Published On: sab, Ago 4th, 2018

Utilissimo (di questi tempi) testo dal Trattato sulla Tolleranza di Voltaire

Racconto d’una disputa teologica in Cina
Nei primi anni del regno del grande imperatore Kanghi, un mandarino della città di Canton udì da casa sua un grande chiasso che si faceva nella casa del vicino; domandò se non si stava ammazzando qualcuno; gli dissero ch’erano l’elemosiniere della Compagnia danese, un cappellano di Batavia e un gesuita che stavano disputando; li fece venire, servì loro tè e pasticcini e domandò loro perché litigavano.
Il gesuita gli rispose ch’era ben doloroso per lui, che aveva Sempre ragione, d’aver a fare con gente che aveva sempre torto; che in principio aveva argomentato col più grande ritegno; ma alla fine gli era scappata la pazienza.
Il mandarino fece comprendere loro, con tutta la discrezione possibile, quanto è necessaria la cortesia nel disputare, disse loro che non ci si arrabbiava mai in Cina e domandò loro di che si trattava.
Il gesuita gli rispose: “Monsignore, giudicatene voi: questi due signori rifiutano di sottomettersi alle decisioni del Concilio di Trento”. “Ciò mi stupisce”, disse il mandarino. Poi, volgendosi ai due refrattari:
“Mi pare, signori, – disse loro, – che dovreste rispettare le opinioni d’una grande assemblea. Io non so cos’è il Concilio di Trento; ma più persone ne sanno sempre di più che una persona sola. Nessuno deve credere di saperne più degli altri, né che la ragione non alloggi che nella sua testa. Così c’insegna il nostro grande Confucio, e se mi volete dar retta, farete molto bene ad attenervi al Concilio di Trento”.
Prese allora la parola il danese, e disse: “Monsignore parla con la più grande saggezza; rispettiamo, come dobbiamo, le grandi assemblee. Per questo ci atteniamo in tutto e per tutto all’opinione di parecchie assemblee che si sono tenute prima di quella di Trento”.
“Oh! Se le cose stanno così, – disse il mandarino, – scusatemi: potreste ben aver ragione. E siete dunque d’accordo, quest’olandese e voi, contro questo povero gesuita?”
“Niente affatto, – disse l’olandese, – costui ha opinioni altrettanto
stravaganti quanto quelle di questo gesuita che fa lo sdolcinato con voi; come si fa a resistere?”
“Non vi capisco, – disse il mandarino; – non siete tutti e tre cristiani? Non venite tutti e tre a insegnare il cristianesimo nel nostro impero? E non dovete dunque avere i medesimi dogmi?”
“Vedete, monsignore, – disse il gesuita: – questi due sono nemici mortali e disputano tutti e due contro di me. È dunque evidente che hanno tutti e due torto, e che la ragione è soltanto dalla parte mia”.
“Non è così evidente, – disse il mandarino; – potrebbe anche essere, a rigore, che abbiate torto tutti e tre; sarei curioso di ascoltarvi l’uno dopo l’altro”.
Il gesuita fece allora un ben lungo discorso, durante il quale il danese e l’olandese scuotevano le spalle: il mandarino non ne capì nulla. A sua volta parlò il danese; i suoi avversari lo guardavano con commiserazione, e il mandarino non ne capì niente di più. La stessa sorte toccò all’olandese.
Infine parlarono tutti e tre assieme, e si caricarono di insolenze. L’onesto mandarino faticò a fargliela smettere e disse loro: “Se volete che qui si tolleri la vostra dottrina, cominciate col non essere né intolleranti né intollerabili voi”.
Uscendo dall’udienza, il gesuita incontrò un missionario domenicano; lo informò d’aver avuto causa vinta, assicurandolo che la verità trionfava sempre. Il domenicano replicò: “Se ci fossi stato io, non l’avreste avuta vinta, vi avrei convinto di menzogna e d’idolatria”. Si venne alla lite; il domenicano e il gesuita si presero per i capelli. Il mandarino, informato dello scandalo, li cacciò entrambi in prigione. Un sottomandarino disse al
giudice:
“Quanto tempo vostra eccellenza desidera che stiano in carcere?”.
“Fino a che siano d’accordo”, rispose il giudice. “Oh! – replicò il
sottomandarino. – Staranno dunque in prigione tutta la vita”.
“Diciamo allora fino a che si perdonino”. “Non si perdoneranno mai, – disse l’altro, – li conosco”. “Ebbene, – concluse il mandarino, – sino a che facciano finta di perdonarsi”.