù” interne alla capitale – o alla geografia del territorio locale.

I genovesi erano per l’appunto iscritti nella tribù Galeria. Minicio si dice però “Tigullio”: non risiedeva quindi a Genua, ma vi si recava per votare; Genova era infatti già allora il capoluogo della circoscrizione amministrativa ligure. I confini di tale giurisdizione fra il I e il III secolo d.C. sono in parte ricostruibili basandosi sui più antichi documenti a nostra disposizione riguardanti i confini diocesani, dai quali sappiamo che il distretto nel quale i vescovi liguri avevano diritto a esigere tributi confinava a est con la diocesi di Luni in corrispondenza di Anzo di Framura. Sappiamo anche che tali confini erano spesso tracciati in corrispondenza di marcatori geografici quali corsi fluviali o crinali di monti importanti, dato tuttora riscontrabile in alcuni toponimi: ad esempio il monte Dego, nel rezzoagliese, il cui nome deriva dal latino decussis (termine tecnico per il punto d’incontro fra tre località), e similmente il monte Trèvine (tres fines, “tre confini”).

All’interno di tale giurisdizione genovese rientravano, oltre a Genua, anche le località di Monilia (Moneglia), Solaria (Zoagli, da cui il diffuso cognome Solari), Segesta Tigulliorium (Sestri Levante), Ricina (Recco) e Tigullia (di collocazione incerta, a volte identificata con Chiavari ma assai più probabilmente nell’entroterra, fra Varese Ligure e la Fontanabuona). Rapallo non figura nell’elenco, essendo con ogni probabilità di fondazione post-romana. Tali località – o vici, da cui l’italiano “vicolo” – dipendevano tutte amministrativamente dal capoluogo genovese, che in esse inviava i propri prefetti: erano, a tutti gli effetti, “frazioni” di Genova, a essa collegate tramite la via Aurelia o, più propriamente, via Æmilia Scauri, dal nome del console Marco Emilio Scauro che la tracciò durante il suo periodo alla guida della regione. Tracce della via Scaura si trovano tuttora presso l’ospedale di San Lazzaro a Rapallo (località Bana), sul passo del Bracco, e a Sestri presso le Rocche di Sant’Anna.

Altro dato di estremo interesse ricavabile dall’epigrafe di Sala Colonia è la stazione sociale del nostro comandante: l’epigrafe lo identifica infatti come membro della casta degli equites, o dei “cavalieri”, classe sociale seconda solo a quella dei senatori. Il che spiega anche la sua posizione geografica: gli equites erano infatti sottoposti a un tirocinio di comando militare della durata minima di tre anni, al termine del quale avrebbero poi proseguito la carriera nell’esercito oppure optato per un ruolo amministrativo, sempre alle dirette dipendenze dell’Imperatore.

Ciò crea però un nuovo interrogativo. L’appartenenza alla classe equestre non era garantita per diritto di nascita: per continuare a farne parte era infatti necessario dimostrare un reddito annuo di almeno 400.000 sesterzi (curiosamente, più o meno equivalenti a 400.000 € odierni), generalmente derivante da quelle che erano le attività tipiche degli equites, ovvero A) investire in attività imprenditoriale su larga scala, B) l’aggiudicazione di consistenti appalti statali banditi dall’Impero per assicurarsi continue forniture di tutti i servizi necessari al normale svolgimento della vita civile e C) agire come intermediari fra la grande produzione di beni di consumo e la loro immissione nel mercato all’ingrosso. Se Minicio apparteneva alla tribù Galeria, e perciò la sua famiglia – nonostante lui fosse temporaneamente stanziato in Mauritania – continuava a risiedere nel genovese, da dove traevano un reddito tanto ingente visto che il Tigullio dell’epoca non si prestava ad alcuno fra tali scenari economici?

La risposta ci giunge, a sorpresa, da una nuova scoperta effettuata proprio nel Tigullio. Sul monte Ramaceto il professor Mennella ha infatti rinvenuto nell’ottobre del 2015 un cippo in arenaria, risalente al II secolo d.C. (quindi contemporaneo del nostro Lucio Minicio), oggi conservato nei magazzini del Museo Archeologico di Sestri Levante. L’oggetto, un semplice blocco di pietra anticamente posto a segnare il confine di un terreno, reca la scritta: CAESARIS N(OSTRI), ovvero “(proprietà) del nostro Imperatore”. Il cippo segnava insomma il limitare di una proprietà imperiale, e fu forse imposto da un giudice per porre fine a dispute di confine fra proprietari di terreni attigui. Si tratta della prima evidenza storica dell’esistenza di latifondi imperiali in territorio italiano, e ci fornisce un importante tassello per dipanare il mistero della nostra antica famiglia tigullina.

Dalla letteratura latina sappiamo molto circa i latifondi degli Imperatori, benché le loro menzioni li collochino generalmente nelle province extraitaliane. Tali latifondi erano gestiti dal fisco (l’organizzazione finanziaria che gestiva le casse personali dell’Imperatore, laddove l’erario, più contenuto, si occupava invece delle casse dello Stato). Gli investimenti terrieri erano di gran lunga in più redditizi in epoca romana, e i senatori – classe cui lo stesso Imperatore apparteneva – vi si dedicavano in gran quantità; per giunta, se un ricco senatore moriva senza lasciare figli, era consuetudine che i suoi possedimenti terrieri fossero lasciati in eredità proprio all’Imperatore, il quale poteva anche venire in possesso di nuovi terreni acquistandone, oppure acquisendo i beni confiscati a chi subiva una condanna.

Ad amministrare tali possedimenti dell’Imperatore erano suoi fiduciari, e l’obiettivo non era sfruttarli a scopo di lucro, bensì ricavarne un gettito sicuro e stabile negli anni. E a occuparsi di tale “subappalto” amministrativo erano proprio gli equites, che come menzionato facevano da intermediari per l’immissione sul mercato dei prodotti ricavati dai campi imperiali, principalmente legati alla produzione vinaria, all’allevamento, alla manifattura laniera e all’esbosco delle risorse arboree. Il latifondo sul Ramaceto era certamente posto a un’altitudine troppo elevata per coltivarvi vigneti, ma il nodo della nostra ricerca sta con ogni probabilità proprio nell’industria del legno: gli archeologi forestali ci confermano infatti che in età romana era stata introdotta già da tempo nell’area la coltura del faggio, il cui legno particolarmente adatto alla cantieristica navale sarebbe poi stato un caposaldo dell’industria genovese fino al XVIII secolo, come materiale principale per la costruzione dei lunghi remi delle galee della Repubblica marinara. Il legno di faggio è poi eccellente per la produzione di carbone e per il riscaldamento delle terme pubbliche – e sappiamo che ve n’era una a Genua – e, inoltre, le faggete si prestano al pascolo degli animali da allevamento.

D’altro canto, dal geografo greco Strabone (I secolo a.C. – I secolo d.C.) sappiamo per certo che la coltivazione arborea era un’importante fonte di reddito per gli antichi Liguri (Geografia, IV, 6, 2). Ecco quindi spiegato da dove proveniva con ogni probabilità il reddito della famiglia di Lucio Minicio Pulcro: evidentemente gli equites delle terre di Liguria mantenevano il proprio status curando gli interessi locali degli Imperatori, e se il latifondo del Ramaceto non era necessariamente proprio quello gestito dai parenti del “bello” di Sala verosimilmente saranno state analoghe le attività economiche cui essi prendevano parte.

D’altra parte il territorio ligure è linguisticamente molto conservativo, e testimonianze dell’ampia colonizzazione romana in tutta la regione sopravvivono tuttora nei nostri toponimi: da tutti i nomi in -asco quali Carasco, Bogliasco etc. – dal latino ascus, “luogo abitato” – a quelli derivanti dal primo proprietario registrato nel catasto fondiario locale, come Cornigliano, ovvero “(proprietà) di Cornelius“. Un territorio tutto da scoprire, e che come abbiamo visto continua a regalare piccoli scorci sui propri antichi segreti. Il prossimo indizio? Il “lato B” dello stesso cippo del Ramaceto, sul quale campeggia la criptica iscrizione P·M·C. Non resta che attendere nuovi aggiornamenti dal prof. Mennella, magari in una prossima edizione dei “Sabati in Biblioteca”.