Published On: Gio, Gen 2nd, 2014

Tre uomini in barca

… — No — disse Harris — per godere un po’ di riposo e cambiar d’aria, non c’è nulla di meglio d’un viaggio di mare.
Io mi opposi vivamente al viaggio di mare. Un viaggio di mare giova quando si tratta d’un paio di mesi, ma per una settimana non è affatto indicato.
Si parte il lunedì con l’idea fondata d’andare a divertirsi. Si dà un allegro addio agli amici sulla riva, si accende la pipa più grossa e si vacilla su per il ponte, come se si fosse il capitano Cook, sir Francesco Drake e Cristoforo Colombo concentrati in una persona sola. Il martedì si vorrebbe non esser partiti. Il mercoledì, il giovedì e il venerdì, si vorrebbe piuttosto esser morti!
Il sabato si è in grado d’inghiottire un po’ di brodo, di sedere sul ponte, e di rispondere con un debole, dolce sorriso alle persone gentili che s’informano del nostro stato di salute. La domenica cominciate a far due passi, e a inghiottire un po’ di cibo. E il lunedì mattina, quando, 8 con la valigia e l’ombrello in mano, ve ne state contro il parapetto in attesa di sbarcare, il viaggio comincia a piacervi.
Ricordo mio cognato che, per salute, fece una volta un breve viaggio di mare. Comprò un biglietto d’andata e ritorno Londra-Liverpool; e quando arrivò a Liverpool l’unico desiderio che aveva era di vendere il ritorno.
Seppi che andò in giro per venderlo a enorme ribasso! e per caso potè sbarazzarsene per trentasei soldi a un giovane d’aspetto bilioso che era stato appunto consigliato a girare in mare e a far moto.
— Il mare! — disse mio cognato, mettendogli in mano affettuosamente il biglietto; — ne avrete tanto da durarvi tutta la vita, e quanto a far moto!… farete più moto stando su quel bastimento, di quanto mai ne fareste sulla terra asciutta, a esercitarvi nei salti mortali.
Quanto a lui — mio cognato — ritornò in treno, perchè, com’egli mi disse, la strada ferrata gli faceva assai bene.
Conobbi un’altra persona che fece un viaggio lungo la costa. Prima della partenza gli si presentò il dispensiere a domandargli se intendesse pagare il pasto ogni volta o pagare anticipatamente tutti i pasti.
Il dispensiere gli raccomandò quest’ultimo modo, perchè avrebbe risparmiato molto. Si trattava di cinquantotto lire per tutta la settimana. Colazione della mattina: pesce, seguito da arrosto ai ferri; seconda colazione all’una, di quattro piatti. Desinare alle sei: minestra in brodo, pesce, intramesso filetto, pollo, insalata, dolce, formaggio e frutta. E un pasto leggero alle dieci.
Il mio amico, che era una famosa forchetta, scelse di pagare le cinquantotto lire. Appunto al largo di Sheerness fu servita la seconda colazione. Non si sentì così affamato come si doveva sentire, e si limitò a un pezzettino di manzo allesso e a un po’ di fragole alla panna. Ponderò molto durante il pomeriggio, talvolta con la sensazione di non aver mangiato altro che allesso di manzo da settimane, e talvolta di non aver vissuto che di fragole alla panna da secoli.
Neppure il manzo e le fragole alla panna, da parte loro, sembravano soddisfatte: si mostravano parimenti malcontente.
Alle sei andarono ad annunciargli che il desinare era pronto. L’annuncio non suscitò in lui alcun entusiasmo; ma, comprendendo che v’era da consumare un po’ delle sue cinquantotto lire, andò da basso, sostenendosi alle gomene e agli altri oggetti che gli venivano sotto mano.
Un gradito odore di cipolline e di salame caldo, insieme con quello del fritto di pesce e della verdura stufata, lo salutò in fondo alla scaletta; e poi il dispensiere gli si presentò con un sorriso untuoso, dicendo:
— Desidera, il signore?
— Di andarmene via di qui — rispose fiocamente l’amico mio.
E lo portarono via in fretta in fretta, e lo appoggiarono a qualche cosa, sottovento, dove lo lasciarono.
I quattro giorni seguenti egli visse una semplice e irreprensibile vita, alimentandosi di biscotti sottili e d’acqua di soda; ma verso il sabato, si sentì meglio, e cominciò ad assaporare il tè debole coi crostini, e il lunedì s’ingozzava già di ristretto di pollo. Lasciò il battello il martedì, e mentre esso s’allontanava in mare fumando, l’amico mio dal punto dello sbarco lo seguì con uno sguardo pieno di rimpianto.
— Ecco che se ne va — egli mormorò — ecco che se ne va con cinquantotto lire di vitto che m’appartengono e che io non ho consumate.
Disse che con un altro giorno di tempo avrebbe fatto partita pari.
Così io mi opposi al viaggio di mare. Non, come spiegai, per me, giacchè non ero mai strano e fantastico, ma per téma di Giorgio. Giorgio disse che quanto a lui gli sarebbe piaciuto, ma che consigliava me e Harris di non pensarci, perchè era certo che noi ci saremmo sentiti male. Harris osservò che per lui era un mistero come mai avvenisse a tanti di soffrire il mal di 9 mare — forse lo facevano a bella posta, per affettazione. Lui, per quanto ci si fosse provato, non ci era mai riuscito.
Poi ci narrò degli aneddoti su quelle volte che aveva attraversato il Canale in tempesta, e che si dovevano legare i passeggeri nelle cabine, mentre lui e il capitano erano le sole anime vive a bordo rispettate dal male. Talvolta era soltanto lui col secondo, bene in gamba; ma generalmente si trattava di lui e di un altro. Se non di lui e di un altro, allora di lui solo. Strano, ma nessuno ha il mal di mare… a terra. In mare, s’incontrano a iosa persone veramente in cattive condizioni; se ne incontrano bastimenti pieni; ma in terra non ho ancora incontrato alcuno che sappia che cosa sia il mal di mare. Dove le migliaia e migliaia di cattivi marinai, che sciamano in ogni bastimento, si nascondano quando sono in terra è per me un mistero.
Se la maggior parte fossero come un tale che io vidi un giorno sul battello di Yarmouth, questo apparente enigma potrebbe essere facilmente spiegato. Fu al largo del molo di Southend, ricordo, ed egli si chinava fuori d’uno dei finestrini del bastimento in atteggiamento pericoloso.
Corsi da lui per tentar di salvarlo.
— Ehi, venite dentro — dissi, scotendolo per le spalle. — Cadrete in mare.
— Dio volesse — fu la sola risposta che riuscii a cavargli di bocca; e dovetti lasciarlo lì.
Tre settimane dopo, nella sala del caffè d’un albergo di Bath, lo incontrai che parlava dei suoi viaggi e spiegava, con entusiasmo, come fosse appassionato del mare.
— Buon marinaio! — rispose a una domanda di un mite giovane che lo guardava con occhi ammirati. — Pure una volta, lo confesso, mi sentii un po’ sconcertato. Fu al largo del capo Horn. La mattina appresso il battello era naufragato.
Gli domandai:
— Un giorno non vi sentiste un po’ scosso presso il molo di Southend, tanto da desiderare d’essere gettato in mare?
— Il molo di Southend! — mi rispose con un’espressione impacciata.
— Sì, andando a Yarmouth, tre settimane fa. Era di venerdì.
— Ah, oh… sì — rispose, irradiandosi; — ora ricordo. Avevo un mal di testa quel giorno.
Avevo fatto indigestione di sottaceti. I sottaceti più orribili che io avessi mai mangiati in un battello rispettabile. E voi non li avevate assaggiati?
Per conto mio, io ho scoperto, nell’equilibrarmi, un eccellente preventivo contro il mal di mare. Vi mettete in piedi nel centro del ponte, e, come il bastimento si solleva e s’abbassa, vi girate col corpo in maniera da tenervi sempre ritto. Quando la prua si alza, vi chinate in avanti, finchè la tolda vi tocchi quasi il naso; e quando si alza la poppa, vi appoggiate all’indietro.
Questo va benissimo per un paio d’ore; ma non potete stare a equilibrarvi per tutta una settimana.
Giorgio disse:
— Andiamo al fiume. Avremmo avuto aria fresca, moto e quiete: il continuo mutamento di scena ci avrebbe
occupato la mente (compreso ciò che rimaneva di quella di Harris); e l’attivo lavoro ci avrebbe
dato un grande appetito e ci avrebbe fatto dormire saporitamente. (…)
Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca
tre uomini in barca

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